Francesco Redi

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Francesco Redi2018-02-07T12:33:02+00:00

Francesco RediFrancesco Redi nasce il 18 febbraio 1626 ad Arezzo, primogenito di otto figli, di cui 5 femmine, che prenderanno tutte i voti, da Gregorio e Cecilia dei Ghinci; dopo aver fatto i suoi primi studi a Firenze, si laurea a Pisa in Filosofia e Medicina nel 1647.

Dal 1650 al ’54 è a Roma, ospite del Cardinal Colonna, dove continua gli studi e stringe amicizia con molti letterati e uomini di scienza dell’epoca, facilitato anche dal suo carattere socievole, gioviale e pronto nell’aiutare gli amici.

Tornato a Firenze, viene accolto al servizio dei Medici, coi quali sembra essere stato uno dei promotori dell’Accademia del Cimento, di cui fu comunque uno dei primi e più brillanti membri, e comincia a studiare le più importanti lingue europee (francese, tedesco, inglese e spagnolo) che riuscirà a possedere abbastanza bene; successivamente intraprende a studiare perfino l’arabo e il greco, di cui si accinge perfino a scrivere un vocabolario, che non è stato mai pubblicato; l’amore per le lingue lo aiuterà nella sua opera di compilatore del Vocabolario della Crusca, opera condotta insieme ad altri Accademici e che verrà pubblicata nel 1691.

Nel 1655, il 23 dicembre, come ebbe a scrivere lo stesso Redi in una lettera inviata all’amico Egidio Menagio nel 1678, fu nominato Accademico della Crusca, anche se non aveva ancora scritto né pubblicato niente, e quindi non poteva avere una fama di Letterato tale che potesse permettergli la nomina stessa; ma sicuramente molto gli giovò il fatto che fosse figlio del Primo medico del Granduca Ferdinando II, gli studi condotti e superati brillantemente a Pisa e una certa notorietà acquisita come erudito presso celebri Letterati e uomini di scienza, che in quegli anni aveva conosciuto sia a Roma che a Firenze.

Tre anni più tardi, nel ’58, fu incaricato insieme ad altri della correzione e dell’ampliamento delle voci del Vocabolario della Crusca, facendosi fautore di una lingua viva, lontana da ogni pedanteria, tutta basata sulle cose e sull’osservazione dei fenomeni linguistici operata con razionalità.

Il Redi si mostrò favorevole all’accettazione non solo delle parole usate dai grandi scrittori del Trecento, ma anche di quelle consacrate dalla pratica quotidiana della lingua parlata dagli eruditi e dai cortigiani raffinati, anche se talvolta, per confermare l’uso di certi vocaboli, nei suoi lavori di compilazione del Vocabolario inventava addirittura degli autori, che affermava di possedere manoscritti nella sua ricca biblioteca, da cui riprendeva degli esempi calzanti o, nella migliore delle ipotesi, riportava a memoria brani di autori conosciuti, quindi in maniera del tutto personale, in modo che confermassero le sue idee: questo suo modo di procedere verrà messo in evidenza due secoli dopo da uno studioso della stessa Accademia.

Questo incarico venne portato avanti in modo più vivo e impegnato dal momento in cui fu nominato Arciconsolo dell’Accademia, il 27 giugno 1678, succedendo a un illustre personaggio, l’amico Vincenzo da Filicaia, che verrà nominato anche nel Ditirambo; manterrà l’Arciconsolato fino al 1690, quando gli subentrerà il Gentiluomo fiorentino Manfredi Macigni.

Il suo impegno come Accademico della Crusca e l’amicizia col Granduca, determinata anche dal fatto, come abbiamo detto, che suo padre era Primo medico della corte medicea, gli permisero di partecipare, nel ’57, alla fondazione dell’Accademia del Cimento, della quale fu uno dei rappresentanti più attivi: comincia così quella sua attività di ricercatore più o meno scientifico che lo porta al possesso non solo di una vasta e solida cultura medica per quei tempi notevole, ma anche ad affermare un principio che sempre avrà presente nella sua produzione, anche poetica: quello di attenersi ai fatti e alla realtà, di sperimentare le verità e le affermazioni anche in prima persona, come farà con il veleno delle vipere, ingerito per dimostrare che questo diventa praticamente innocuo se bevuto ma è mortale se iniettato nel sangue.

Come Accademico del Cimento scriverà la maggior parte delle sue opere scientifiche e delle sue lettere che avranno come argomento osservazioni naturalistiche ed esperimenti vari di anatomia.

Nel 1663 viene nominato Lettore di Lingua Toscana dello Studio Fiorentino, ed ha come discepoli personaggi che assumeranno un posto di notevole importanza nel campo letterario verso la fine del secolo, tra i quali i più importanti furono il Filicaia, il Menzini ed il Salvini.

Del 1664 è la sua prima opera, un opuscolo di storia naturale, le Osservazioni intorno alle vipere, con la quale egli afferma una posizione di raggiunto prestigio non solo come medico e ricercatore scientifico, ma anche presso la corte granducale, tanto che tre anni più tardi, nel 1666, gli viene affidato l’incarico di sovrintendente della Fonderia e della Spezieria, e soprattutto di Archiatro, cioè Primo medico, da Ferdinando II, succedendo in pratica al padre che aveva mantenuto questa carica per molti anni, un incarico che continuerà a mantenere anche sotto il successore Cosimo III, divenuto Granduca di Toscana alla morte del padre nel 1670.

I suoi scritti nascono, secondo alcuni critici, da osservazioni occasionali, non in un preordinato campo di ricerca; il Redi mette comunque da parte superstizioni e dicerie e porta il suo lavoro sul piano della sperimentazione razionale e sensista, scindendo, per quanto possibil,e la scienza dalla morale cattolica e dai princìpi religiosi, spesso legati a una lettura acritica della Bibbia e che talvolta non tenevano conto dell’evoluzione lenta e faticosa della ricerca scientifica; anzi princìpi religiosi e morale cattolica spesso si mettono in violento contrasto con la scienza, basti pensare alla vicenda emblematica di Galileo, della teoria eliocentrica, della distinzione fra sostanza e accidente, ecc.

In lui, come nei ricercatori che vivono e operano a cavallo fra il Seicento e il Settecento, non interessano tanto le grandi questioni generali della Fisica o dell’Astronomia, quanto la realtà naturale del microcosmo, delle piccole cose, indagate con senso naturalistico e razionale, non privo di intuizioni geniali, che negli ultimi tempi stanno venendo alla luce grazie agli studi di appassionati studiosi di quella vasta attività di “appunti” che giace per lo più inesplorata.

Da questo nascono le sue già citate Osservazioni intorno alle vipere (1664), le Esperienze intorno alla generazione degli insetti (1668), le Esperienze intorno a diverse cose naturali, e particolarmente a quelle che ci son portate dalle Indie (1671), e infine, solo per citare le più importanti, le Osservazioni intorno agli animali viventi che si trovano negli animali viventi, pubblicate nel 1684.

Proprio nel campo della ricerca Redi acquistò una fama che lo rese celebre in Europa.

I Principi Mecenati trattavano allo stesso modo scienziati e artisti, letterati e poeti, mettendo a disposizione di tutti larghi mezzi per esprimere al massimo livello la propria personalità sia come elemento per vedersi onorare e soddisfare l’ambizione di essere ricordati dai posteri, sia come semplice e pura liberalità.

Nel 1685 pubblica il Bacco in Toscana, la sua opera letteraria più celebre, e viene chiamato a far parte dell’Accademia di Camera di Maria Cristina di Svezia e col nome di Anicio Traustio è tra i primissimi accademici dell’Arcadia, nella quale porta la sua esperienza non solo di letterato, ma anche di ricercatore naturalista, di persona lontana da ogni ampollosità marinista, legata ai fatti e alle espressioni chiare e semplici.

Dal 1690 la sua salute comincia a peggiorare, affetto da una malattia che si può approssimativamente identificare con l’epilessia, come afferma il Giacosa. Negli ultimi mesi della sua vita, l’uomo che con tanta sobrietà aveva curato i suoi ammalati con buon senso e realismo, lontano dalle superstizioni e dai consueti farmaci privi di benefici effetti, invocava tutti i giorni Gesù e si mostrava nel privato, perché non osava dichiararlo pubblicamente, fiducioso in pratiche un po’ arcane e irrazionali, come quella di farsi ungere di olii di devozione o di credere nel potere di guarigione delle fettuccie che avevano toccato le ossa o la testa di S. Ranieri.

Negli ultimi tempi fu, quindi, un po’ bigotto, come il Granduca Cosimo III, di cui era il cortigiano affettuoso e il confidente. Nel 1697, mentre si trovava a Pisa insieme alla corte di Cosimo III, la mattina del primo marzo fu trovato morto nel suo letto. Così scrive l’abate Salvino Salvini (Opere di Francesco Redi, vol. I, Milano, Società tipografica de’ Classici italiani contrada di Santa Margherita n. 1118, anno 1809, pag. XX e seguenti) nella sua breve biografia di Redi: “In mezzo a queste sue glorie (le opere che letterati e scienziati gli dedicavano, ndr), ad onta di sua piccola complessione debilitata bene spesso dalle malattie, che lo travagliavano, come fu il mal caduco, da lui pazientemente negli ultimi anni di sua vita sofferto, mantenne sempre indefesso l’amore alle Lettere, e l’affezione agli amici, i cui parti d’ingegno volentieri tutto dì ascoltava: e sopra tutto l’assiduo servigio, che egli prestava alla Casa Serenissima di Toscana, colla quale portatosi finalmente a Pisa l’anno 1697.

Fu la mattina del dì primo del mese di Marzo dall’Incarnazione del Salvatore trovato nel proprio letto, esser passato, a cagione delle suddette sue indisposizioni, da un breve e placido sonno agli eterni riposi del cielo, dove il suo buon costume, e la sua religiosità ci persuadono, che egli sia andato sicuramente.”

Il cadavere, imbalsamato nella stessa Pisa, venne trasportato per sua espressa volontà ad Arezzo e tumulato in un ricco mausoleo nella Chiesa di San Francesco fattogli edificare dal nipote Gregorino, anch’egli Accademico della Crusca, erede di tutti i suoi beni e unico familiare cui il celibe Redi fu legato da affetto. Sul sepolcro furono scolpite solamente queste parole: FRANCISCO REDI PATRITIO ARETINO GREGORIUS FRATRIS FILIUS.

La ‘Casa Serenissima di Toscana’ per pubblico decreto “collocò il suo ritratto come suol fare degli illustri suoi cittadini, nel palagio pubblico; imitando in ciò il glorioso esempio di Cosimo III, che non solo in foglio, ma in bronzo lui vivente, fece imprimere in tre artificiose medaglie con ingegnosi rovesci, alludenti alle tre facoltà, che in eccellente grado possedeva di filosofia, Medicina e Poesia.

L’Arcadia, di cui fece parte col nome di Anicio Traustio, gli tributò particolari onori; e l’Accademia della Crusca di Firenze il 13 agosto 1699 gli celebrò un particolare onore, con la lettura di numerosi componimenti poetici e un’orazione funebre, che riportiamo in altra parte, scritta e recitata dall’Abate Salvino Salvini, che mise in luce come tutta la vita del Redi fosse stata un “continuo esercizio di letterata amicizia”.

Note biografiche a cura di Giuseppe Bonghi.

Elenco opere (click sul titolo per il download gratuito)

 
autore:
Francesco Redi
ordinamento:
Redi, Francesco
elenco:
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