Angelica Palli BartolommeiLivorno 1798 nov. 22 – Livorno 1875 mar. 6

Primogenita di quattro fratelli, nacque a Livorno nel 1798 da Panajotti Palli, commerciante di successo, e da Dorotea Di Giorgio, entrambi di origine greca.

Educata in casa, fin da piccola rivelò precoce versatilità poetica come compositrice e improvvisatrice, divenendo presto membro dell’Accademia Labronica con il nome di Zelmira. Dai primi anni Venti la dimora paterna, in seguito alla guerra per l’indipendenza della Grecia, si tramutò in un centro di filellenismo, dove Angelica intratteneva gli ospiti con la conversazione colta e sosteneva appassionatamente la causa greca. Fu in questa veste che instaurò rapporti con Vieusseux e l’ambiente dell’Antologia: le cronache tramandano una sua esibizione come improvvisatrice, la sera del 3 maggio 1824, a palazzo Buondelmonti, dove non erano usualmente ammesse le donne.

Agli anni 20 dell’Ottocento a Livorno registrano le sue prime pubblicazioni significative nella forma di tre drammi, concepiti secondo il modello alfieriano (Tieste (1820), Saffo (1823), Buondelmonte Buondelmonti (1828)), un volume di Poesie (1824) ed un romanzo, Alessio o gli ultimi giorni di Psara (1827), ambientato durante la guerra d’indipendenza ellenica. Le Poesie, recensite da Giuseppe Montani nell’Antologia, costituiscono uno fra i primi esempi di raccolte di rime politiche al femminile destinate ad avere molta fortuna nel Risorgimento.

Verso la fine degli anni 20 Angelica si innamorò di Giovan Paolo Bartolommei, appartenente a una ricchissima famiglia di mercanti corsi trasferitasi a Livorno dalla Corsica, politicamente orientato verso il mazzinianesimo. I genitori di lui erano fermamente contrari al fidanzamento, avendo il giovane 19 anni ed essendo lei trentunenne, di religione ortodossa e di famiglia socialmente inferiore; con un gesto clamoroso, i due decisero di fuggire, recandosi dapprima a Roma e poi a Corfù, dove si sposarono con rito cattolico nell’agosto 1831 e dove in novembre nacque il figlio Luciano.

Rientrata col marito in Toscana nel 1832, Angelica visse a contatto con gli ambienti democratici di Livorno: il fratello Giovanni era affiliato alla setta di ispirazione buonarottiana dei Veri Italiani, l’altro fratello, Michele, e Bartolomei aderivano entrambi alla Giovane Italia, mentre Angelica stessa era amica assidua di Francesco Domenico Guerrazzi che, nell’edizione del 1845, le dedicò la sua Battaglia di Benevento.

A palazzo Bartolomei, agli Scali del Pesce, Angelica gestiva un salotto dall’impronta culturale e politica, dove, oltre a Guerrazzi, circolava l’intellighenzia livornese e quella di passaggio (come ad esempio Carlo Bini, Giuseppe Giusti, l’egittologo Jean-François Champollion).

Tuttavia, già a partire dai primi anni 40, le posizioni politiche dei coniugi Bartolommei si distaccarono dal mazzinianesimo e dall’avvicinamento al liberalismo moderato scaturì una decisa rottura, anche personale, con Guerrazzi. Non a caso nel Sogno fantastico di una notte di Carnevale (1848), atto unico di argomento quarantottesco, Angelica fa esplicito riferimento alle divisioni dentro il movimento liberale e al contrasto fra democratici e moderati.

Alla guerra del 1848 la famiglia Bartolommei partecipò al gran completo, armando a proprie spese un battaglione di volontari. E così, mentre Giovan Paolo con Michele Palli e il giovanissimo Luciano partirono per la Lombardia, Angelica poche settimane dopo volle raggiungere i luoghi delle battaglie, per stare vicino ai propri cari ma anche per seguire da vicino i fatti: le sue riflessioni critiche sugli avvenimenti, presenti anche nelle lettere indirizzate a Bettino Ricasoli, si trasformarono in articoli per i giornali come L’Italia, stampato a Pisa, Il cittadino Italiano, livornese, e, soprattutto La Patria, pubblicato a Firenze.

In seguito alla sconfitta piemontese, i coniugi Bartolommei tornarono a Livorno, stabilendosi però nella tenuta di Limone perché soggetti ad una difficile situazione finanziaria dovuta all’impegno profuso in guerra e, soprattutto, ad alcuni investimenti sbagliati.

Intanto gli avvenimenti tra l’agosto del 1848 e il maggio del 1849, che portarono al triumvirato della Toscana di Guerrazzi e alla successiva occupazione degli austriaci, colpirono molto la sensibilità politica di Angelica, tanto da farle auspicare un ritorno del granduca, se pure in un alveo costituzionale.

Testimonianza della sua visione sociale è il trattato Discorsi di una donna alle giovani maritate del suo paese (1851), una riflessione sul ruolo femminile in cui l’autrice, pur denunciando la disparità dell’educazione delle ragazze, propone, per le donne, un modello del tutto subordinato alla famiglia, cui esse dovrebbero sacrificare ogni ambizione per tutelare l’ambito domestico.

Morto il marito nel 1853, Angelica si trasferì a Torino per seguire l’istruzione del figlio Luciano ch’era stato ammesso alla scuola militare.

Anche il periodo torinese fu caratterizzato dall’apertura di un salotto, punto di incontro, come altri ritrovi mondani nella città sabauda, per i tanti esuli e intellettuali attratti dal Piemonte dello Statuto Albertino.

Nella capitale piemontese scrisse Le confessioni di un Corso (1855), dedicato a Giuseppe Cipriani: un poemetto in versi dove, sul modello de I Profughi di Parga di Berchet, l’intreccio avventuroso e sentimentale si sviluppa su di uno sfondo storico-civile rappresentato dal patriottismo indipendentista corso.

Tornata definitivamente a Livorno, diede vita nel 1858 a un settimanale di lettere, scienze ed arti, Il Romito, di cui assunse la direzione: il giornale, pubblicato dal 1° gennaio 1859 al 27 luglio 1861, si pronunciò nettamente a sostegno del progetto cavouriano di unificazione nazionale.

Nell’ultimo periodo della sua vita, coltivò interessi pedagogici, tentando senza esito di aprire a Livorno una scuola femminile secondaria per la formazione delle future insegnanti; testimonianza dei suoi principi educativi fu il discorso tenuto per l’inaugurazione di una scuola femminile gratuita rivolta alle classi umili: Poche parole lette all’inaugurazione delle Scuole femminili gratuite… il dì 8 gennaio 1871.

Tra le opere date alle stampe nei suoi ultimi anni la novella Ulrico e Elfrida (1868); la raccolta dei Componimenti drammatici, comprendente Dante a Verona, Corinna, Corrado e Imelda ossia Gregorio VII e la contessa Matilde (1872); il dramma Lella (1873); la fiaba Il gobbo di Santa Fiora (1874).

Morì nel marzo 1875 e fu sepolta nel cimitero greco-ortodosso di Livorno.

L’anno successivo apparve un volume comprendente racconti composti in epoche diversi e in parte riuniti dall’autrice prima di morire nei Racconti (1876): tra questi testi una versione largamente rivista dell’Alessio.

Angelica Palli costituisce il paradigma di quelle donne appartenenti ai ceti medio-alti (scrittrici, poetesse, signore di salotto) che, nei decenni tra la Restaurazione e l’Unità nazionale, interpretarono un ruolo pubblico di primo piano, contribuendo attivamente a tessere intense relazioni culturali e sociali di cui fu innervato il pensiero risorgimentale. Tale aspetto emerge con evidenza dai suoi carteggi, il cui fondo più consistente è conservato insieme a diversi manoscritti inediti tra le Carte Angelica Palli della Biblioteca Labronica di Livorno.

Fonti

Note biografiche a cura di Pier Filippo Flores.

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autore:
Angelica Palli Bartolommei
ordinamento:
Palli Bartolommei, Angelica
elenco:
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