Jolanda (alias Maria Majocchi Plattis)

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Jolanda (alias Maria Majocchi Plattis)2018-12-06T15:13:53+00:00

Jolanda (alias Maria Majocchi Plattis)Jolanda (Maria Maiocchi coniugata Plattis) nacque a Cento (Ferrara) il 23 Aprile 1864. Essa ereditò dalla famiglia paterna l’amore allo studio e il gusto per l’arte. Suo nonno fu quel Gaetano Majocchi contemporaneo e compagno di lavoro del Leopardi, filologo illustre, che collaborò al vocabolario del Mannuzzi.

A Cento passò tutta la prima giovinezza, che fu tranquilla e appartata, anche per la salute gracile. A 13 anni aveva letto tutto il teatro di Goldoni, e fra i 14 e i 15 anni i suoi primi tentativi d’arte furono delle commediole che recitava con le amiche e le sorelle. Riduceva pure dal francese con facilità singolare.

Scrisse, in quel tempo, molti racconti, novelle e fiabe. Esordì, poi, con un bozzetto fantastico, Il fior della ventura, pubblicato nella “Palestra per le giovinette” del periodico «Cordelia», allora diretto da Angelo De Gubernatis, che l’elogiò e l’incoraggiò vivamente. Il secondo suo scritto fu un breve romanzo, Prime vittorie, apparso pure su «Cordelia» e poi riunito in Fiori secchi. Questo sviluppo artistico venne interrotto dal suo matrimonio col marchese Fernando Plattis, di famiglia padovana, da cui ebbe un unico figlio, di salute cagionevole, al quale si consacrò quasi esclusivamente.

Nella pace di Villa Giovannina, un castello medievale nella pianura bolognese, appartenente alla famiglia Plattis – che fra gli antenati conta anche Ippolito Nievo – riprese, qualche tempo dopo, a scrivere. E cambiò pseudonimo. I suoi primi lavori erano firmati Margheritina da Cento; dopo il matrimonio assunse il nome di Jolanda. Ma rimase presto vedova; la cattiva sorte doveva spogliarla quasi d’ogni suo bene, ed una lunga serie di dolori e disavventure dovevano renderle impossibile per un pezzo di continuare nella sua attività di scrittura. Veramente il motto dei primi cristiani Per aspera ad astra, che aveva prescelto, le si addiceva. «Nella prima parte – essa osservava – m’è assai bene appropriato, ve l’assicuro».

Dei pochi anni di matrimonio conservò un ricordo perenne. Qualche tempo prima di morire, scriveva ad Arturo Lancellotti: «Conservo ancora i guanti, i fiori d’arancio – che erano freschi – e un avanzo del mio abito bianco a lungo strascico; il primo abito a strascico. Com’ero contenta e com’ero bambina! Triste cosa la vita! Meglio sarebbe non pensare, non ricordare, stordirsi, ridere e morire».

Il trasferimento a Bologna del figlio per ragioni di studio le consentì di stabilirsi nuovamente nella casa paterna di Cento, che non lasciò più, e dove, dal 1890 al 1917, cioè finché visse, svolse tutta la sua attività. La ripresa del lavoro le dette subito delle gioie. All’Esposizione Beatrice di Firenze (1890) i suoi scritti ebbero un premio; al «Marzocco» e alla «Roma Letteraria» vinse, quindi, due concorsi per novelle; tenne, poi, a Ferrara, a Firenze ed altrove, molte e belle conferenze. Diresse tre riviste letterarie: la «Rassegna Moderna» (prima in collaborazione con Giulio De Frenzi, poi da sola), la «Vittoria Colonna» e «Cordelia». Fu in corrispondenza assidua con quasi tutti i letterati italiani e stranieri. Scrisse una trentina di libri, in gran parte romanzi. E con tutto ciò seppe essere e rimanere sempre e innanzi tutto la buona madre di famiglia. «Sono a tavolino tutto il giorno – dice una sua lettera. – Ho soppresso perfino le passeggiate. Mi contento di scendere un poco nell’orto una mezz’ora prima di cena, e dopo cena lavoro con l’ago fino a mezzanotte». Ma il lavoro era la salutare distrazione della sua vita. «Io avrei bisogno di essere sempre oppressa, schiacciata dal lavoro, per non soffrire».

La sua opera è tutta pervasa di femminilità, cioè di gentilezza. Essa ha un’impronta nettamente personale. Fiorita quasi insieme a Neera, a Grazia Deledda, a Cordelia, alla Guidi, Jolanda non si può paragonare a nessuna di queste sue compagne di lavoro, poiché da tutte, in certo modo, diversifica. Non ebbe di Neera l’impeto passionale, non di Grazia Deledda la virilità intensa nel disegno di figure e d’ambienti; non fu come Cordelia e la Guidi troppo umile nella concezione e nello stile. Jolanda sapeva essere fine e delicata sempre, quando scriveva un romanzo e quando dettava una rassegna critica, perfino nei rapporti epistolari.

La difficoltà a ottenere compensi adeguati per i suoi scritti la spinse a dire: «Sono sfiduciata. E, poiché a me non importa nulla della gloria e non ho più illusioni per i miei sogni d’arte, spezzerei la penna se non pensassi che, dopo, la mia solitudine sarebbe ancora più spaventevole».

Per pubblicare Le Donne nei poemi di Wagner, essa bussò invano alle porte di otto editori, e il nono l’ebbe gratis. Eva Regina, un libro di consigli per signore, le cui prime cinque edizioni andarono a ruba, non le rese quasi nulla. Edizioni fatte di nascosto, mutilate, vendute a prezzi bassissimi. Fece ricorso in Tribunale e perse, perché l’editore non aveva denunziato il libro alla Prefettura. Per fortuna anche Jolanda trovò, negli ultimi tempi, qualche editore più equo: il Cogliati, ed il Cappelli di cui non si lagnò mai, e pel quale, anzi, ebbe sempre una predilezione.

«L’editore del mio romanzo (De Mohr) nel contratto che mi ha mandato vorrebbe riserbarsi la pubblicazione esclusiva e la proprietà di tutte le mie opere future. Era lusinghiero ed utile per me. Ma non ho accettato per riguardo al Cappelli».

Quando pubblicò il racconto Sotto il paralume color di rosa, Sem Benelli, che allora dettava le sue cronache letterarie sulla «Rassegna Internazionale della letteratura contemporanea» del Quintieri, la proclamò «una delle migliori scrittrici italiane». Essendo portatrice di una scrittura spontanea e sincera, dichiarò un giorno che «nulla mi irrita più dell’indagine dei lettori per misurare le parti di vero che io metto nei miei racconti».

Di Suor Immacolata disse: «È un libro a cui non dò importanza. Scritto con molte restrizioni; quindi con molte difficoltà da superare». Ma aggiunse: «Contiene alcune pagine di prosa (il ritorno di Suor Immacolata alla casa paterna) tra le più sentite ch’io abbia scritte, ed anche nuove come situazione. Io dovevo fare un libro che armonizzasse con la collezione a cui appartiene, e che, nel tempo stesso, ne differenzia per superiorità estetica e per modernità. Sento di essere riuscita a corrispondere a queste richieste e mi basta».

Altri romanzi significativi sono La rivincita, dove descrive il «villaggio presso Padova dove vissi gli anni più indimenticabili della mia vita; è lo scritto più intimamente legato alla mia anima». La Maggiorana, a cui teneva «solamente per ragioni intime, non per ragioni d’arte», contiene la descrizione della sua città, la sua casa, il suo ambiente. Ne Le Indimenticabili per la figura dello scultore Novigrado si ispirò ad un vecchio artista amico di famiglia, il centese Galletti. Le Ultime Vestali affronta un «soggetto difficile da svolgere figuratamente: il contrasto fra la vecchia educazione che ancora si impartisce alla donna e l’educazione veramente moderna e consona ai tempi, che è conosciuta e sostenuta dalla minoranza».

Nell’ultima parte della sua vita dovette sopportare, ad intervalli, diverse operazioni chirurgiche. In questo periodo scrisse Pagine mistiche, che fu poi pubblicato postumo. Questo male refrattario a ogni cura la portò a morte l’8 agosto 1917.

Fonti:

  • 23 aprile 1864-8 agosto 1917, nel cinquantenario della prima pubblicazione della marchesa Maria Majocchi Plattis (Jolanda). Bologna-Rocca S. Casciano, L. Cappelli Edit. Tip., 1931.
  • Jolanda (Maria Majocchi Plattis) di Arturo Lancellotti, proemio a Pagine mistiche, Bologna, Cappelli, 1919.

Note biografiche a cura di Paolo Alberti.

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