Francesco d’Assisi [santo]

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Francesco d’Assisi [santo] 2017-09-26T14:45:33+00:00

Francesco d'Assisi La storia dei Comuni italiani del XIII secolo è intrecciata alle lotte religiose, sia quelle che i Comuni affrontavano per sottrarsi al potere imperiale, sia quelle che riguardavano l’interno della Cristianità, quindi la riforma ecclesiastica che partì da Cluny e i movimenti detti ereticali. Si protestava contro la corruzione del clero e si puntava a ricondurre la vita ecclesiastica alla purezza delle sue origini. Al rinnovamento religioso seguì quello sociale.

In questo quadro storico, San Francesco d’Assisi seppe ricondurre le tensioni eretiche più eversive all’ortodossia, vivendo in una condizione che riportava allo spirito puro delle origini.

Nacque nel 1182 e si convertì a vita di penitenza nel 1206. Fondò l’Ordine dei Frati Minori, che si ispirava alla vita evangelica e apostolica, all’umiltà e alla povertà.

Ispirandosi alla vita di Cristo, affermò come fondamento del Cristianesimo l’Amore che abbraccia tutte le cose. La religione è vista come connessa agli affetti più semplici: alla casa, alla famiglia e alle cose che entrano ora per ora nell’esistenza. Dio è una presenza amica nell’amore, nel lavoro, nel dolore e persino nella morte. Amava la povertà che lo rendeva superiore alla volontà di possesso e lo liberava dalla schiavitù delle cose.

Secondo l’antica leggenda francescana (legenda antiqua perusina; speculum perfectionis), S. Francesco avrebbe composto “Il Cantico di Frate Sole” (“O Laudes Creaturarum“) nel 1224, cioè due anni prima della morte, nell’orticello di S. Damiano, dopo una notte di acutissime sofferenze fisiche, aggravate da un’invasione di topi nella sua cella, confortato, però, alla fine, da una visione celeste che lo aveva reso certo della sua salvezza eterna.

L’ispirazione del Cantico è incentrata su di un motivo: l’umile, gioiosa accettazione di tutta la vita che palpita in noi e attorno a noi (accettazione che implica però una dura conquista spirituale), perchè essa, provenendo da un Dio che è gioia suprema, bontà, amore, non può non avere un’autentica bontà e bellezza. Queste sono attestate da tutte le cose, l’acqua, il sole, la terra, il fuoco, i fiori, le stelle, armoniosamente disposti in questo grandioso universo, da un lato per mostrare l’eccellenza della mente creatrice e ordinatrice, dall’altro per essere utili alla vita. L’uomo può dunque sentire la presenza amorosa e paterna di Dio per tutto il creato e sentire fratelli tutti gli esseri, nati da un unico Padre.

Non solo, però, la natura, ma anche il dolore e persino la morte fanno parte di questa superiore armonia: l’uno, perché, se sopportato nel nome di Dio, è mezzo di purificazione che a lui avvicina, l’altra, perché pone in comunicazione con un mondo più vero e più grande. Alcuni interpreti hanno avvertito un contrasto fra l’ispirazione ottimistica dei vv. 1-22 e quella drammatica degli altri, soprattutto dei vv. 26-30, che alludono al pericolo della dannazione.

Giova però avvertire che se la natura si può presentare allo sguardo del poeta cristiano in una luce di bellezza e armonia sempre uguali, impresse in lei dal momento della creazione, la vita dell’uomo è vista invece nel suo continuo dramma di peccato e redenzione. Solo adeguandosi alla volontà di Dio, l’uomo acquista il suo posto, altissimo, nel grande poema della creazione: diviene veramente nel nome di Dio e fratello di tutti gli esseri.

Dolcemente estatica, quindi, la voce del poeta quando canta la gloria di Dio, più contrastata e drammatica quando esprime quell’umiltà francescana che è dura e difficile conquista morale. Ma solo la ritrovata purezza dell’anima gli consente di guardare il mondo con sguardo limpido e di scoprire la sua vera bellezza. Il cantico è scritto in prosa ritmica, ispirandosi, in questo, alla traduzione latina dei salmi biblici (dai quali riprende anche spiriti e movenze); la lingua è il volgare umbro del sec. XIII, con però influssi toscani e anche latini.

Note biografiche a cura di Mirko Locatelli (kaneda@computech.it).

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