James Joyce nacque a Dublino il 2 febbraio 1882.

James JoyceStudiò nella città natale presso i gesuiti, cosa che rafforzò decisamente l’impronta dell’educazione rigidamente cattolica ricevuta e che contribuì al permanere di una incancellabile traccia sia nella sua vita che nelle sue opere. Pur perdendo la fede intesa in maniera tradizionale le categorie tipiche della filosofia scolastica seguitarono a emergere con chiarezza nella sua impostazione culturale. Ma altrettanta importanza, e forse anche maggiore, ebbe il contatto con la cultura europea, rafforzata da numerosi e lunghi soggiorni all’estero, in Italia in Francia e in Svizzera prima di tutto.

La «fuga» di Joyce dall’Irlanda appare gesto di ribellione tipicamente irlandese nei confronti del dominio britannico e della chiesa cattolica. Tuttavia lo sfondo della sua prima opera, Dubliners (Gente di Dublino) è la «cara sporca Dublino» e sta a sottolineare il legame dell’autore con la sua città.

La prima tappa di questa fuga, nel 1902 fu Parigi. In Francia rinunciò al progetto di studiare medicina, dedicandosi esclusivamente alla letteratura e portando a termine gli studi di lingue moderne, iniziati in precedenza all’University College di Dublino, l’epicentro culturale della tradizione cattolica irlandese. Il Portrait si ricollega proprio a tali anni, fino alla partenza da Dublino, e evidenzia la sua volontà di distacco dalla Gran Bretagna; i caratteri introspettivi, l’uso di una tecnica «discorsiva» sono già in primo piano nella sua tecnica narrativa.

Il primo volume pubblicato da Joyce fu però una raccolta poetica, intitolata Chamber Music del 1907, particolarmente apprezzata da Pound il quale utilizzò una delle poesie di questa raccolta, I Hear an Army nella sua antologia Des Imagistes pubblicata nel 1914. Quando Pound conobbe Joyce se ne entusiasmò e si adoperò tantissimo perché fosse conosciuto e apprezzato sia in Europa che in America; nel 1914 gli fa pubblicare a puntate il Portrait of the Artist as a Young Man sulla rivista «The Egoist». L’amicizia tra i due letterati si protrasse per molti anni e si raffreddò solo all’epoca della stesura di Finnegans Wake su cui Pound diede un giudizio completamente negativo.

Nel 1904 si era trasferito a Trieste insieme a Nora Barnacle, la compagna di tutta la vita, e qui trascorse dieci anni del suo volontario esilio; per vivere insegnava inglese alla Berlitz School, e contemporaneamente lavorava alle proprie opere. A Trieste, oltre ad avere due figli – Giorgio e Lucia Anna – divenne intimo amico di Italo Svevo, e contribuì in modo determinante a diffondere la conoscenza dello scrittore triestino tra il pubblico e la critica estera. Durante il soggiorno a Trieste, Joyce scrisse il dramma Exiles, e i primi capitoli dell’Ulysses, che Pound riuscì a far pubblicare a puntate su riviste inglesi e americane.

C’erano già i sintomi della difficoltà a trovare editori disposti a pubblicare le sue opere; paradossalmente i libri di Joyce furono vietati o sequestrati o distrutti proprio nei paesi di lingua inglese perfino nel momento in cui veniva riconosciuto autore cardine della letteratura inglese.

Nel 1914, all’inizio della prima guerra mondiale, lo scrittore si trasferì a Zurigo, dove poté portare a termine la stesura dell’Ulysses grazie all’aiuto di Pound e dell’editore Harriet Shaw Weaver.

Alla fine della guerra si trasferì a Parigi, dove nel 1922 riuscì a pubblicare il romanzo soprattutto grazie a Sylvia Beach,libraia intorno alla quale ruotava gran parte della cultura parigina, e ad altri amici.

L’Ulysses occupa una posizione centrale nell’evoluzione della cultura europea novecentesca. Pur ricollegandosi alla tradizione del romanzo inglese del settecento introduce però uno degli strumenti maggiormente innovativi della sua epoca che è quello dello “stream of consciousness”, e fu il primo a porre in evidenza esperimenti in questa direzione dell’ultimo ottocento, ai quali Joyce fa esplicito riferimento, come quello di Les lauriers sont coupés (1888) di E. Dujardin. Sullo sfondo dell’esperienza naturalista che aveva caratterizzato il Portrait emergono adesso prima gli spunti e poi una vera struttura di tipo simbolista coniugata all’introspezione del realismo interiore. Il titolo del romanzo rispecchia un parallelismo tra le vicende quotidiane del protagonista – che attraversano una sola giornata, il 16 giugno, che è la data dell’inizio della relazione dell’autore con Nora – e alcuni episodi dell’Odissea di Omero, ma vuole porre in evidenza la crisi dell’uomo contemporaneo; la visione universale è data dall’esame dei particolari, spesso scontati, della vita borghese. L’Ulisse diventa quindi il tentativo più compiuto e riuscito di porre in evidenza la cadenza della cultura occidentale, tentativo che già era stato affrontato da Eliot, Pound, Apollineare ma che rispetto a ogni precedente ha dalla sua la novità del linguaggio e la sperimentazione linguistica e basta solo questo a impartire efficacia alla rappresentazione dell’ambiente.

Grazie al superamento delle difficoltà economiche dovute alla pubblicazione dell’Ulysses, Joyce poté dedicarsi anima e corpo all’opera che secondo lui stesso avrebbe rappresentato l’apice della propria carriera, Finnegans Wake. Originariamente il titolo avrebbe dovuto essere Work in Progress e uscì nella versione definitiva nel 1939. Nel 1927 aveva pubblicato frattanto un secondo libro di poesie, Poems Penyeach. Nel 1928 era già stato pubblicato Anna Livia Plurabelle che nel testo definitivo del Finnigans Wake sarà il capitolo VIII.

In Finnegans Wake la meta del simbolismo è raggiunta compiutamente attraverso il linguaggio, strumento con il quale l’autore cerca di porre le proprie esperienze filosofiche, rinunciando a priori a un rigore di fondo, al centro di un percorso che porti dall’esperienza personale a quella collettiva. La teoria vichiana dei corsi e ricorsi storici è coniugata a elementi i più disparati della cultura popolare in maniera abilissima e del tutto innovativa, grazie alla ormai collaudata capacità di sperimentazione linguistica dell’autore. Va da sé che questo confina l’opera all’interno di un pubblico particolare, che possiamo definire “iniziatico”, portando alle estreme conseguenze il distacco tra linguaggio letterario e linguaggio comune. Nonostante la evidente difficoltà di lettura, anche per il lettore più preparato, siamo comunque di fronte a uno dei pochi testi veramente “chiave” della cultura del ventesimo secolo.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale Joyce riparò nuovamente in Svizzera: la sua salute, soprattutto la vista, – più volte aveva dovuto ricorrere a interventi chirurgici agli occhi – andava declinando, rendendogli più amari gli ultimi anni di vita.

Morì a Zurigo il 13 gennaio 1941 dopo un intervento chirurgico per un’ulcera duodenale.

Nel 1944 fu pubblicata postuma, con il titolo Stephen Hero una prima versione del Portrait. Una selezione della sua corrispondenza fu curata da Stuart Gilbert (Selected Letters of J. J., 1957). In seguito sono stati pubblicati altri due volumi di Letters a cura di R. Ellmann (1967). Giacomo J. (anche questo pubblicato nel 1967), è un racconto sotto forma di «taccuino sentimentale» che fa riferimento alla permanenza dell’autore a Trieste.

Fonti:

  • H. Broch, James Joyce e il presente; prefazione di Hannah Arendt. Roma 1983.
  • C. Gorlier – R. Bianchi, James Joyce. In: GDE, Torino 1988.
  • A. Gibson, James Joyce. Bologna, 2008.
  • Guida alla lettura dell’Ulisse di James Joyce a cura di G. Melchiori e G. De Angelis. Milano 1992.
  • W.Y. Tindall, James Joyce. Con guida bibliografica di Umberto Eco. Milano 1960.

Note biografiche a cura di Paolo Alberti

Elenco opere (click sul titolo per il download gratuito)

  • Esuli
    Questo dramma fu scritto nel 1914. Come testo teatrale non ebbe mai troppa fortuna; rimane però un quadro significativo delle contraddizioni vissute da uno scrittore, Richard Rowan, nei suoi legami affettivi. Il titolo mette in evidenza il tema del ritorno in patria di un “figliol prodigo”, uno tra i tanti che, a cavallo del XIX e XX secolo, dà voce a una terra che cerca di sottrarsi al suo ruolo subalterno rispetto all’Inghilterra.
  • Stefano eroe
    La prima redazione di A Portrait of the Artist as a Young Man risale presumibilmente al 1903; dopo essere stata proposta a una ventina di editori e da questi respinta, pare che Joyce gettasse il manoscritto nel fuoco e solo il pronto intervento della signora Joyce permise di salvare dalla distruzione le pagine da 519 a 902 del manoscritto, acquistato dall’università di Harvard nell’autunno del 1938 e pubblicato per la prima volta dopo la morte dell’autore. Manca quindi tutta la prima parte e le poche pagine finali – Joyce parla di 914 totali in una lettera a Grant Richard del 1906 – di quest’opera che l’autore ebbe a definire “composizione studentesca”.
 
autore:
James Joyce
ordinamento:
Joyce, James
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J