Paolo Emiliani-GiudiciPaolo Giudice (si firmerà poi Giudici e, dal 1844, Emiliani-Giudici) nacque a Mussomeli, in provincia di Caltanissetta, il 3 giugno 1812, da Salvatore ed Anna Cinquemani.

Studiò dapprima sotto la guida di Don Cataldo Lima, ma fu poi principalmente autodidatta giovandosi della piccola biblioteca paterna. Fin da giovanissimo si sentì portato per la poesia oltre che al disegno. Pare che negli anni della prima giovinezza abbia composto addirittura due tragedie (Il conte Ugolino, Alessandro di Fere) oltre a varie scene drammatiche. Ma egli stesso le distrusse assieme alle poesie giovanili. Dice il De Castro che il giovane scrittore ogni anno distruggeva bruciandola tutta la propria produzione letteraria.

Le condizioni economiche della famiglia andarono peggiorando in seguito alla rivoluzione del ’21; i genitori furono quindi indotti a indirizzare il figlio verso la vita monastica e Paolo, contro la propria volontà, entrò nell’ordine domenicano nel Convento di S. Zita a Palermo, assumendo il nome di fra’ Vincenzo. Trasferitasi la comunità al Convento di S. Domenico, potè accedere per i suoi studi alla ricca biblioteca lì disponibile. Potendo leggere i classici in lingua originale imparò, senza ausilio di insegnanti, le lingue inglese, francese e spagnola. Prese a dare ripetizioni privatamente presso alcune nobili famiglie palermitane e insegnò filosofia nella scuola dell’ordine fin dal 1838. Secondo la moglie Anne Alsop, in questa attività d’insegnamento Paolo Giudici professava apertamente la sua adesione alla dottrina luterana, ma questa notizia non trova altre e più probanti conferme.

Dal 1836 al 1840 il Giudici si dedicò alla pittura, sotto la guida dapprima del Riolo e successivamente del pittore e mercante d’arte Salvatore Lo Forte, e comparvero dei suoi articoli sulle «Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia». I suoi scritti di critica d’arte comparvero anche su altri giornali come «Il Siciliano» e «L’Oreteo». Suoi quadri, piccole tele, sono ancora reperibili a Palermo nel convento di san Domenico, e altre opere presso gli eredi. L’acquaforte “Pastore sabino” fu pubblicata sul giornale «L’Oreteo» nel 1840. In questo periodo, insieme a Salvatore Lo Forte, iniziò anche una attività di expertise e di intermediazione di opere d’arte.

Le prime attività letterarie dopo quelle giovanili che scamparono alla distruzione furono una traduzione in inglese di alcuni versi italiani indirizzati ai letterati di Palermo dalla poetessa inglese Emilia Mogg, scritti in occasione della partenza dalla Sicilia della stessa, ed una poesia di argomento patriottico composta il 14 giugno 1839 riprodotta da Scolarici nel testo citato tra le fonti. Lo storico Guardione afferma comunque che in quest’epoca Paolo Giudici fosse già sorvegliato dalla polizia borbonica. Nel 1841 chiese la secolarizzazione ad tempus adducendo a ragione le sue cattive condizioni di salute e una complicata situazione familiare, ma i suoi superiori lo congedarono invece in via definitiva. L’uscita dal convento in abito di prete secolare provocò una definitiva rottura con i genitori; ed egli, per guadagnarsi da vivere, chiese inutilmente che nella università napoletana fosse istituita per lui una cattedra di Estetica.

In questo periodo strinse amicizia con Emerico e Michele Amari, Francesco Crispi, Francesco Paolo Perez ed il liberale livornese Annibale Emiliani in esilio a causa delle proprie convinzioni politiche, che gli assegnò una pensione annua di 2000 lire. Questo fatto però contribuì a rendergli dura la vita a causa dei sospetti della polizia borbonica, per cui, in accordo con lo stesso Emiliani, decise di allontanarsi dal regno delle due Sicilie. Lasciò Palermo il 19 aprile 1843 giungendo due giorni dopo a Livorno. A Firenze conobbe Niccolini, Capponi, Montanelli, Tommaseo, Guerrazzi, Salvagnoli, Atto Vannucci; e nella stessa città diede alle stampe, nel 1844, la Storia della letteratura italiana, dedicata a Emilia Mogg. Annibale Emiliani nello steso anno lo nominò suo erede universale e Paolo Giudici ne assunse il cognome firmandosi da quel momento in avanti Emiliani-Giudici. Nel 1849 il governo provvisorio della Toscana gli conferì l’incarico dell’insegnamento di Eloquenza Italiana all’Università di Pisa, ma dovette presto dare le dimissioni in quanto accusato dall’arcivescovo di Pisa che era anche gran cancelliere dall’Università, di predicare il protestantesimo.

Nel 1859 divenne professore di Estetica all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Dice in una lettera a Gregorio Ugdulena del 23 febbraio 1862: «… mi pare [… ] di aver operato un miracolo inducendo i giovani artisti, nonostante il divieto degli ignorantissimi vecchi, alle lezioni di estetica, cattedra sui generis. Parmi di aver trovato il modo di fare intendere loro le cose più astruse, e però mi ascoltan con un concentramento di spirito e una compiacenza che è il maggior compenso che io possa aspettarmi». Ma anche da questo incarico dovette dare le dimissioni probabilmente perché, nel novembre 1863, il Ministero della Pubblica Istruzione aveva respinto alcune sue proposte di riforma didattica. Scrive infatti a Giuseppe Lombardo l’11 luglio 1865: «[…] cattedra creata da me, tre anni dopo dovetti lasciarla, per la ragione che mi pareva che mentre io dicevo davvero, cioè prendeva sul serio il mio ufficio, il governo dei moderati liberali prendesse per burletta la cosa pubblica».

Fino all’armistizio di Villafranca fu attiva la sua collaborazione con diversi giornali inglesi. Nel suo periodo fiorentino i suoi scritti di critica d’arte si concentrarono sulla scultura, in particolare sugli scultori Bartolini, Duprè, Santarelli, Fratacchiotti, Pampaloni. Fu relatore alla commissione giudicatrice delle opere di scultura per l’esposizione nazionale di Firenze del 1861. Fu anche segretario della commissione dell’istituendo pantheon italiano e intervenne nel dibattito sul rifacimento della facciata della chiesa di santa Croce. Una parte dei suoi scritti di critica d’arte sono raccolti nel volume Scritti sull’arte in Sicilia stampato nel 1988 a cura di Paolo e Giuseppina Giudici.

Le sue opere più importanti furono portate a termine fra il 1850 ed il 1860: la Storia dei municipi italiani (1851), Beppe Arpia (1851), la nuova edizione della storia letteraria (1855) ed il primo volume della Storia del teatro in Italia (1860). Attiva anche la sua collaborazione a varie riviste: «Perseveranza», «Crepuscolo», «Gazette des Beaux Arts», «Tuscan Athenaeum» «Contemporary Review». L’opera Storia della letteratura italiana è probabilmente il punto più alto raggiunto dalla storiografia letteraria italiana prima di De Sanctis, di cui preannuncia, talvolta con qualche incertezza, alcuni motivi e tendenze (soprattutto quella storicistica e quella filosofica). Schemi analoghi di derivazione giobertiana ha la Storia politica dei Municipi italiani (1851), nella quale traspare evidente uno spiccato senso di romanità, talvolta però non passato al vaglio di una critica sufficientemente suffragata da fatti.

Altre opere rimasero solo in fase di progetto o comunque non se ne hanno tracce; tuttavia Paolo Giudici parla di una di esse, l’Essay on Sicilian Painters, come di opera già edita. Tante di queste notizie si ricavano dalle lettere al fratello Salvatore, ma il Russi sostiene che sia probabile che in queste lettere parlasse di opere mai stampate e forse mai completate, esagerando anche le notizie sulla sua fama di scrittore. Nel 1862 sposò la ricca ereditiera inglese Anne Alsop iniziando così ad alternare lunghe permanenze in Inghilterra ai soggiorni in Italia.

Nel 1865 si presentò alle elezioni politiche nel collegio di Serradifalco ma fu battuto dal candidato del partito clericale. Scrisse in proposito a Giuseppe Lombardo, 11 luglio 1865: «Quanto a professione di fede io non mi vedo obbligato a farla, imperocchè basta leggere la mia Storia della letteratura pubblicata nel 1844 e la Storia dei Comuni italiani e gli altri miei scritti per convincersi che, mentre gli altri temevano, io ero tra i pochissimi in Italia che difendessero a viso aperto la libertà politica e religiosa, e predicassero l’unità d’Italia. Nei miei 20 anni di vita pubblica non ho mutato mai; non ho voluto accettar nulla dai Governi dispotici…». E al fratello Salvatore l’8 novembre 1865: «Non parlate più dunque del porco partito clericale. Io lo considero meno del fango, e specialmente Mussomeli si è fatto un bell’onore. Vi mando un giornale [da Firenze] e vedete come si parla del vostro paese, paese sudicio, schifoso, il più retrogrado di tutti i paesi d’Italia, io mi vergogno di esservi nato; sarà sempre bigotto e miserabile». Fu però eletto nel 1867 e stette all’opposizione col Rattazzi fino al 1870. Avrebbe voluto ripresentarsi alle elezioni ma non fu designato. Scrisse al fratello Giuseppe il 23 dicembre 1870: «Se vorrei essere deputato non avrei che a dire una parola d’accettazione a qualcuno dei cinquanta collegi elettorali delle elezioni rispettive. Ma io per ora non voglio saper nulla; e senza la deputazione sono sempre lo stesso cioè uno dei più grandi scrittori del tempo (senza superbia)».

Nell’ultimo decennio della sua vita viaggiò molto in Francia, Olanda, Belgio, Germania, Austria, Spagna.

Morì il 14 agosto 1872 ad Hastings e fu sepolto nel vicino cimitero di Ore.

Opere:

  • Storia delle belle lettere in Italia, Firenze, 1844.
  • I quattro poeti italiani, con apposite prefazioni e commento di P. Emiliani Giudici, Firenze, 1845.
  • La Divina Commedia di Dante Alighieri con note di Paolo Costa e illustrazioni storiche di Paolo Emiliani-Giudici, Firenze, 1846.
  • Florilegio dei lirici più insigni d’Italia, preceduto da un discorso di P. Emiliani Giudici, Firenze, 1846.
  • Premessa a: Ugo Foscolo, Notizia sulla narrazione delle fortune e della cessione di Parga in Opere, V, Firenze, 1850.
  • Filosofia politica di Lord Brougham [Traduzione, in collaborazione con Raffaello Busacca], Firenze, 1850-1851.
  • Compendio della letteratura italiana, Milano, 1851; poi riveduto da C. Teoli (Eugenio Camerini) e ristampato nel 1864.
  • Storia dei Municipj italiani, Firenze, a spese dell’editore; poi rifusa e completata col titolo Storia dei comuni italiani, Firenze, Le Monnier, 1864-1866.
  • Beppe Arpia (Firenze, 1851), Bologna, 1970 (a cura di E. Ghidetti).
  • Storia d’Inghilterra di Thomas Babington Macaulay, [Traduzione] Firenze, 1852-1853; poi 1859.
  • Cenni sopra Alessandro Tassoni in Ricordi di famiglia per le nozze di Eugenio Michelozzi con la Marchesa Eleonora Tassoni, Firenze, Stamp. 1854, pp. 75-94.
  • Storia della letteratura italiana, Firenze, 1855, poi Capolago 1857 e nuovamente Firenze 1896.
  • Nel ’54 il Le Monnier aveva stampato la sola copertina di una Storia della letteratura latina di P. Emiliani-Giudici col seguente annunzio, probabilmente di mano dello scrittore siciliano: «Il plauso universale onde fu accolta dalla Italia la Storia della letteratura italiana di P. E. Giudici, dieci e più anni fa pubblicata [1844], ha fatto in cuore agli studiosi nascere il desiderio di vedere dall’illustre Scrittore trattata la Storia della Letteratura Latina col metodo filosofico, con la profondità di critica, e lo stile gagliardo, animato ed elegante, che rese al tutto nuovo un subietto da molti altri scrittori nostri e stranieri più o meno diffusamente illustrato. Mostrandosi oggimai l’Autore inchinevole a soddisfare il voto degl’Italiani, è pronto a cominciare la pubblicazione della Storia della Letteratura latina, la quale servendo di Parte Prima alla Italiana, fa sì che ambedue formino un corso compiuto di Lettere italiche antiche e moderne. E veramente l’opera non poteva giungere più opportuna a ravvivare uno studio che con nostro disdoro è pur troppo trascurato in Italia, e per la persecuzione di gente tristissima minaccia di cadere nell’ultima rovina».
  • Poche parole di riconoscenza alla memoria di Arturo Hallam, in «Giglio fiorentino». Firenze, 1856.
  • Quello stesso anno iniziò la pubblicazione presso l’editore Le Monnier del Dizionario di antichità classiche dello Smith, ma, non potendo proseguire il lavoro per le precarie condizioni di salute, dette l’incarico di continuare la traduzione a Vincenzo Minuti, promettendo il proprio aiuto ed un discorso preliminare. Ma del Dizionario uscirono solo un centinaio di pagine.
  • Prose di Gian Vincenzo Gravina, pubblicate per cura di Paolo Emiliani-Giudici, Firenze, 1857.
  • Per il Barbera avrebbe dovuto curare anche un’edizione del Baretti, ma l’insuccesso delle Prose del Gravina, lo indusse a rinunziare.
  • Rassegna dell’opera: Histoire des Communes Lombards comp. par M. Prosper de Haulleville, Paris, 1850, in «Archivio storico italiano», nuova serie, tomo VII, 1858.
  • Storia del teatro in Italia, Milano, 1860. L’opera rimase interrotta al I volume, per il fallimento dell’editore Guigoni ed in seguito l’Emiliani-Giudici non volle più riprenderla; nel 1869 fu ristampata dal Le Monnier con lo stesso titolo.

Fonti:

  • E. Scolarici, Paolo Emiliani-Giudici. La vita e le opere. Con un’appendice di 160 lettere inedite, brevi note e 6 incisioni. Saggio, vol. I. [il II volume che doveva essere dedicato all’analisi delle opere non vide mai la luce], Palermo, 1917.
  • V. De Castro, Della vita e delle opere di Paolo Emiliani-Giudici. In «Rivista contemporanea nazionale italiana», vol. XLVII, anno XIV, Torino, 1866, pp. 185-215.
  • G. Gentile, Il tramonto della cultura siciliana. 2a edizione riveduta e accresciuta, Firenze, 1963.
  • M. Sacco Messineo (a cura di) La polvere e la memoria. Due scrittori siciliani Paolo Giudici e Paolo Emiliani Giudici. Palermo, 2003.
  • E. Ghidetti, Prefazione a Beppe Arpia, Bologna 1970.

Nota biografica a cura di Paolo Alberti.

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Paolo Emiliani-Giudici
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Emiliani-Giudici, Paolo
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