Giovanni Battista Pergolesi

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Giovanni Battista Pergolesi 2016-10-14T03:21:48+00:00

Giovanni Battista PergolesiGiovanni Battista Draghi detto Pergolesi (Jesi, 4 gennaio 1710 – Pozzuoli, 17 marzo 1736) fu un compositore, organista e violinista italiano di opere buffe e musica sacra dell’epoca barocca.

Giovanni Battista Draghi (o Drago) nasce a Jesi in provincia d’Ancona nel 1710.

Il soprannome Pergolesi deriva dal nonno Francesco, un artigiano originario della cittadina di Pergola (PU) trasferitosi nel 1635 nella città natale di Giovanni Battista. Col tempo il soprannome Pergolesi divenne di uso comune per designare la sua famiglia.

La posizione del padre, amministratore statale, consentì al giovane Giovanni Battista di avere una giovinezza relativamente agiata ed una prima formazione musicale. Fece i primi studi di organo e violino nella città natale, durante i quali mostrò notevole talento musicale. All’età di quindici anni, grazie al mecenatismo del vescovo di Larino e Governatore della Santa Casa di Loreto Carlo Maria Pianetti fu ammesso nel celebre "Conservatorio dei poveri di Gesù Cristo" a Napoli, ove ebbe modo di studiare composizione con alcuni dei più celebri autori della Scuola musicale napoletana, come Francesco Durante e Gaetano Greco.

In virtù del suo talento come violinista, Pergolesi fu nominato nel 1729 capo paranza dell’orchestra del conservatorio, titolo che si potrebbe associare all’attuale primo violino. Si diplomò nel 1731 a ventuno anni, componendo, come saggio finale, l’oratorio La conversione e morte di San Guglielmo; nell’ultimo anno di studi aveva già composto altre opere di pregio come l’oratorio La fenice sul rogo, ovvero la morte di San Giuseppe (la cui attribuzione è considerata dubbia da alcuni studiosi), una Messa in Re e l’opera Salustia (messa in scena 2 anni dopo), che gli diedero una certa fama e lo posero nel novero dei più promettenti giovani compositori napoletani.

Proprio per questa notorietà, al termine degli studi fu assunto dal Principe Stigliano Colonna (appartenente al ramo napoletano della nota famiglia nobile) con l’incarico di maestro di cappella, godendo inoltre della protezione dell’influente duca di Maddaloni.

Grazie all’ottimo successo del suo oratorio La conversione e morte di San Guglielmo, nel periodo tra il 1731 e il 1732 Pergolesi ebbe modo di allestire la sua prima opera lirica: il dramma per musica Salustia, sul libretto di anonimo, tratto dall’Alessandro Severo di Apostolo Zeno. Commissionatagli dal Teatro San Bartolomeo di Napoli, ebbe la prima rappresentazione nel gennaio del 1732.

Dal punto di vista musicale si trattò di un’opera decisamente conservatrice, certamente a causa delle pressioni del primo attore, Nicolò Grimaldi, detto Nicolino, cantante di valore, ma anziano e legato alle convenzioni della "vecchia scuola" di autori come Georg Friedrich Händel. La morte del Nicolino a poche settimane dalla prima e la sostituzione col ben più giovane Giocacchino Conti crearono seri problemi all’allestimento e costrinsero, fra l’altro, a riscrivere ben tre volte la sinfonia d’apertura ed a riadattare alcune arie. Queste vicissitudini aiutano a comprendere la sensazione di incompiutezza e di immaturità dell’opera e a giustificare il successo solo parziale che ottenne alla sua messa in scena.

Tutt’altro esito ebbe Lo Frate ‘nnamorato, una commedia in musica in italiano e in napoletano su libretto di Gennaro Antonio Federico, allestita dal Teatro dei Fiorentini nel settembre 1732, eccezionalmente ripresa, con alcune modifiche dello stesso autore, già due anni dopo per le celebrazioni del carnevale. L’opera ebbe un successo straordinario e fu indubbiamente la composizione di maggiore fortuna durante la vita del Pergolesi.

Nel novembre del 1732 Pergolesi ottiene l’incarico di organista soprannumerario presso la Cappella Reale. Particolarmente interessante è la relazione sulla sua assunzione, custodita dall’archivio di Stato di Napoli, nella quale si fa riferimento alle enormi aspettative che accompagnavano la sua carriera, al grande successo dell’opera Lo Frate ‘nnamorato e soprattutto al bisogno che tiene la Cappella Reale de soggetti che compongono sopra il gusto moderno’.

I drammatici maremoti che colpirono la città di Napoli alla fine del 1732 portarono alla sospensione delle celebrazioni del carnevale nella città partenopea per il 1733 e la stagione dei teatri, che proprio in quel periodo presentava i più ricchi allestimenti, fu cancellata in ossequio al lutto. Proprio a causa di questa tragica sciagura fu commissionata la Messa in Re maggiore, a dieci voci e due cori.

Per poter mettere in scena il suo nuovo lavoro teatrale, Pergolesi dovette attendere la fine dell’estate, in particolare il 28 agosto 1733, in occasione del compleanno dell’imperatrice Maria Cristina. Si tratta de Il Prigionier Superbo, dramma per musica in tre atti, con libretto attribuito a Gennaro Antonio Federico, tratto da La fede tradita e vendicata di Francesco Silvani, la cui musica era pronta da quasi un anno. Il successo fu ottimo, tanto da costringere gli impresari a prolungare le repliche, originariamente previste per il solo mese di settembre, fino alla fine del mese di ottobre.

Tuttavia, la fama di queste rappresentazioni non è tanto collegata all’opera principale, quanto alla composizione che veniva eseguita durante gli intervalli: si trattava infatti della celebre La Serva Padrona, un breve intermezzo buffo in due atti. Questa composizione, di carattere allegro e scanzonato e non priva di malizia, composta in maniera libera e senza tenere conto dei formalismi musicali dell’epoca, rappresenta situazioni e personaggi caricaturali ma realistici, vicini a quelli della tradizionale commedia dell’arte.

Proprio la rappresentazione di questa breve opera a Parigi nel 1752 scatenò una disputa, nota come la Querelle des bouffons, fra i sostenitori dell’opera tradizionale francese, incarnata dallo stile di Jean-Baptiste Lully e Jean-Philippe Rameau, e i sostenitori della nuova opera buffa italiana fra cui alcuni enciclopedisti (in particolare Jean Jacques Rousseau, anch’egli compositore). La disputa divise la comunità musicale francese e la stessa corte (con la regina che si schierò a fianco degli "italiani"), per due anni, e portò ad una rapida evoluzione del gusto musicale del paese transalpino verso modelli meno schematici e più moderni.

Dopo il successo dell’anno precedente, nel 1734 Pergolesi mise in scena Adriano in Siria, dramma in musica in tre atti su libretto di Pietro Metastasio, commissionatogli per le celebrazioni del compleanno della regina Elisabetta Farnese ed allestita al Teatro San Bartolomeo. A quest’opera venne abbinato l’altro celebre intermezzo buffo, Livietta e Tracollo, anch’esso destinato a superare per fama l’opera principale in cui era inserito, seppure senza raggiungere la popolarità universale del precedente La Serva Padrona.

Nel febbraio era intanto stato nominato maestro di Cappella sostituto dalla «Fedelissima Città di Napoli», posizione di prestigio che gli consentiva di aspirare alla successione del titolare, l’anziano e stimato Domenico Sarro.

Soprattutto in quest’anno, la ripresa dell’opera Lo Frate ‘nnamorato addirittura superò per successo l’allestimento originario, diventando l’attrazione principale del carnevale partenopeo e permettendo all’autore di allargare la propria popolarità al di là dei confini della città di Napoli.

Il 10 maggio 1734 Carlo di Borbone aveva conquistato la città di Napoli e gran parte dell’aristocrazia asburgica che aveva fornito appoggio e sostegno alla carriera di Pergolesi aveva trovato rifugio a Roma, in attesa dell’evolversi della situazione.

Su invito e con l’appoggio dei suoi mecenati duchi di Maddaloni e della famiglia Colonna nel gennaio 1735 Pergolesi debuttò a Roma, al Teatro di Tordinona, con L’Olimpiade, dramma in tre atti su soggetto di Metastasio. A causa delle precarie condizioni finanziarie degli impresari, l’opera venne allestita in maniera non consona al valore musicale, costringendo, ad esempio, a rinunciare alle parti per il coro ed a ricorrere a cantanti di secondo piano. Tuttavia, nonostante il parziale insuccesso iniziale, la musica è probabilmente fra la più ispirata mai scritta dal Pergolesi e non deve stupire il fatto sia stata considerata da diversi critici (fra i quali lo scrittore Stendhal) la rappresentazione in musica più riuscita del libretto del Metastasio.

Maggiore fortuna aveva avuto la sua Messa in Fa per sei voci e coro, nota come Missa Romana: ebbe la prima esecuzione il 16 maggio 1734 alla chiesa romana di San Lorenzo in Lucina. Essa è tuttora una delle sue composizioni di musica sacra più note ed eseguite.

La disorganizzazione del mondo teatrale romano e l’acuirsi dei problemi di salute indussero Pergolesi a tornare a Napoli, dove nell’autunno rappresentò al Teatro Nuovo Il Flaminio, dramma in musica su libretto del fido Gennaro Antonio Federico. Si trattò di un lavoro maturo ed interessante da diversi punti di vista, come l’utilizzo di diversi registri musicali (con l’utilizzo di stilemi della tradizione folcloristica napoletana) a seconda della classe sociale del personaggio, la scelta di scrivere in dialetto le parti del libretto destinate ai personaggi più “popolani” o la caratteristica di affiancare ad arie serie momenti musicalmente più leggeri e addirittura comici.

L’opera fu un grande successo e a Pergolesi arrivò la commissione di una serenata per le nozze del Principe Raimondo di San Severo con Carlotta Gaetani dell’Aquila di Aragona. Tale serenata andava completata per il giorno del matrimonio, fissato per il 1º dicembre 1735 a Torremaggiore, tuttavia le peggiorate condizioni di salute del musicista lo costrinsero a interrompere la composizione e a musicarne solo una parte. La musica è andata perduta e si desume ciò dal ritrovamento del libretto. L’incedere inflessibile della tubercolosi sul suo fisico lo costrinse a salutare sua zia Cecilia Giorgi, che si era trasferita a Napoli per aiutarlo e a ritirarsi a Pozzuoli, dove si riteneva ci fosse un clima più salubre e poteva contare sull’asilo e l’assistenza medica del locale convento dei cappuccini.

In tutta la sua breve carriera, parallelamente all’attività operistica, Pergolesi fu un fecondo autore di musica sacra, ma è solo ai suoi ultimi mesi di vita che dobbiamo la composizione di quelli che sono considerati il suo lascito più importante in questo ambito: si tratta del suo Salve Regina del 1736 e soprattutto del coevo Stabat Mater per orchestra d’archi, soprano e contralto, che la tradizione vuole sia stato completato il giorno stesso della sua morte.

Se questo aneddoto sia realistico o si tratti di un ulteriore ricamo romantico fiorito attorno alla figura del Pergolesi è di secondaria importanza. È invece certa, come si rileva nello studio dell’autografo, una grande fretta di scrivere, confermata da numerosi errori, parti di viole mancanti o soltanto abbozzate, e più in generale un certo disordine tipico di chi ha poco tempo davanti a sé. Tanto che in calce all’ultima pagina dello spartito scrisse di suo pugno "Finis Laus Deo", quasi a mostrare il sollievo per aver avuto "il tempo necessario per concludere l’opera".

È da notare il fatto che quest’opera fosse commissionata dai Cavalieri della Vergine dei dolori della Confraternita di San Luigi al Palazzo per sostituire lo Stabat Mater di Alessandro Scarlatti, che veniva tradizionalmente eseguito nel periodo quaresimale: che una composizione del celebre Alessandro Scarlatti, datata 1724, fosse sostituita è indicativo della rapida evoluzione del gusto musicale nella Napoli settecentesca e di come composizioni di pochi anni più antiche fossero considerate di stile arcaico rispetto allo stile proposto da musicisti come Pergolesi.

È infine da ricordare come la musica dello Stabat Mater pergolesiano sia da sempre estremamente apprezzata, tanto che Johann Sebastian Bach la utilizzò per farne una parafrasi (modificando l’orchestrazione della viola ed aggiungendovi l’uso di un coro), nel suo salmo Tilge, Höchster, meine Sünden (BWV 1083).

La parabola artistica di Pergolesi, afflitto dall’infanzia da seri problemi di salute – si ritiene fosse affetto da spina bifida o da poliomielite – si compì in appena cinque anni.

Morì di tubercolosi a soli 26 anni, nel 1736, nel convento dei cappuccini di Pozzuoli. Fu sepolto nella fossa comune della Cattedrale di Pozzuoli.

Scarna e di dubbia attribuzione è l’attività nella musica strumentale: quello che era considerato il suo lascito più notevole, la raccolta I Concerti Armonici, è definitivamente risultata essere opera del compositore dilettante fiammingo Unico Wilhelm van Wassenaer da quando, nel 1979, ne sono stati rintracciati gli originali autografi presso il castello di Twickel, in Olanda.

Note biografiche tratte (e riassunte) da Wikipedia
http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Battista_Pergolesi

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Autore:
Giovanni Battista Pergolesi
Ordinamento:
Pergolesi, Giovanni Battista
Elenco:
P