Lorenzo Milani

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Lorenzo Milani 2016-10-14T03:23:52+00:00

Lorenzo Carlo Domenico Milani ComparettiLorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti nasce in un sontuoso palazzo di Firenze il 27 maggio del 1923, da una colta famiglia borghese.

Era figlio di Albano Milani, laureato in chimica, poeta, filologo, conoscitore di sei lingue, professore universitario, e di Alice Weiss, donna colta appartenente a una famiglia di origine israelita boema, da tempo trapiantata nella Trieste asburgica. Il nonno Luigi era un notissimo archeologo. L’antenato più illustre è il bisnonno Domenico Comparetti, grande filologo che conosceva diciannove lingue.

Una famiglia in cui la cultura è di casa, in cui le ben radicate tradizioni intellettuali non consentono alcun accenno a problematiche religiose: verso la religione si tiene nella famiglia Milani un atteggiamento noncurante, agnostico, sostanzialmente laico. Ha un fratello maggiore, Adriano, e una sorella minore, Elena. La famiglia è solita trasferirsi in estate nella villa “Il Ginepro” di Castiglioncello: qui per intrattenere i signorini che, insieme ai Milani, trascorrevano le vacanze estive, scriveva testi teatrali Sergio Tofano, il futuro creatore del signor Bonaventura.

Da generazioni i Milani si dedicavano a raffinati interessi culturali, vivendo della rendita della tenuta di Montespertoli, composta di venticinque poderi, che aveva mantenuto intere generazioni di signori e letterati. Nel 1930, però, quando Lorenzo ha sette anni, la famiglia Milani che stava attraversando un periodo difficile a causa della grande crisi economica, è costretta a trasferirsi a Milano, dove il signor Albano va a lavorare come direttore d’azienda. Qui Lorenzo passa tutta l’infanzia e l’adolescenza (con intervalli di alcuni mesi passati in Riviera, a Savona, a causa di una malattia agli occhi, manifestatasi la prima volta quando aveva dieci anni e, più in generale, di una salute piuttosto cagionevole), proseguendo gli studi fino alla maturità classica, conseguita (anche per ossequio alle tradizioni familiari) il 21 maggio 1941 senza esame di stato, a causa della guerra che anticipa la chiusura delle scuole.

Non fu mai uno studente modello, anche perché le basi culturali ereditate dal contesto familiare erano nettamente superiori a quelle che si ricevevano nella scuola del tempo. Un giudizio sulla formazione ricevuta nella scuola pubblica fascista si ritrova nella celebre “lettera ai giudici”: «Ci presentavano l’impero come una gloria della Patria! Avevo 13 anni. Mi par oggi. Saltavo di gioia per l’Impero. I nostri maestri s’erano dimenticati di dirci che gli Etiopici erano migliori di noi. Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini mentre loro non ci avevano fatto nulla. Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente non so, preparava gli orrori di tre anni dopo. Preparava milioni di soldati obbedienti. Obbedienti agli ordini di Mussolini. Anzi, per essere più precisi, obbedienti agli ordini di Hitler. Cinquanta milioni di morti». Tra questi cinquanta milioni di morti, sei milioni saranno ebrei. Proprio per difendersi dalle leggi razziali e dalla persecuzione contro gli ebrei che era cominciata in Germania, con la presa di potere da parte di Hitler nel gennaio 1933, il 29 giugno dello stesso anno i coniugi Milani, sposati solo civilmente, e nonostante il loro atteggiamento agnostico verso la religione, celebrano il matrimonio in chiesa e battezzano i loro tre figli. La decisione si dimostrerà avveduta quando nel ’43 inizieranno le persecuzioni contro gli ebrei a Firenze.

Sempre durante gli anni del liceo, nell’estate del ’37, nella proprietà dei Milani a Gigliola (Montespertoli) Lorenzo chiede, tra lo stupore della famiglia, di ricevere la prima comunione. Dopo la maturità si rifiuta di andare all’università, come tradizione per i Milani. Manifesta, invece, l’intenzione di dedicarsi alla pittura. Lo scontro con la scuola italiana sembra finire qui. Si trasferisce così a Firenze e si iscrive alla scuola privata del pittore tedesco H.J. Staude (che Lorenzo continuerà a frequentare più tardi, sia a San Donato che a Barbiana). Il padre la ritiene una “bambinata”, si aspettava che intraprendesse una fortunata carriera da intellettuale universitario, che seguisse le tradizioni di famiglia.

A Firenze, a causa del suo anticonformismo, Lorenzo non rinuncia al fascino della vita spensierata, ma l’esperienza diretta a contatto con la gente comune, con tutta la durezza dei suoi messaggi, ben presto gli porge davanti agli occhi una realtà che va a contrapporsi fortemente alle raffinatezze delle discussioni intellettuali in cui era cresciuto. Risale a questo periodo un episodio che lo segnerà profondamente. In tempo di guerra e di fame, mentre Lorenzo, con tutta l’aria tipica del giovane di famiglia benestante, dipinge e mangia un panino nei pressi di palazzo Pitti, una donna del popolo lo apostrofa: «Non si viene a mangiare il pane bianco nelle strade dei poveri!». Questo episodio, raccontato da lui stesso a Adele Corradi, gli fa confidare: «Mi sono accorto di essere odiato e che me ne importava». La professoressa Corradi, per anni insegnante alla Scuola di Barbiana, ci fornisce anche la seguente testimonianza: «Un senso di colpa tremendo che aveva già provato quando l’autista di famiglia lo accompagnava a scuola. Voleva lo scendesse prima, perché si vergognava farsi vedere dai compagni».

Prende così ben presto coscienza dello stato di privilegio in cui aveva vissuto e in cui viveva, in questi anni in cui forte si fa sentire in lui il peso della guerra, dell’altrui fame e delle discriminazioni razziali (il cugino materno, Edoardo Weiss, due anni prima, era stato costretto a fuggire in America). È questo per lui un periodo di sofferente transizione, che lo porterà ad abbandonare le “mollezze” e il tipo di linguaggio acquisito in famiglia (ne sono testimonianza alcune lettere di questi anni, come ad esempio quella all’amico scrittore Oreste Del Buono, che firmerà “Lorenzino Dio e pittore”, che lascia intravedere ancora le manie d’onnipotenza del giovane adolescente). Con la pittura si apre la parentesi di vita da artista “bohémien”: nel suo decadentismo agnostico è fortemente influenzato dal “bello e funzionale” di Le Courbisier e dal “lavoro collettivo” dell’architettura di Michelucci. Legge Claudel e si accende anche d’interesse per la pittura religiosa. È proprio attraverso lo studio sui colori utilizzati nella liturgia cattolica che Lorenzo si avvicina in qualche modo alla religione.

L’esperienza pittorica gli insegna a cercare i significati profondi che stanno dietro all’immagine, significati che lo porteranno ad allontanarsi del tutto dai valori ereditati dalla cultura familiare. Si legge in un’altra lettera all’amico Oreste Del Buono, scritta in seguito al ritrovamento, a Gigliola, nel ’42 di un vecchio messale: «Ho letto la Messa. Ma sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca d’autore?». Sempre di questi anni è l’amicizia con Carla Sborgi, con la quale fu “quasi fidanzato”.

Nel settembre del ’42 si iscrive all’Accademia di belle Arti di Brera. La famiglia, pur continuando a non condividere la sua scelta, lo aiuta ad aprire uno studio in quella città, ma si trasferisce, nel novembre dello stesso anno, a causa della guerra, nuovamente a Firenze. Ben presto fu chiaro, però, che la pittura, attività solitaria, era insufficiente al suo bisogno di comunicare. Ricorderà in seguito Hans Joachim Staude, il maestro di pittura di Firenze: «Non ho mai creduto, neanche per un momento, che la pittura fosse la strada di Lorenzo Milani… Si vedeva che stava volentieri in mezzo ai giovani, e che c’era in lui questo desiderio di vivere in una comunità […]».

Il 12 giugno del ’43 il giovane Lorenzo, ormai convertito, riceve la cresima dal cardinale Elia Dalla Costa, in forma privata. Una conversione che, come disse poi la madre, «nacque per gradi. E nacque da un senso di vuoto, d’insoddisfazione […] Poi, non so come, si ritrovò in mano un libro sulla liturgia cattolica. Lorenzo se ne entusiasmò, ma tutti, lì per lì, si pensò che fosse l’entusiasmo di un esteta. Invece era accaduto, o stava per accadere in lui qualcosa di assolutamente diverso. Di lì a pochi mesi,… entrò in seminario».

Nell’estate del ’43 Lorenzo entra nella sacrestia di Santa Maria Visdomini nel cuore di Firenze, e qui conosce mons. Raffaello Bensi, quello che diverrà il suo padre spirituale, al quale Lorenzo sarà legato da un affetto viscerale e che correrà spesso in futuro in suo aiuto nei momenti di maggior tensione dei suoi rapporti con la Chiesa. «Da quel giorno d’agosto fino all’autunno, si ingozzò letteralmente di Vangelo e di Cristo. Quel ragazzo partì subito per l’assoluto, senza vie di mezzo. Voleva salvarsi e salvare, ad ogni costo. Trasparente e duro come un diamante, doveva subito ferirsi e ferire. E così fu», si legge in una delle poche testimonianze lasciate da mons. Bensi. L’8 novembre del ’43 Lorenzo entra nel Seminario di cestello in Oltrarno per farsi sacerdote, dove conosce mons. Bartoletti, don Rossi, don Nesi e dove, pur nei contrasti col rettore mons. Giulio Lorini e con i superiori (quel don Mario Tirapani che da vicario generale della diocesi lo perseguiterà e lo farà confinare a Barbina), accetterà le dure regole (lo “star zitti in latino”).

Da questo momento sarà allo stesso tempo obbediente e ribelle a una Chiesa nella quale si sentirà inserito (sarà sempre “fanatico dell’osservanza della regola”), ma alla quale non rinuncerà mai di far sentire il suo “spirito schietto”. L’onnipotenza e l’acceso soggettivismo di Lorenzino Dio e Pittore lasciano il posto all’ascolto di una Verità che viene dall’alto. Una Verità che essendo per Lorenzo qualcosa di “certo”, e conseguentemente di “non dimostrabile”, fa sì che la sua sia una dottrina della liberazione e dell’emancipazione del popolo di Dio, che il Dio in cui crede (che non ha esitato a farsi servo, a divenire simile agli uomini, a umiliarsi per la loro salvezza) sia un Dio immanente, che interagisce con la storia delle sue creature. D’altronde anche le ragioni che sono dietro la sua scelta di farsi prete sono state dettate da condizioni storico-materiali: «E pensare che mi son fatto cristiano e prete solo per spogliarmi d’ogni privilegio!», dirà in un suo scritto.

Il contesto sociale in cui è vissuto ha indubbiamente influenzato una scelta di vita così estrema; vivere eventi storici, quali quelli avvenuti tra le due guerre e avere, in prima persona, sperimentato le complicità di classe delle “buone famiglie”, cui egli stesso apparteneva, agli orrori del nazifascismo (di cui le stesse costituivano il vero e proprio retroterra), ha consentito a Lorenzo di analizzare, con lucidità e sensibilità particolari, i meccanismi che sostengono il potere della classe dominante, e lo ha spinto a farlo all’interno (più spesso ai confini) di una Chiesa che, pur conservando Dio all’interno delle proprie tradizioni, doveva lavorare a stretto contatto con gli strati più poveri della societàe doveva mirare a riscoprire il valore delle “culture subalterne”.

La famiglia non approva la scelta di vita religiosa fatta dal figlio. Alla cerimonia della tonsura, l’atto di rinuncia al mondo per poter entrare nello stato ecclesiastico, nessuno dei parenti sarà presente. Nel referendum istituzionale del 2 giugno ‘46 Lorenzo, nonostante le raccomandazioni contrarie del cardinale, si schiera per la Repubblica. Il 13 luglio 1947, a Santa Maria del Fiore, Lorenzo viene ordinato sacerdote dal cardinale Dalla Costa. Pochi mesi dopo, il 9 ottobre del ’47, viene mandato nel grosso borgo operaio di San Donato, a Calenzano (Firenze), come cappellano del vecchio preposto don Daniele Pugi. È qui che il giovane parroco elabora il suo catechismo storico. È qui che in poco tempo fonda la scuola popolare serale per giovani operai e contadini, che gli provoca l’opposizione dei parrocchiani benpensanti e degli aderenti alla DC e che segna l’inizio di un lungo periodo di opposizione al suo operato. È qui che nasce il nucleo fondamentale delle sue Esperienze pastorali.

La scuola è concepita dal giovane sacerdote come un tramite e una proposta unificanti per combattere quella che gli si presenta subito come una “barriera della coscienza”, come un’impossibilità di comunicazione: la soglia della coscienza, dove risiede la parola, non era, infatti, raggiungibile dal popolo. È per questo che da sacerdote non amerà rivolgersi ai borghesi e agli studenti, agli intellettuali, che posseggono la parola ma che la usano in modo sterile («[…] io parlo, e scrivo. Non per farmi incensare dai borghesi come uno di loro […]»). Ed è per questo che si batte contro quella concezione dell’umanità divisa in due mondi, separati giustappunto dai limiti invalicabili della cultura, due mondi che egli ha vissuto e sperimentato di persona, “convertendosi” a questi valori proprio nel passaggio dall’uno all’altro.

Combattere l’alienazione dalla propria coscienza in cui si è venuta trovare una parte dell’umanità, divenuta strumento passivo della realtà che la circonda, sarà il suo modo di aderire, nel suo catechismo storico, alla realtà, come credente, ma, prima di tutto, come uomo. Proprio quest’aderenza alla realtà, d’altronde, lo porterà a identificare la vera miseria del popolo che gli era stato affidato nella mancanza di parola: l’unico mezzo per riscattare il povero dall’alienazione della materia (in sistema consumistico che era diventato regime) è consentire il diritto alla parola a una cultura muta: «[…] la povertà dei poveri non si misura a pane, a casa, a caldo, ma si misura sul grado di cultura e sulla funzione sociale» (si vedano a questo proposito le riflessioni fatte dal priore in Università e pecore).

Nel 1951 don Milani si ammala di tubercolosi. Il 14 novembre 1954 muore don Pugi, il “ babbo proposto”, e don Milani viene esiliato: è nominato priore di Sant’Andrea a Barbiana, una piccola parrocchia (che doveva essere chiusa) a 475 metri sul livello del mare, sui monti del Mugello (Firenze). Le poche anime che vi risiedono non hanno strada, luce elettrica e acqua corrente. L’anno successivo il priore comincia a fare scuola per i ragazzi (inizialmente solo sei) che avevano terminato le elementari (i suoi “montanini”), insistendo particolarmente, nella formazione di questi ultimi,sull’educazione linguistica, che, sola, li può rendere uguali, li può riscattare. Egli non cura il “beneficio” della parrocchia e chiede contributi in denaro ad amici e conoscenti esclusivamente per comprare materiale didattico e riuscire a fare viaggiare per lavoro i suoi ragazzi. Molti sono gli intellettuali attratti dalla figura di don Milani e dalla sua scuola e altrettanto numerose sono le visite a Barbiana: da Pietro Ingrao al teorico della non-violenza Aldo Capitini.

Nell’autunno del ’56 Lorenzo accoglie in casa Michele Gesualdi, un ragazzo di tredici anni orfano di padre che era stato affidato a don Ezio Palombo. Nella primavera successiva arriva a vivere in canonica, anche il fratellino di Michele, Francuccio Nel maggio 1958 la Libreria Editrice Fiorentina pubblica Esperienze pastorali, libro che il priore aveva cominciato a scrivere otto anni prima a San Donato, con l’imprimatur del cardinale. Il tema di fondo è il difficile mestiere del prete; in particolare il testo è incentrato sulla proposta di una nuova pastorale utile a ricostruire un rapporto con la classe operaia, con i poveri. Tra gli estimatori del capolavoro di Lorenzo ci sono Giulio Einaudi, don Primo Mazzolari, mons. Giulio Facibeni. Il volume, pur avendo ricevuto, come visto, l’imprimatur del cardinale e pur recando un’introduzione di mons. D’Avack, suscita non poche polemiche e viene recensito molto negativamente soprattutto da “Civiltà Cattolica”. Il 15 dicembre dello stesso anno, sotto il pontificato di Giovanni XXIII (che significherà una vera rivoluzione all’interno della Chiesa), il Sant’Uffizio ordina il ritiro dal commercio dell’opera e ne proibisce ristampa e traduzione, non per motivi di ortodossia, ma perché è giudicata “inopportuna”.

Nell’aprile del ’59 Lorenzo porta sei dei suoi ragazzi, che uscivano per la prima volta dal loro paese, in viaggio a Milano, dove visitano, grazie all’aiuto di conoscenze del priore, il teatro della Scala e un grattacielo ancora in costruzione, sede di una grande azienda industriale. Nell’agosto del ’59 scrive a Nicola Pistelli, direttore di “Politica”, una rivista della sinistra cattolica fiorentina, Un muro di foglio e di incenso, uno straordinario documento che precorre la nuova impostazione conciliare sui rapporti interni alla Chiesa cattolica. Il direttore non ha il coraggio di pubblicarlo. Nell’autunno dello stesso anno c’è la richiesta del priore a mons. Loris Capovilla, segretario del Pontefice, di autorizzare la stampa di Esperienze pastorali in Francia. Il permesso non viene accordato e i rapporti con la Curia, fiorentina e no, si fanno sempre più difficili. Comunque don Milani dimostra sempre perfetta obbedienza alle disposizioni impartitegli.

Nel dicembre del ’60 si manifestano i primi sintomi del morbo di Hodgking, il tumore ai polmoni che lo porterà alla morte. Due anni dopo diventa vescovo di Firenze Ermenegildo Florit. Nel 1964 c’è la stesura collettiva della Lettera sulla parola “borghese” , in risposta alle richieste della classe quinta del maestro Mario Lodi. La lettera rimane incompiuta. L’11 febbraio del 1965, nel corso di un’assemblea, i cappellani militari della Toscana, in un comunicato, definiscono l’obiezione di coscienza «estranea al comandamento cristiano dell’amore e espressione di viltà». Il 22 febbraio Don Milani elabora la Replica ai cappellani militari toscani. L’articolo, seppure inviato a tutte le grandi testate italiane, viene pubblicato il 6 marzo 1965 solo da “Rinascita”, rivista teorica del PCI. Lorenzo vi difende il diritto ad obbiettare ma soprattutto il diritto a non ubbidire acriticamente. Esplode la polemica. Il priore è minacciato da Florit di venire sospeso a divinis e denunciato, da alcuni ex combattenti, alla Procura di Firenze per vilipendio e apologia di reato. Viene processato, insieme al vicedirettore responsabile di “Rinascita”, Luca Pavolini (amico d’infanzia di Lorenzo).

In vista del processo, che si svolgerà a Roma, dove si stampava la rivista comunista, non potendo parteciparvi perché malato, Lorenzo prepara un’autodifesa scritta, la famosa Lettera ai giudici. Il 15 febbraio 1966 i giudici romani, dopo tre ore di camera di consiglio, assolvono in primo grado Lorenzo Milani e Luca Pavolini perché il fatto non costituisce reato. Lorenzo morirà prima del processo d’appello richiesto dal Pubblico Ministero, nel quale la Corte modificherà, il 28 ottobre del 1968, la sentenza di primo grado, condannando lo scritto: Pavolini dovrà scontare cinque mesi e dieci giorni di reclusione; quanto al priore di Barbiana la sentenza decreterà che«il reato è estinto per morte del reo».

Nel luglio del 1966, nonostante la grave malattia di Lorenzo, viene cominciata la stesura del celebre libro scritto collettivamente dalla scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, sulla scuola classista che boccia i poveri; il priore vi svolge, con il passare dei mesi, solo il ruolo di “regista”. Si tratta di una vera e propria rampogna agli intellettuali che sono al servizio della classe dominante; verrà pubblicata nel maggio del ’67. I giudizi che vi si danno sulla scuola hanno una forza “lacerante”. La lettera verrà tradotta in tedesco, spagnolo, inglese e persino in giapponese. Nel marzo del ’67 il priore si trasferisce in via Masaccio a Firenze, a casa della madre. La malattia, che gli impedisce di parlare, lo costringe a comunicare con dei biglietti.

Due giorni prima di morire riuscirà a borbottare con la consueta ironia: «Un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza: un cammello che passa per la cruna di un ago». Il 19 aprile scrive all’amica di gioventù Carla Sborgi, che aveva lasciato prima di entrare in seminario chiedendole di raggiungerlo (come dopo pochi giorni la stessa effettivamente farà) a Firenze. Muore il 26 giugno 1967, ad appena quarantaquattro anni, in casa della madre, ma viene seppellito, con i paramenti sacri e gli scarponi da montagna, nella tomba che anni prima aveva comprato a Barbiana.

La sua figura ha rappresentato, nel secolo scorso, un momento di riflessione dell’uomo su se stesso, completa delle esperienze vissute sia nella condizione di ricco che in quella di povero. La scelta dei poveri, infatti, non è stata in lui occasionale, né tanto meno ideologica, ma determinata dal senso di colpa, dall’amore e dalla concretezza dei rapporti instaurati con i suoi popolani. La sua “scuola del reale”, rappresentata nella sua esperienza dall’ambiente familiare, lo portò a credere che solo la parità culturale (concepita, in primis, come dominio sulla nostra lingua), avrebbe potuto dare dignità all’uomo, liberandolo dalla sua condizione di subalternità, e a lottare, nel suo “agire nella Storia”, per il raggiungimento di questo obbiettivo.

Emerge tutta la verità del suo messaggio “profetico”, dalle ultime parole rimasteci del priore, quelle contenute in un commovente testamento che egli ha lasciato ai due ragazzi della scuola di Barbiana che aveva adottato:

«Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi, non ho punto debiti verso di voi, ma solo crediti. […] non è vero che non ho debiti verso di voi. L’ho scritto per dar forza al discorso! Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto. Un abbraccio, vostro Lorenzo».

Note biografiche a cura di Sara Ciccolini.

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Autore:
Lorenzo Milani
Ordinamento:
Milani, Lorenzo
Elenco:
M