Giovanni GentileGiovanni Gentile (Castelvetrano, 29 maggio 1875 – Firenze, 15 aprile 1944) è stato un filosofo, pedagogista e politico italiano.

Fu insieme a Benedetto Croce uno dei maggiori esponenti del neoidealismo filosofico, un importante protagonista della cultura italiana nella prima metà del XX secolo, cofondatore dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, e artefice, nel 1923, della riforma della pubblica istruzione nota come Riforma Gentile. La sua filosofia è detta attualismo.

Inoltre fu figura di spicco del fascismo italiano. In seguito alla sua adesione alla Repubblica Sociale Italiana, fu ucciso durante la seconda guerra mondiale da alcuni partigiani comunisti dei GAP.

Gentile nasce nel 1875 da Giovanni Gentile senior, farmacista, e Teresa Curti, figlia di un notaio. Frequenta il ginnasio/liceo “Ximenes” a Trapani. Vince quindi il concorso per quattro posti di interno della scuola normale superiore di Pisa, dove si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia: qui ha come maestri, tra gli altri, Alessandro D’Ancona, professore di letteratura, legato al metodo storico e al positivismo e di idee liberali, Amedeo Crivellucci, professore di storia, e Donato Jaja, professore di filosofia, hegeliano seguace di Spaventa, che influirono molto sul suo pensiero filosofico da adulto.

Dopo la laurea nel 1897 ed un corso di perfezionamento a Firenze, Gentile ottiene una cattedra in filosofia presso il convitto nazionale Mario Pagano di Campobasso. Nel 1900 si sposta al liceo Vittorio Emanuele di Napoli. Nel 1901 sposa Erminia Nudi, conosciuta a Campobasso: dal loro matrimonio nasceranno Teresa (1902), Federico (1904), i gemelli Gaetano e Giovanni junior (1906), Benedetto (1908) e Fortunato (1910).

Nel 1902 ottiene la libera docenza in filosofia teoretica e l’anno successivo quella in pedagogia. Ottiene poi la cattedra universitaria, prima all’Università degli Studi di Palermo (1906-1914, storia della filosofia), dove frequenta il circolo “Giuseppe Amato Pojero” e fonda nel 1907 con Giuseppe Lombardo Radice la rivista Nuovi Doveri. Poi all’università di Pisa (fino al 1919, filosofia teoretica) ed infine alla Sapienza di Roma (già dal 1917 professore ordinario di Storia della filosofia, e nel 1926 professore ordinario di Filosofia teoretica).

È stato professore ordinario di Storia della filosofia all’Università di Palermo (27 marzo 1910), professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Pisa (9 agosto 1914), professore ordinario di Storia della filosofia all’Università di Roma (11 novembre 1917), professore ordinario di Filosofia teoretica alla Università di Roma (1926), commissario della scuola normale superiore di Pisa (1928-1932), direttore della Scuola Normale superiore di Pisa (1932-1943) e vicepresidente dell’Università Bocconi di Milano (1934-1944).

Durante gli studi a Pisa incontra Benedetto Croce con cui intratterrà un carteggio continuo dal 1896 al 1923: argomenti trattati dapprima la storia e la letteratura, poi la filosofia. Uniti dall’idealismo (su cui avevano comunque idee diverse), contrastarono assieme il positivismo e le degenerazioni, a loro dire, dell’università italiana. Insieme fondano nel 1903 la rivista La Critica, per contribuire, in base alle loro idee, al rinnovamento della cultura italiana: Croce si occupa di letteratura e di storia, Gentile, invece, si dedica alla storia della filosofia. In quegli anni Gentile non ha ancora sviluppato il proprio sistema filosofico. L’attualismo avrà configurazione sistematica solo alle soglie della prima guerra mondiale. Sarà inoltre dal 1915 che Gentile divenne membro del Consiglio superiore della pubblica istruzione, fino al 1919.

All’inizio della prima guerra mondiale, tra i dubbi della non belligeranza, Gentile si schiera a favore della guerra come conclusione del Risorgimento italiano. Nel dopoguerra partecipa attivamente al dibattito politico e culturale. Nel 1919 è, insieme a Luigi Einaudi e Gioacchino Volpe, tra i firmatari del manifesto del Gruppo Nazionale Liberale romano, che, insieme ad altri gruppi nazionalisti e di ex combattenti forma l’Alleanza Nazionale per le elezioni politiche, il cui programma politico prevede la rivendicazione di uno «Stato forte», anche se provvisto di larghe autonomie regionali e comunali, capace di combattere la metastasi burocratica, i protezionismi, le aperture democratiche alla Nitti, rivelatosi «inetto a tutelare i supremi interessi della Nazione, incapace di cogliere e tanto meno interpretare i sentimenti più schietti e nobili».

Nel 1920 fonda il Giornale critico della filosofia italiana. Sempre nel 1920 diviene consigliere comunale al Municipio di Roma, mentre l’anno successivo viene nominato anche assessore supplente alla X Ripartizione, A.B.A., ovvero alle Antichità e alle belle Arti, sempre del Municipio di Roma. Nel 1922 diviene socio dell’Accademia dei Lincei.

Fino al 1922 Gentile non mostra particolare interesse nei confronti del fascismo. Il 31 ottobre, all’insediamento del regime viene nominato da Mussolini ministro della Pubblica Istruzione (1922-1924, per dimissioni volontarie), attuando nel 1923 la riforma Gentile, fortemente innovativa rispetto alla precedente riforma basata sulla legge Casati di più di sessant’anni prima (1859). Il 5 novembre 1922 diviene senatore del Regno. Nel 1923 Gentile si iscrive al Partito Nazionale Fascista (PNF) con l’intento di fornire un programma ideologico e culturale. Dopo la crisi Matteotti, date le dimissioni da ministro, Gentile viene chiamato a presiedere la Commissione dei Quindici per il progetto di riforma dello Statuto Albertino (poi divenuta dei Diciotto per la riforma dell’ordinamento giuridico dello Stato).

Gentile resta fascista e nel 1925 pubblica il Manifesto degli intellettuali fascisti, in cui vede il fascismo come un possibile motore della rigenerazione morale e religiosa degli italiani e tenta di collegarlo direttamente al Risorgimento. Questo manifesto sancisce l’allontanamento definitivo di Gentile da Benedetto Croce, che gli risponde con un contromanifesto. Nel 1925 promuove la nascita dell’Istituto Nazionale di Cultura Fascista, di cui è presidente fino al 1937.

Per le numerose cariche culturali e politiche, esercita durante tutto il ventennio fascista un forte influsso sulla cultura italiana, specialmente nel settore amministrativo e scolastico. È il direttore scientifico dell’Enciclopedia Italiana dell’Istituto Treccani dal 1925 al 1938 e vicepresidente dell’istituto dal 1933 al 1938 dove accolse numerosi “collaboratori non fascisti” come il socialista Rodolfo Mondolfo. Nel 1928 diventa regio commissario della Scuola Normale Superiore di Pisa, e nel 1932 direttore.

Nel 1930 diventa vicepresidente dell’Università Bocconi. Nel 1932 diventa Socio Nazionale della Reale Accademia Nazionale dei Lincei. Lo stesso anno inaugura l’Istituto Italiano di Studi Germanici, di cui diviene presidente nel 1934. Nel 1933 inaugura e diviene presidente dell’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente. Nel 1934 inaugura a Genova l’Istituto mazziniano. Fu direttore della Nuova Antologia e accolse “collaboratori non fascisti” come il socialista Rodolfo Mondolfo. Nel 1937 diventa regio commissario, nel 1938 presidente del Centro Nazionale di Studi Manzoniani e nel 1941 è presidente della Domus Galilaeana a Pisa.

Non mancano comunque i dissensi col regime: in particolare il suo pensiero subisce un duro colpo nel 1929, alla firma dei Patti Lateranensi tra Chiesa cattolica e Stato Italiano: sebbene Gentile riconosca il cattolicesimo come forma storica della spiritualità italiana, ritiene di non poter accettare uno Stato non laico. Questo evento segna una svolta nel suo impegno politico militante; è inoltre contrario all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole medie e superiori, mentre riteneva giusto – avendolo inserito nella sua riforma – quello nelle scuole elementari, in quanto lo riteneva una preparazione alla filosofia adatta ai bambini.

Nel 1934 il Sant’Uffizio mette all’indice le opere di Gentile e di Croce, a causa del loro riconoscimento, nel solco dell’idealismo, del cristianesimo cattolico come mera “forma dello spirito”, ma considerato inferiore alla filosofia, come Gentile spiega nel discorso del 1943 La mia religione, in cui vi sono anche alcune velate critiche al papato storico, ispirate da Dante, Gioberti e Manzoni. Degna di nota anche la sua difesa di Giordano Bruno, il filosofo eretico condannato al rogo dall’Inquisizione nel 1600, al quale dedica un saggio, impegnandosi anche presso Mussolini perché la statua del pensatore nolano – eretta in Campo de’ Fiori nel 1889 e opera dello scultore anticlericale Ettore Ferrari – non fosse rimossa, come richiesto da alcuni cattolici.

Nel 1936 comincia una lunga polemica contro il nuovo ministro dell’Educazione Nazionale Cesare Maria De Vecchi, che Gentile accusa di “inquinare la cultura nazionale”.

Gentile, personalmente, non condivise le leggi razziali del 1938, come si evince da un carteggio con Benvenuto Donati durato per tutto il periodo tra il 1920 ed il 1943. Già il 21 dicembre 1933, nel corso della giornata inaugurale dell’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente prese posizione contro le teorie razziste che si stavano propagando nella Germania nazista:

Benché sia stato indicato da taluni come uno dei firmatari del Manifesto della razza, si tratta di una diceria, in quanto Gentile non lo firmò mai, come dimostrato dallo studioso Paolo Simoncelli.

Soprattutto dopo la promulgazione delle leggi razziali in Italia, si susseguirono gli interventi di Gentile a favore di colleghi ebrei come Mondolfo, Gino Arias e Arnaldo Momigliano.

Gli ultimi interventi politici sono rappresentati da due conferenze nel 1943. Nella prima, tenuta il 9 febbraio a Firenze, dal titolo La mia religione, in cui dichiarò di essere cristiano e cattolico, sebbene credente nello Stato laico.

Nella seconda, molto più importante, tenuta il 24 giugno su proposta di Carlo Scorza, nuovo segretario nazionale del PNF al Campidoglio a Roma, dal titolo Discorso agli Italiani, esortò all’unità nazionale, in un momento difficile della guerra. Dopo questi interventi si ritirò a Troghi (Fi), dove scrive la sua ultima opera, uscita postuma, Genesi e struttura della società, nella quale recupera l’antico interesse per la filosofia politica, e nel quale teorizzò “l’Umanesimo del lavoro”.

Gentile considerò questa sua ultima opera il coronamento dei suoi studi speculativi tanto che all’amico antifascista Mario Manlio Rossi, mostrandogli il manoscritto, scherzando disse: “I vostri amici possono uccidermi ora se vogliono. Il mio lavoro nella vita è concluso”.

La caduta di Mussolini il 25 luglio 1943 non preoccupò particolarmente Gentile che intese il tutto come un avvicendamento al governo. Inoltre la nomina nel primo governo Badoglio di alcuni ministri che precedentemente erano stati suoi collaboratori come Domenico Bartolini e Leonardo Severi lo confortava. In particolare la vecchia amicizia con il ministro Severi spinse Gentile ad inviargli una lettera di auguri per la nomina e a sottoporgli alcune questioni rimaste in sospeso con il governo precedente.

Gentile respinse in un primo tempo la proposta di Carlo Alberto Biggini che nel frattempo era divenuto ministro, di entrare al Governo, dopo un incontro avvenuto il 17 novembre 1943 con Benito Mussolini sul lago di Garda si convinse ad aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Nel novembre 1943 divenne presidente della Reale Accademia d’Italia, con l’obiettivo di riformare la vecchia Accademia dei Lincei che fu assorbita dall’Accademia.

Il 30 marzo 1944 Giovanni Gentile, per il suo appoggio dichiarato alla leva per la difesa della RSI, ricevette diverse missive contenenti minacce di morte. In una in particolare era riportato: “Tu come esponente del neofascismo sei responsabile dell’assassinio dei cinque giovani al mattino del 22 marzo 1944”. L’accusa era riferita alla fucilazione di cinque giovani renitenti alla leva rastrellati dai militi della RSI il 14 marzo dello stesso anno (fucilazione orchestrata dal maggiore Mario Carità, che detestava Gentile, ricambiato; il filosofo aveva infatti minacciato di denunciare le eccessive violenze del suo reparto allo stesso Mussolini). Gentile non era assolutamente collegato con tale evento. Il governo fascista repubblicano gli offrì quindi una scorta armata che però Gentile declinò: “Non sono così importante, ma poi se hanno delle accuse da muovermi sono sempre disponibile”.

Considerato in ambito resistenziale come uno dei principali teorici e responsabili del regime fascista, “apologo della repressione” e di “un regime ostaggio di un esercito occupante”, fu assassinato il 15 aprile 1944 sulla soglia della sua residenza di Firenze, la Villa di Montalto al Salviatino, da un gruppo partigiano fiorentino aderente ai GAP di ispirazione comunista. Il commando gappista composto da Bruno Fanciullacci, Elio Chianesi e Giuseppe Martini “Paolo” – con Antonio Ignesti e la staffetta Liliana Benvenuti Mattei “Angela” come appoggio e con Teresa Mattei e Bruno Sanguinetti nell’organizzazione logistica – si appostò alle 13,30 circa nei pressi della villa al Salviatino e, appena il filosofo giunse in auto, i due gli si avvicinarono tenendo sotto braccio dei libri per nascondere le armi e farsi così credere studenti. Il filosofo abbassò il vetro per prestare ascolto, ma fu subito raggiunto dai colpi delle rivoltelle. Fuggiti i gappisti in bicicletta, l’autista si diresse all’ospedale Careggi per trasferirvi il filosofo moribondo, ma Gentile in breve spirò.

Fu un episodio che divise lo stesso fronte antifascista e che ancora oggi è al centro di polemiche non sopite, venendo infatti già all’epoca disapprovato dal CLN toscano con la sola esclusione del Partito Comunista, che rivendicò l’esecuzione.

Il 18 aprile fu sepolto per iniziativa del ministro Carlo Alberto Biggini nella basilica di Santa Croce a Firenze.

Note biografiche tratte e riassunte da Wikipedia
https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Gentile

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autore:
Giovanni Gentile
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Gentile, Giovanni
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