“Essi chiamarono la tempesta” di Marguerite Bourcet

///“Essi chiamarono la tempesta” di Marguerite Bourcet
  • House on the Outskirts of Paris. Henri Rousseau

Il tranquillo andamento dei Saunier, famiglia medio borghese della provincia francese, è pesantemente condizionato dalla prematura scomparsa di una delle due figlie. Il tentativo insistente di far maritare l’altra figlia, coronato da successo, condurrà – attraverso le tentazioni e la vita convulsa di Parigi – ad adulteri e tradimenti che rischiano di mandare all’aria l’esistenza della tranquilla e ormai anziana coppia.

La vicenda è vista attraverso l’ottica di profondo cattolicismo al quale era approdata la scrittrice soprattutto nell’ultima fase della sua vita. È posto l’accento quindi su come l’aver trasformato la morale in una tradizione vaga, in un ammasso di ricordi, abitudini e pregiudizi non possa far altro che “chiamare la tempesta”. Lo svaporamento della fede cristiana li porta in una zona liminare del cattolicesimo e non ha più un’influenza profonda. Per questo la giovane Gilberta scavalca con decisione i precetti ingiustificati dei genitori e il romanzo narra appunto gli effetti del contraccolpo. Se padre e madre non hanno saputo guidare la figlia, questa loro debolezza è causa della rovina del focolare domestico. Ma la provvidenza concede comunque una seconda prova.

Traduzione della poliedrica Maria Freschi Borgese. Fu presentato come “il primo romanzo della Bourcet tradotto in italiano” ma la cosa non corrisponde al vero poiché sia la casa editrice Salani che Marietti avevano già pubblicato romanzi della stessa autrice, se pure con traduzioni che prestano il fianco a numerose perplessità.

Sinossi a cura di Paolo Alberti

Dall’incipit del libro:

Una città di circa ventimila abitanti, con una prefettura sepolta in fondo a un vecchio giardino, e conventi nascosti anch’essi in fondo ad altri vecchi giardini.
…Due parrocchie fondate sotto l’Impero, dove la prosperità delle opere è oggetto di ardente emulazione.
…Una sala per i divertimenti dove, nelle interminabili domeniche invernali, la buona società va a sentire recitare gli artisti che vengono da Parigi.
…In un palazzo storico, che è un gioiello, un’accademia, dove gravi signori dalla barba grigia custodiscono, con cuore pieno d’amore, i fasti della piccola patria.
…Vecchissime strade dove tira sempre vento, con targhe di marmo che ricordano come il gran poeta, figlio della città, nacque nella tal casa, visse nella tal altra e celebrò questa terra nella tale opera immortale.
…Strade un po’ meno vecchie con botteghe che imitano quelle di Parigi e il «senso unico» per le rare automobili. Il sabato c’è anche il mercato dove le contadine che vengono in cuffia bianca dalla vicinissima e placida campagna cicaleggiano nel loro dialetto in punta di lingua.
…E per finire, verso la città bassa, la Saône che scorre lungo viali dai vecchi alberi, lenta, calma, liscia, ma che tuttavia s’infuria bruscamente ogni inverno.
È la provincia; la provincia che appare così calma al parigino che l’attraversa di volo nella macchina da turismo, in certi caldi pomeriggi estivi, mentre il gran silenzio stagna sulle vie semideserte e non si ode altro che un arpeggio di pianoforte dietro una persiana chiusa…
La provincia, che sembra sopita, ma che è invece ardentemente viva nelle sue case a un piano dove si agitano commedie, drammi, rancori, amori, ricordi…

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2018-06-21T14:54:47+00:0021 giugno 2018|Categories: Manuzio|