Orlando furioso [Segre]

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Orlando furioso [Segre] 2016-10-23T23:59:58+00:00

Tratto dall’edizione “Grandi Classici Oscar Mondadori n° 5”, Arnoldo Mondadori Editore, a cura di Cesare Segre.

Fin dal primo canto ci si rende conto che le storie intrecciate dentro l’Orlando Furioso ne continuano altre con gli stessi personaggi, che l’autore sa già familiari ai suoi primi ascoltatori. Infatti il poe­ma è il seguito dell’Orlando Innamorato del Boiardo, nato nel medesimo ambiente ferrarese poche decine di anni prima, e rimasto incompiuto per la morte dell’autore dopo aver raggiunto ragguardevoli dimensioni (analoghe a quelle del Furioso, che è pur opera compiuta, anzi ampliata rispetto all’idea iniziale). Per orientarsi non è indispensabile aver letto il Boiardo, ma può essere utile almeno un’immagine d’insieme della letteratura cavalleresca. Tuttavia la sua estensione nel tempo e nello spazio è così grande (anche a restare in Occidente, trascurando fenomeni simili nelle letterature orientali) che non si può presentarla in pochi minuti, nemmeno a volo d’ippogrifo. Mi proverò a tirarne giù un blasone alla brava.

Nel corso di cinque secoli la letteratura cavalleresca offrì al pubblico non dotto, in molte lingue volgari europee, un repertorio fantastico di storie dell’universo mondo, di origini e segreti, che si degradò man mano a semplice narrativa d’azione. Le remote sorgenti sono due: la Chanson de Roland di Turoldo, un canto epico francese dell’XI secolo, e l’Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth del XII secolo, in latino spigoloso. La seconda dice di tradurre una fonte gaelica che non conosciamo; sia vero o no, resta interessante l’aspirazione ad ascriversi a una tradizione di lingua volgare. Anche la storia di Goffredo trovò presto miglior consacrazione letteraria in Francia, nei romanzi di Chrétien de Troyes. Gli sviluppi, arricchiti di ogni sorta d’invenzioni e di altro materiale leggendario di varia età e provenienza, seguirono copiosi fino al XVI secolo (e oltre, con appendici burlesche), non solo in Francia e in Inghilterra, ma anche in Germania, Italia, Spagna eccetera. Molto si tradusse e s’imitò, in modo che le frontiere delle varie aree linguistiche non ostacolassero la circolazione “globale”.

L’ambiente natio è la società feudale, dove il contado intorno a un castello basta a mantenere un materialone di adeguata corporatura e prepotenza, un cavallo robusto che lo porti (uomo e bestia coperti di ferro), e alcuni servi armati che lo accompagnino. Questo è il nucleo elementare della cavalleria pesante con fanteria di servizio, che costituiva l’esercito guerreggiante, ed è la realtà sottostante ai romanzi. Il ciclo carolingio (parole chiave: battaglia, campione, tradimento, fedeli/infedeli), si rifà a Carlomagno e ai suoi paladini; quello bretone (“Bretagna che fu poi detta Inghilterra”, come dice l’Ariosto; parole chiave: eros, sortilegio, vagare in cerca, tenzone), si rifà al favoloso Re Artù e ai suoi cavalieri della Tavola Rotonda.

Poi – nel mondo dei fatti – fin da Azincourt i cavalieri catafratti francesi vengono abbattuti da lontano dagli arceri inglesi. Poi svizzeri e lanzichenecchi si organizzano in falangi, contro cui s’infrange la cavalleria pesante. Poi i cannoni fanno a pezzi tanto le armature di ferro, quanto le mura alte e relativamente sottili dei castelli; e i tercios spagnoli mescolano ai picchieri gli archibugieri, e in seguito i moschettieri. La struttura sociale si è evoluta. La guerra richiede altri mezzi, e organizzazione più complessa e costosa. Il cavaliere cede il pesante cavallo normanno al traino degli affusti d’artiglieria, si veste di stoffe per cavalcare il veloce berbero, si arma di sciabola e pistola (al massimo di una lancia leggera) e viene relegato in ruoli ausiliari dove faccia premio la velocità.

La letteratura cavalleresca perde così ogni residua velleità di romanzare il reale, eppure prospera più che mai. Si tramanda il nocciolo, ma naturalmente la polpa del frutto va mutando nel tempo. Dilagano il successo commerciale fra il pubblico e la moda nelle corti. Nata la stampa, intere tipografie si dedicano esclusivamente a imprimere romanzi di cavalleria.

Boiardo crede ancora nella cavalleria. Quel vecchio mondo suggerisce al nobile castellano magiche fantasticherie piene di suggestione, benché talora egli cada in cliché ripetuti, e non si curi dei precetti linguistici del Bembo. Sia chiaro che quei padri nobili della nostra storia letteraria che affettano di dargli poco peso, prendono un abbaglio.

Il funzionario governativo Ariosto alla cavalleria non crede più. Adora a sua volta quelle fantasticherie (specificamente quelle dell’Innamorato, al quale da parte sua non dà poco peso, anzi con esse trascorre la sua vita letteraria), ma le passa attraverso vari filtri: di urbanità, di buon senso (che noi diremmo borghese – e non è certo merce cavalleresca), di razionalità, di gusto teatrale, e soprattutto d’ironia affettuosa e maliziosa. I suoi cavalieri non sono più portatori di emblemi, ma mostrano moventi e movenze quotidiane. Elementi leggendari vengono razionalizzati: per esempio, l’anello fatato di Angelica che rende immuni dagl’incantesimi non è che la visione fredda e smaliziata delle cose, materializzata e al bisogno inviabile per corrispon­denza; qualche mostro riceve una scrupolosa qualificazione zoologica (l’ippogrifo è il raro ibrido di una cavalla e di un grifone, ma occorre un apposito corso di equitazione per imparare a padroneggiarlo; il drago di San Giorgio è un’orca marina, e del resto lo stesso San Giorgio è un professionista della liberazione di donzelle); i cavalieri litigano sempre come bulli l’uno con l’altro: a volte occorre estrarre a sorte calendari delle singolar tenzoni che si accavallano fra loro, sollevando mille proteste, perché nessuno vuol correre il rischio di veder ammazzato da altri il proprio rivale, prima che arrivi il suo turno. L’aura leggendaria si logora a favore di un’aura romanzesca. L’autore onnisciente non si atteggia a cronista discreto, ma commenta ogni cosa e spadroneggia, tenendosi costantemente alla ribalta. Persino le sue esigenze linguistiche mostrano com’è cambiato il pubblico cui si rivolge: il poema dà un ragguardevole contributo alla costruzione di una lingua letteraria italiana non vernacolare.

Nella seconda metà del secolo, varcata la fatale frontiera della controriforma, uscì la Gerusalemme Liberata (dedicata alle crociate anziché alla materia carolingia, ovvero all’aggressione anziché alla difesa occidentale contro l’Islam). Anche al Tasso era familiare la cavalleria,  ma essa apparteneva alla generazione di suo padre. I suoi cavalli e cavalieri entravano in un altro mondo: barocco, sentimentale e cattolico. Peraltro il confronto fra i due poemi fu vivace e alterno. Forse non era poi così chiaro che il Furioso dovesse per forza chiudere il passato, e la Gerusalemme dovesse aprire il futuro. Il Furioso non s’inserisce solo nella tradizione cavalleresca, ma anche in quella novellistica. Entrambe erano prossime a esaurirsi nel nostro paese – la prima per senilità, e la seconda per il venir meno di aria respirabile. Ariosto conservava tracce, seppur temperate, della morale limpida e civile del Boccaccio; invece Tasso solleciterà lui stesso gl’inquisitori a esaminare e giudicare la sua ortodossia.

Poi venne il Don Chisciotte di Cervantes, memorabile epicedio della letteratura cavalleresca. Quando il curato fa un rogo della biblioteca di quell’amabile mentecatto (quale si riduce ad essere chi legge troppi libri di cavalleria), getta nel fuoco con qualche esitazione anche i volumi di un’imitazione spagnola dell’Orlando Innamorato: «Veramente li condannerei solamente ad esilio perpetuo, perché almeno hanno parte dell’invenzione del famoso Matteo Boiardo, da dove tessé la sua tela anche il cristiano poeta Ludovico Ariosto, che se qui lo trovo e parla in altra lingua che non sia la sua, non gli porterò nessun rispetto [del Furioso correva in Spagna una traduzione infame]; ma se parla nella sua lingua, gli leverò tanto di cappello».

Furioso e Chisciotte mettono entrambi in ridere la cavalleria, senza scendere al burlesco. Ma nell’intervallo di tempo fra i due, la voga cavalleresca si è degradata: le è rimasto solo il pubblico popolare, ed è più facile darle addosso. Nel primo Cinquecento, un duca poteva ancora compiacersi di sentirsi affibbiare un capostipite fra i paladini; un secolo dopo, invece, si compiaceva di farsi beffe dell’ultimo paladino redivivo. Neppur volendo Ariosto avrebbe potuto darsi arie di superiorità commiserante verso la corte estense, che andava pazza di quella moda: egli prese il giocattolo e lo fece esplodere dall’interno in bei fuochi d’artificio allegro/sanguinolenti. Cervantes, ormai, poté calarlo nella fossa, tingendo il funerale buffo di un’ombra di pietà affettuosa per l’umana follia.

Ma nemmeno Cervantes rise ultimo. La cavalleria andò sotterra come un seme che non ha perduto la capacità di germogliare. Il suo potenziale perenne risiede, non tanto nelle storie carolinge, quanto nella fantasia celtica delle storie bretoni. Una lista delle rielaborazioni creative e degli echi fino ai nostri giorni sarebbe lunghissima. Di più: insieme ad altre antiche vegetazioni avventurose, per esempio nordiche (come i miti norreni), oppure orientali (come il Viaggio in Occidente, omologo cinese del Furioso), essa contribuisce a ispirare l’attuale fioritura di una miriade di popolarissime fiction scritte, disegnate, animate e variamente rappresentate. Di solito le realizzazioni sono banali, ma talvolta riescono decorose o senz’altro attraenti: proprio com’è sempre avvenuto nel lunghissimo corso del tempo. Forse bisognerà pazientare qualche altro secolo, prima di imbattersi proprio in nuovi Orlandi Furiosi (o Edde, o Viaggi in Occidente). Tuttavia, vedete un po’: a ridere ultime sono la cavalleria e l’umana follia.

DUE SCOGLI PRATICI

L’Ariosto è un grande e meraviglioso narratore di infinite vicende allacciate fra loro, ma a tratti la sua regia desta qualche dubbio. Forse gli accade di spingere all’eccesso la frammentazione dei singoli quadri narrativi, e gli andirivieni fra l’uno e l’altro. C’è da perdere la bussola. Nella speranza di aiutare gli ascoltatori a conservare l’orientamento, un piccolo sommario precederà ogni canto.

Un altro problema può essere la forma metrica chiusa. Il poema è scritto in gloriose ottave di endecasillabi (sei a rima alterna più due a rima baciata). A leggerlo fedelmente – dice qualcuno – bisogna privilegiare la musica dell’ottava.

Già: più di 38.700 versi, scanditi dentro strofe che durano 30 secondi ciascuna, e dopo un paio di secondi ripetono la stessa musica, per più di 4.800 volte. Non si può, senza ricetta medica!

Sarà meglio adattarsi a compromessi. Senza dimenticare che sono versi e non prosa, converrà inseguire un’articolazione espressiva che serva da antidoto all’ipnosi e alle deformazioni sintattiche indotte dalla metrica.

Chi legge da sé applica al testo l’espressione che gli pare adatta. Invece chi ascolta subisce l’espressione scelta dal lettore ad alta voce, che ha dipanato lo scritto per lui. Naturalmente, a chi ritiene di saper fare meglio, conviene leggere da sé.

In ogni caso nessuno legge mai “il vero testo”, che esiste solo per rozza convenzione. Tutti noi formuliamo congetture di lettore, animando con schemi e risonanze della nostra mente l’astrazione indefinita dei segni sulla carta (e chi scrive non sa che cosa arrivi a destinazione, se non fa i conti con la mente di chi legge; e ogni epoca legge ogni classico a modo suo).

Ma allora, la voce applica la mente del lettore a quella dell’ascoltatore, come una protesi? Nemmeno per sogno. Il parlato è ben più definito dello scritto, ma in entrambi i casi l’interpretazione del messaggio avviene esclusivamente nella mente del destinatario. Verificate: nemmeno chi parla senza leggere si fa capire, se non si prende cura di chi ascolta; oppure, ascoltate vive voci registrate qualche decennio fa, e sentite come è cambiata nel frattempo l’impressione che producono.

La lettura ad alta voce ha qualcosa in comune con la traduzione in altra lingua. In entrambi i casi le informazioni contenute nel testo arrivano all’elaborazione del destinatario previa interpretazione altrui. Supporre a priori che il risultato debba essere negativo, sarebbe ingiustificato pessimismo: il testo ci può perdere oppure guadagnare, bisogna verificarlo caso per caso. Se però il lettore (o il traduttore) fosse piatto e irrilevante – sia per inettitudine, sia per discrezione, per non interferire nelle scelte del destinatario – allora il risultato sarebbe immancabilmente negativo. Il destinatario perderebbe comunque l’ampio margine di arbitrio consentito dai segni astratti sulla carta, e in cambio non riceverebbe nient’altro che una lettura tediosa. I sogni del lettore e del traduttore digitale di testi letterari, per le nostre teste analogiche, si direbbero destinati a restare balle metafisiche.

Sommari

Canto I

Il poema esordisce in medias res, con personaggi che si suppongono già noti al lettore attraverso l’Orlando Innamorato del Boiardo. E come quello si apriva con l’apparizione teatrale di Angelica a un gran banchetto di corte, così questo mostra la bella in uno scenario di boschi, dove essa galoppa all’impazzata per sottrarsi a un paio dei suoi aggressivi spasimanti, Rinaldo e Ferraù. Poi ne blandisce un terzo, Sacripante, perché vorrebbe farsene una guardia del corpo; invece sfiora lo stupro. Un bianco cavaliere di passaggio (che in realtà è una femmina sportiva e forzuta, Bradamante) la leva dai guai e le consente di riprendere la fuga. Angelica, principessa del Catai, era stata creata da Boiardo come maga venuta a sedurre i paladini di Carlomagno, allo scopo di farli scomparire chissà dove nel remoto Oriente. Invece Ariosto ne fa una ragazza lontana da casa, che ha la disgrazia di eccitar troppo tutti i maschi che incontra, si difende come può e sogna solo di tornarsene al suo paese.

Canto II

Rinaldo abbandona il duello con Sacripante per correre a Parigi sulle orme di Angelica. Ma il re Carlo, ridotto a malpartito nella guerra con i saraceni, lo precetta perché si rechi in Inghilterra a procurare truppe di rinforzo. Impaziente di liberarsi dall’incombenza, Rinaldo insiste per prendere il largo da Calais nonostante il tempo burrascoso, e la sua nave cade in balia del vento.

Frattanto Bradamante incontra Pinabello, maganzese e pertanto gran fellone, dal quale apprende che il suo innamorato Ruggero è stato imprigionato in un castello d’acciaio da un mago (Atlante) che cavalca un cavallo alato (l’ippogrifo). Pinabello finge di guidarla alla meta, ma perfidamente la fa precipitare in un pozzo.

Canto III

In fondo al pozzo dove Pinabello l’ha precipitata, Bradamante trova la tomba del mago Merlino (che parla e profetizza anche da morto). Il mago le fa complimenti e l’affida alla maga Melissa, la quale a suo beneficio mette in scena un piccolo spettacolo di spiriti, per mostrarle i futuri discendenti suoi e di Ruggero ­- ovvero i principali esponenti della casa d’Este nel corso dei secoli. È l’espediente di Ariosto per compiere il suo dovere di cortigiano. Per il caso che qualche ascoltatore preferisca sfuggire il tedio della cerimonia, segnaliamo che essa occupa 300 versi, all’incirca fra i minuti 12 e 30.

Ritornata all’aperto, Bradamante si avvia all’incontro con il ladro Brunello, cui dovrà sottrarre un anello fatato (chi lo tiene in bocca è invisibile) già appartenuto ad Angelica. Sarà l’arma segreta per sconfiggere il mago Atlante, che tiene Ruggero rinchiuso nel suo castello.

Canto IV

Bradamante sottrae a Brunello l’anello magico e s’impadronisce del mago Atlante. Risulta che questi è un vecchietto molto affezionato a Ruggero, di cui era stato il balio asciutto da bambino, e l’ha imprigionato solo per sottrarlo ai pericoli della guerra, insieme a cavalieri e dame per tenergli compagnia. Il mago viene costretto a dissolvere il suo castello fatato, e i prigionieri si trovano liberi su un monte brullo. Peccato! A molte dame spiace di dover rinunciare a una prigionia che trovavano assai gradevole. Bradamante e Ruggero, innamoratisi tempo addietro per essersi visti di sfuggita, si danno un’altra occhiata che conferma l’amore; ma subito Ruggero scompare di nuovo: ha inforcato il cavallo volante – l’ippogrifo, che non sarebbe frutto di sortilegi, ma l’ibrido di una cavalla e di un grifone – però non lo sa controllare, e vien portato via nel cielo.

Si ritorna a Rinaldo, trascinato dalla tempesta sulle coste della Scozia, nella selva Calidonia, dove si danno convegno i più famosi cavalieri del ciclo bretone. Tuttavia i buoni fraticelli di un convento locale sconsigliano di perder tempo là dentro: magari ci si potrebbero incontrare tante belle avventure,  ma in quel posto selvaggio passerebbero inosservate. Per loro suggerimento, Rinaldo si avvia a intervenire nelle vicende della bella Ginevra, calunniata figlia di re. Quella sì, promette di essere un’avventura che otterrà gli onori della cronaca.

Canto V

La novella scozzese della principessa Ginevra occupa l’intero canto e le prime ottave del successivo. L’intrigo è desunto da un romanzo spagnolo, cui l’Ariosto aggiunge garbo, se non proprio migliore attendibilità.

Canto VI

Concluso con un esauriente lieto fine l’episodio o novella di Ginevra, il racconto ritorna a Ruggero, rapito a volo dall’ippogrifo sino alle colonne d’Ercole e oltre, sino a un’isola in mezzo all’oceano. Qui regnano su distinti territori la lascivia (maga Alcina) e la virtù (maga Erifilla). Ruggero è messo sull’avviso dal paladino Astolfo, che per aver ceduto alla lascivia è stato trasformato in una pianta di mirto. Naturalmente Ruggero si propone di seguire la virtù, ma bastano le maniere gentili di un paio di belle ragazze per portarlo sulla strada sbagliata.

Canto VII

Ruggero incontra Alcina nel suo palazzo, e quell’abbagliante beltà lo seduce al punto di fargli dimenticare l’amore per Bradamante, la guerra e la passione per la gloria militare. L’ippogrifo lo ha portato là su istruzione di Atlante. Infatti il vecchio mago, pur costretto a distruggere il castello fatato in cui lo aveva rinchiuso, non ha rinunciato all’intento di sottrarlo ai rischi della guerra, a costo di seppellirlo nell’ozio più vile.

Ruggero si dà alla bella vita, in veste di vagheggino adorno di profumi e gioielli. Per farlo ravvedere, Bradamante gl’invia la maga Melissa. Questa pone al dito di Ruggero l’anello magico che rende vani gl’incantesimi, e lo esorta a non scordare il suo dovere di mettere al mondo la progenie degli estensi, da cui in futuro usciranno i boss del buon Ariosto (ci vergognamo per lui dei complimenti smaccati che rivolge ai suoi datori di lavoro). Non che il guerriero dia segno di commuoversi, ma si libera dalla malia e si accorge che la maliarda per cui stava perdendo la testa, in realtà non è che una megera spelacchiata e sdentata, più vecchia e rugosa della Sibilla. Allora indossa le armi, inforca un buon cavallo (non il pericoloso ippogrifo) e la pianta in asso.

Canto VIII

Dipana quattro fili del racconto, ciascuno per breve tratto. È la varietà di musiche del “buon sonatore”, dice l’Ariosto. Tuttavia l’andatura un po’ svagata e casuale può mettere alla prova la memoria dell’ascoltatore (senza smentire, mi pare, la smagliante e labirintica tessitura di mille colori che emergerà dall’insieme del poema).

Séguito del canto 7°: Ruggero si dirige verso la dimora di Logistilla. Alcina lo fa inseguire per terra, e s’imbarca per impedire che lasci l’isola per mare. Intanto Melissa ha mano libera per sabotare le magie di Alcina; fra gli altri libera il paladino Astolfo già trasformato in mirto, lo aiuta a ricuperare le sue armi e si fa accompagnare da lui presso Logistilla, a cavallo dell’ippogrifo.

Séguito del canto 6°: in Scozia e a Londra, Rinaldo ottiene rinforzi per la guerra di re Carlo.

Séguito del canto 2°: il vecchio eremita libidinoso insidia Angelica. Lei fugge e segue la riva del mare, ma l’eremita strega il suo cavallo e la fa portare a nuoto su una scogliera remota. Là egli l’addormenta per possederla con comodo, ma poi scopre di essersi affaticato invano: è così vecchio che proprio non ce la fa, e casca addormentato anche lui. Angelica dormiente viene rapita e portata a Ebuda (Ebude eran dette le Ebridi, al largo della costa occidentale scozzese) per esser data in pasto a un’orca marina.

Séguito del canto 1°: intanto a Parigi Orlando, travagliato dall’amore per la perduta Angelica, lascia di nascosto la città per andarla a cercare.

I due versi iniziali di questo canto sono posti da Hofmannsthal in epigrafe ad Andrea o I ricongiunti.

Canto IX

Durante l’avventuroso viaggio in cerca di Angelica, Orlando incappa nella novella di Olimpia e Bireno (che avrà sviluppi nel canto seguente). L’intrigo si potrebbe dire convenzionale, se non prendesse una piega alquanto brutale. Vediamo che, ai tempi dell’Ariosto, l’idillica Olanda (“là tout n’est qu’ordre et beauté…”) poteva passare per patria di belve umane. Ci s’imbatte in un’esibizione avveniristica: in attesa che lo yankee di Mark Twain venga a turbare la corte di re Artù, il mondo dei cavalieri carolingi viene precocemente contaminato dalle armi da fuoco.

Canto X

Ogni canto esordisce con un “giornalino dell’Ariosto”, per così dire: piccoli commenti a ciò che ha preceduto o seguirà, per riprendere il contatto interrotto con il pubblico della sua lettura a corte. Qui il “giornalino”, più esteso del consueto, è dedicato alla novella di Olimpia, che poi viene svolta un altro poco e di nuovo sospesa, rinviandone crisi e lieto fine alla tornata successiva.

Si ritorna a Ruggero, che giunge alla dimora di Logistilla, la quale fa prendere bravamente a cannonate le navi di Alcina inseguitrice. Di là egli riparte a cavallo (stavo per dire: a bordo) dell’ippogrifo, dopo l’opportuno corso di pilotaggio. Sapevamo l’isola di Alcina posta nell’Oceano Atlantico, ben oltre le colonne d’Ercole; e ora scopriamo che si trova precisamente all’altra estremità del mare, dove esso “bagna l’India”: dunque si tratta di un’isola dei Caraibi, come quella dov’era sbarcato Colombo. Per tornare in Europa, Ruggero sceglie di continuare a far rotta verso occidente e sorvolare l’Asia, completando il giro del mondo. Il suo è turismo da bon vivant, realizzato con supposti mezzi naturali di apparenza familiare: una gran cavalcata solitaria su un raro corsiero uscito da uno speciale allevamento, fatta sì con ambizione e gusto di veder cose nuove, ma soprattutto con l’intento di renderla più confortevole del viaggio di andata, riposando ogni notte negli alberghi migliori. È un sogno di viaggiatore in poltrona al tempo delle grandi scoperte geografiche; Ariosto, che non ama viaggiare, ci fa sapere a quali condizioni accetterebbe di diventare un eroe del suo tempo. Prima i narratori si accontentavano della negromanzia, ed erano diavoli a trasportare lontano per vie occulte persone dormienti. Ma come mai fra l’Atlantico e l’Asia non si vede traccia dell’America e del Pacifico? Ariosto avrà pur saputo che il mondo era più grande, ma per farlo esistere nei suoi versi gli occorrevano nomi, e per quelle aree non disponeva di toponimi resi suggestivi dalla tradizione. Aveva 18 anni nel fatidico 1492, 33 anni quando ebbe nome l’America (ancora una semplice linea di costa), 42 anni quando fu pubblicata la prima edizione del Furioso, e 50 anni quando ebbe nome l’Oceano Pacifico. Meno male: a Ruggero non avrebbe sorriso l’idea di attraversare anche un intero continente selvaggio e un oceano più vasto dell’Atlantico, senza ombra di locande.

Ruggero fa scalo a Londra, e vede le truppe che su richiesta di Rinaldo si stanno raccogliendo a sostegno di Re Carlo. Poi sorvola l’isola di Ebuda, e vede Angelica nuda incatenata allo scoglio, in attesa che l’orca la divori. Non uccide l’orca, ma l’abbaglia con lo scudo di Atlante: sembra ormai conquistato dalla praticità della super-attrezzatura da fumetti che all’inizio affettava di disprezzare.

Si porta via la ragazza, e la trova tanto di suo gusto da dimenticare ogni impegno. Atterra d’urgenza nel più vicino luogo ameno, e si dà febbrilmente a spogliarsi dell’armatura. L’amata Bradamante, poverina, sembra destinata a portare in fronte “più corna di un paniere di chiocciole”, come si dice in Toscana.

Canto XI

Prima che Ruggero riesca a togliersi l’armatura per attentare alla virtù di Angelica, la frigida ragazza ha tutto l’agio di scomparire ponendosi in bocca l’anello magico, e l’ippogrifo di liberarsi delle pastoie e volarsene via. Ruggero – mogio, defraudato e solo – si riveste e s’incammina in cerca della strada maestra. Presto s’imbatte in un guerriero alle prese con un gigante. Una mazzata sulla testa abbatte il guerriero, e solo allora Ruggero si accorge che in realtà si tratta di Bradamante. Non gli resta che inseguire il gigante assalitore che se la porta via.

Sipario. Si conclude la novella di Olimpia, rapita anche lei dai pirati di Ebuda e offerta in pasto all’orca. Orlando la libera in capo a un’ingegnosa lotta con il mostro. Il re d’Irlanda (o Ibernia che dir si voglia), che si trova sul posto, s’invaghisce di lei contemplando le sue nude beltà, la vendica del tradimento del marito Bireno rendendola vedova, e infine la sposa.

Canto XII

L’esordio – un paragone buffo fra Orlando in cerca di Angelica e Cerere in cerca di Proserpina – è una delle multiformi parodie antiche e moderne di cui è fatto l’intero poema: qui si chiama in causa il mito antico, come poco addietro i grandi viaggi di scoperta contemporanei e futuri. Sono parodie non burlesche ma ironiche, di un tono personale che non sghignazza ma sorride, e non appartiene a nessun repertorio di genere. Il genere letterario del Furioso è semplicemente “ariostesco”, come il Don Chisciotte, poniamo, è “cervantino”.

Ne dà un altro esempio il nuovo trucco escogitato dall’inesauribile mago Atlante per sottrarre Ruggero da ogni pericolo. È un palazzo incantato, dove convergono e restano imprigionati molti protagonisti del poema. Vi càpita anche Angelica, in cerca di chi l’aiuti a raggiungere un porto dove si possa imbarcare per il Catai/India. Il suo anello magico (o prosaico buon senso) dissolve anche questo incantesimo, come già era avvenuto del castello d’acciaio e delle magie di Alcina. Non appena liberati, i guerrieri si azzuffano. Angelica rinuncia a quei protettori rissosi, si rimette in bocca l’anello e scompare. Per un po’ (altra parodia) si svaga da occulta spettatrice del loro sport preferito: darsi botte da orbi; ma poi si annoia e si allontana in cerca di novità. Peregrinando giunge in un bosco, dove trova un giovinetto che giace a terra gravemente ferito.

Intanto Orlando, che vaga a sua volta cercandola invano, dopo qualche occasionale scontro e strage, scopre nella notte due donne celate in una spelonca.

Canto XIII

La spelonca scoperta da Orlando è un covo di briganti, dove son chiuse Isabella, fanciulla rapita, e una vecchia che la sorveglia. La fanciulla narra la sua storia (figlia del re di Galizia, fece naufragio mentre era in viaggio per raggiungere l’innamorato Zerbino, figlio del re di Scozia). Sopraggiungono i briganti. Orlando li stermina e porta Isabella con sé.

Sipario. Bradamante, che sta ancora aspettando impaziente il ritorno di Ruggero, vede ritornare dai Caraibi la maga Melissa, che le racconta come egli si trovi vicino, ma ancora una volta prigioniero del mago Atlante nel nuovo palazzo incantato. Ne davamo per dissolto l’incantesimo, ma scopriamo invece che si erano liberati solo gli spasimanti di Angelica, fra i quali Ruggero non rientrava, benché ci avesse fatto anche lui un pensierino.

Mentre accompagna Bradamante verso il palazzo, Melissa le snocciola un altro po’ di albero genealogico estense, questa volta i rami femminili (circa 8 minuti, per chi li volesse saltare). Per gli aspetti operativi, essa raccomanda a Bradamante, quando le sembrerà d’incontrare Ruggero che le chiede aiuto, di ucciderlo senza esitare, perché non sarà altri che Atlante travestito, e quello sarà il modo di sbarazzarsi una buona volta di lui e dei suoi trucchi. La ragazza promette. Ma quando s’illude di vedere con i suoi occhi Ruggero in difficoltà, si butta avanti, entra nel palazzo e cade nell’incantesimo come un pollo.

Sipario. Si preannuncia una grande rassegna dell’esercito di Agramante, che deve riorganizzare i propri decimati quadri direttivi.

L’autore torna sul tema della dilettosa tela dai molti colori che sta tessendo. E noi ci chiediamo: le genealogie estensi e le divagazioni sulle loro piccole imprese che incontriamo ogni tanto, sarebbero anche quelle un filo dilettoso?

La cerchia ferrarese cui apparteneva l’Ariosto identificava nella casa d’Este, non solo la stirpe dei padroni, ma la promotrice della sua piccola patria, bella e amabile, indipendente e immortale. Ma non sarà un passo falso, per un “classico”, voltar le spalle al proprio “uditorio universale” di ogni tempo e paese, per intrattenere quattro gatti provinciali, morti e sepolti cinque secoli fa con le loro illusioni?

Il fatto è che non c’è vate né profeta che non sia costretto a raffigurarsi l’uditorio-genere-umano come può, a casa sua e ai suoi tempi; sacro o profano che sia il testo, dettato da ispirazione numinosa, fantasia, o metodo scientifico. Perciò non c’è uditorio universale che in breve non cada in polvere, per rinnovarsi mutando. La sopravvivenza della letteratura universale è dovuta tanto a talento e fortuna di autori, quanto a ricettività (inclusi gli adattamenti più o meno consapevoli) di chi via via si trova ad essere vivente, curioso e disposto a sopportare qualche disagio per non render vano l’incantesimo. Ora, che è il nostro turno di essere viventi, sappiamo che l’esistenza di quella piccola patria era appesa a un capello, troviamo servili le lodi smaccate, e magari dubitiamo della “fama onesta” di Lucrezia Borgia. Ma è poi disagio trovare anche noi quella Ferrara tanto bella e amabile da esalare ancora un sentore di immortalità?

Canto XIV

Il consueto “giornalino dell’Ariosto” rievoca la battaglia di Ravenna (11 aprile 1512), ricordata come la prima al mondo in cui l’artiglieria campale ebbe impiego e peso decisivi. Vinti e vincitori, uomini e cavalli, sparsero un mare di sangue. Prevalsero i cannoni di Alfonso d’Este, che appoggiava i francesi. Infatti il gran mecenate di poeti cavallereschi era rinomato come grande esperto nel fabbricare e impiegare le armi che affossarono la cavalleria corazzata. Si narrò che gli artiglieri gli avessero fatto notare come fosse difficile sparare sugli spagnoli senza colpire anche i francesi. Alfonso avrebbe risposto: «Sparate senza timore di fallare, ché sono tutti nemici vostri». Ariosto, che già stava componendo il Furioso, visitò il campo di battaglia pochi giorni dopo.

I due Orlandi, Innamorato e Furioso, si susseguono nello stesso luogo a breve distanza di tempo, e le fantasie del secondo sono desunte dal primo; eppure vediamo che l’incanto del Boiardo e il disincanto dell’Ariosto appartengono, non solo a temperamenti, ma proprio ad evi diversi. Corre fra loro la linea rossa dell’evoluzione delle armi, come quella azzurra dei grandi viaggi di scoperta.

Agramante passa in rivista le sue truppe e assegna i comandi vacanti. Mancano all’appello due schiere, perché sterminate da Orlando verso la fine del canto 12°. Saputa l’impresa, il tartaro Mandricardo è roso d’invidia per la straordinaria abilità del paladino nel fracassare con le sue mani uomini e bestie, seppur salvando donzelle, e si mette in via smanioso di incontrarlo per confrontarsi con lui. S’imbatte invece in militari di nazione amica che scortano la bella Doralice, inviata sposa a Rodomonte, e in mancanza di meglio sfoga le proprie pulsioni sanguinarie su di loro. Ma il suo rapporto con le donzelle è affatto diverso: qui smette di emulare Orlando e si prende la ragazza, dapprima spaventata e alla fine consenziente.

Intanto Agramante vuol affrettare la conquista di Parigi, prima che venga ostacolata dall’arrivo dei rinforzi inglesi condotti da Rinaldo. Senonché Carlomagno rivolge al Padreterno un’accorta perorazione teologico-commerciale, che gli ottiene di accelerare magicamente la marcia di quei rinforzi tenendola occulta al nemico.

Ha inizio il feroce attacco saraceno contro Parigi.

Questo canto, dove le giunture sono più agili del consueto, è un esempio eccellente di quanto siano multiformi i talenti dell’Ariosto, e ricca di toni e colori variegati la sua famosa tela. Lo sfondo ironico ospita con naturalezza ogni sortilegio o nefandezza, tragedia o idillio, o all’occorrenza invettiva (come quella contro gli ecclesiastici), e tiene sempre i lettori/ascoltatori sotto l’usbergo dell’anello di Angelica.

Canto XV

Dai massacri dell’assedio di Parigi si ritorna all’isola di Alcina. Anche Astolfo deve rimpatriare. Non dispone di un ippogrifo, e con esso della libertà di scegliere, come Ruggero, la rotta che più gli garba. Logistilla studia il percorso per lui: sempre verso occidente, un altro giro del mondo, ad evitare eventuali insidie di Alcina. La rotta a nord-ovest, per il Mar Glaciale Artico, è sconsigliata dalle condizioni atmosferiche e dalle lunghe notti boreali. La rotta per l’Oceano Indiano si arresta alla barriera dal continente africano, che – si profetizza – solo fra qualche secolo i portoghesi insegneranno a circumnavigare. Dunque occorrerà navigare fino al Golfo Persico e proseguire il viaggio per via di terra. Il bagaglio di Astolfo si arricchisce di due doni: un dizionarietto delle magie, quali sono e come sventarle (una specie di manuale delle giovani marmotte per cavalieri erranti); e un corno dall’orrifico suono, che chiunque lo sente vien preso dal panico. Strada facendo, il paladino viene profeticamente erudito sul futuro impero di Carlo V.

Lo sbarco avviene nel Golfo dei Maghi, oggi Baia di Bahrein nel Golfo Persico. Astolfo attraversa l’Arabia, costeggia il Mar Rosso e giunge in Egitto. S’impadronisce di un gigante antropofago, che gli sarà utilissimo come animale da soma. Giunto alla foce del Nilo, a Damietta, il suo manualetto gli insegna a sconfiggere un mostro bizzarro. Si guadagna come compagni di viaggio due famosi cavalieri, Grifone il Bianco e Aquilante il Nero. I tre non perdono l’occasione di visitare Gerusalemme. Là incontrano Sansonetto, altro futuro titolare di un filo della trama ariostesca.

Canto XVI

Grifone va in cerca dell’indegna amata Orrigille, che lo tradisce e lo imbroglia spudoratamente. Con lei e con un altro amante avventizio, che a lui vien presentato come fratello della donna, si reca a Damasco dove il re ha bandito “una splendida festa”.

Torniamo all’assedio di Parigi: Rodomonte, penetrato in città, lungo il percorso dov’è oggi il Boulevard Saint-Michel fa strage del “populazzo” e arde e abbatte gli edifici di legno. Intanto oltre il fiume, al capo opposto delle mura, nei sobborghi Saint-Martin e Saint-Denis, i rinforzi inglesi condotti da Rinaldo mettono a dura prova gli assedianti moreschi.

La messinscena della battaglia, che occupa la maggior parte del canto, non è certo epica, ma è pur tanto drammatica da non ridursi a una giocosa parodia; benché il tono colloquiale che ne tempera la truculenza non rifugga  da tratti di umorismo nero (il cavallo sgravato di un cavaliere obeso ringrazia mentalmente l’uccisore per avergli schivato una giornata faticosa; Zerbino roteando la spada spedisce «or questo ora quel giù ne l’inferno a dar notizia del viver moderno»).

Canto XVII

Dopo l’esordio a Parigi, dedicato a Rodomonte flagello di Dio, si ritorna a Damasco, per narrare la gran giostra ordinata dal re Norandino, e gl’inganni orditi dagli abietti Martano e Orrigille ai danni di Grifone il Bianco.

Una digressione estemporanea deplora la mala usanza europea di correre l’Italia come terreno di caccia e conquista, ed esorta a dedicarsi semmai a sane guerre di religione. Segue una lezioncina impartita al papa Leone X sul suo dovere pastorale di riportare la pace nella cristianità,  difendendo il suo gregge dai lupi. La mostra d’ingenuità – non più probabile dei pii consigli dispensati a francesi, spagnoli, tedeschi e svizzeri – cela il retrogusto sardonico: il cauto ma tutt’altro che ingenuo Ariosto aveva sotto gli occhi la strenua partecipazione bellicosa dei papi alle contese italiane. Quanto alle guerre di religione, certo egli non poteva antivedere come in breve le vicende di riforme, controriforme e massacri (cui proprio la metafisica finanziaria del “gran Leone”, e proprio in quegli anni, diede la spinta iniziale) avrebbero saziato per un pezzo ogni cristiano appetito in materia.

Un’altra digressione racconta un’avventura di Norandino, ed è una fiaba con l’orco. L’orco dell’Ariosto è un ibrido tra il malvagio del folclore (“ucci ucci, sento odor di cristianucci”) e il Polifemo pecoraio dell’Odissea: antropofago di professione il primo, e d’occasione il secondo. Questo orco mangia esclusivamente carne umana di sesso maschile (le femmine hanno altro impiego nella trama della fiaba), eppure coltiva l’hobby di allevare bestiame,  «per spasso che n’avea, più che per uso». È una spia, minuscola ma limpida, dei rapporti dell’autore con la fantasia. L’Ariosto coltiva mondi fantastici da organizzatore, piuttosto che da creatore; per conto suo è più portato alla veglia attenta che al sogno. Tesse sogni altrui. E se così gli avviene di incappare in qualche piccola incongruenza, la sua vigile musa – l’ironia – lo porta a sorriderne per primo.

Canto XVIII

È un lungo canto, e abbonda di cambi di scena.
Continua per breve tratto l’episodio di Grifone a Damasco.

Si ritorna a Rodomonte, costretto a scampare da Parigi gettandosi a nuoto nella Senna. Un messaggero gli fa sapere che Doralice, la sua donna, è nelle mani di Mandricardo (dal canto 14°). Lo assalgono Discordia, Superbia e Gelosia. Nelle moralità medievali, personificazioni come queste erano pedanti allegorie; Ariosto ne fa allegri furfanti, che il Padreterno non disdegna di assoldare.

Se ne va Rodomonte, ma noi restiamo ad assistere ad altri macelli dell’assedio di Parigi, fra cui  l’uccisione del generoso moro Dardinello.

Torniamo a Damasco, dove Grifone vendica gli insulti ricevuti, ammazzando una quantità di abitanti sufficiente a farsi riconoscere dal re Norandino come persona di qualità.

Intanto il fratello Aquilante segue le tracce di Grifone. Egli s’impadronisce strada facendo di Martano e Orrigille, gli amanti truffatori,  e li porta con sé a Damasco. Martano viene “scopato”, cioè fustigato pubblicamente dal boia con ramaglie pungenti (pena infamante specifica per prostitute, ruffiani e gay) e Orrigille subirà un castigo da stabilire. Norandino bandisce un nuovo torneo, ancor più fastoso del precedente.

La ghiotta notizia attira sul posto, da Gerusalemme, Astolfo e Sansonetto, che strada facendo s’imbattono in una loro vecchia conoscenza, Marfisa, e s’accompagnano con lei. Si tratta di una super-guerriera assai rinomata, meno curiosa e pettegola di Bradamante, ma ancor più tosta e ombrosa di lei. Si dà il caso che le armi poste in palio nel torneo appartengano proprio a Marfisa, che (ancora ai tempi dell’Orlando Innamorato del Boiardo) era stata indotta dalle circostanze ad abbandonarle in mezzo a una strada. Là le aveva rinvenute un mercante, che le aveva vendute a Norandino. Marfisa non esita a impadronirsi delle cose sue, e si mostra tanto pericolosa a coloro che vorrebbero impedirglielo, da indurli a tenersi lontani. La vicenda si conclude con mezzi diplomatici. Si tiene il torneo, e poi l’agguerrito gruppetto di paladini s’imbarca con Marfisa per navigare verso la Francia. Li seguiamo per un poco, e li lasciamo in mezzo a una burrasca.

Noi, più fortunati, ritorniamo a Parigi  in un baleno. La guerra si mette male per i mori, che devono battere in ritirata. Nottetempo Cloridano e Medoro, due mori compagni del caduto Dardinello, si avventurano sul campo di battaglia per dar sepoltura al suo cadavere; ma vengono visti e inseguiti dai nemici.

Canto XIX

Cloridano e Medoro vengono lasciati per morti sul campo dai guerrieri di Carlo. In realtà Medoro è solo ferito, benché rischi di morir dissanguato. Angelica passa a caso di là, si prende cura di lui e lo porta in una capanna di pastori. La prima amorosa del poema, concupita invano da tutti i pezzi grossi cristiani e saracini, s’innamora perdutamente di quel bamboccio insignificante, al punto di prender lei l’iniziativa amorosa e d’impalmarselo con rito agreste. Quando Medoro si è ben ristabilito, Angelica se lo porta in Spagna, dove conta d’imbarcarsi per tornare a casa con lui, e laggiù farne (scusate se è poco) l’imperatore della Cina. L’Ariosto sorride del principesco emblema di seduzione amorosa, agguerrito dalle magie orientali, ch’egli ha trasformato in una ragazza un tantino borghese, ma piena di buon senso. Non è mica frigida. Solo, non è disposta a farsi metter le mani addosso da nessuno di quegli sbudellatori presuntuosi e prepotenti. Preferisce mettere lei le mani su un ragazzo senza pretese, carino e di buoni sentimenti, quanto basta per riempirle il cuore.

Sipario. Si ritorna alla nave che, dal canto precedente, trasporta i cavalieri verso la Francia. Il maltempo peggiora sempre più. Lo sfoggio di vocabolario marinaresco può rendere poco chiare all’inesperto le manovre, che poi consistono nell’alleggerire la nave, calare in mare strascichi che ne rallentino la corsa, sgottare e turar falle, e soprattutto raccomandarsi a Sant’Elmo e altri santi rinomati. I naviganti scampano a stento dal fortunale, e sono costretti ad approdare a una favolosa città delle donne nel golfo di Alessandretta.

In città il rapporto fra maschi e femmine è di uno a dieci. La legge vuole che i maschi stranieri che vi sbarcano siano fatti schiavi, salvo che vi sia fra loro chi superi con successo due prove impegnative: tener testa a dieci cavalieri in simultaneo assalto, e a dieci donzelle in una sola notte d’amore. I cavalieri cristiani trovano attraente la sfida, e tirano a sorte fra loro chi l’affronterà. Vorrebbero escludere dalla riffa Marfisa, che non ha i requisiti per la seconda prova. Ma lei si ribella: niente è impossibile, spada alla mano; i nodi che non si sciolgono, si possono tagliare. E la sorte tocca proprio a lei. In breve manda all’altro mondo nove cavalieri. Ma il decimo, che dapprima contro le regole si è tenuto in disparte, tutto nero su un cavallo nero, risulta un osso duro. Nello scontro i grandi cavalli si rompono reciprocamente la testa, i pesanti lancioni volano in minute scheggie, e nessuno dei due riesce a prevalere. Bisogna rinviare la conclusione della prova al giorno seguente. Durante la notte gli stranieri sono ospiti del cavaliere nero, che stupisce nel vedere che il suo valente avversario è una femmina; come lei nel constatare che lui è un ragazzo sui diciott’anni.

Canto XX

Il cavaliere nero è Guidon Selvaggio (Guiot le Sauvage), fratello consanguineo di Rinaldo e Bradamante, nonché cugino di Astolfo. Egli è rimasto intrappolato nella città delle donne, mentre viaggiava verso la Francia, dove contava di farsi un nome fra i paladini; e narra agli ospiti la leggenda della fondazione e legislazione della città. I cavalieri invitano Guidone a fuggire insieme a loro. Ma all’atto pratico la folla delle donne bellicose li ostacola. Allora Astolfo galoppa per la città suonando a tutto spiano il suo corno magico (dal canto 15°), che riempie di panico chiunque l’ascolta. Fuggono le donne, ma fuggono anche i compagni di Astolfo (in testa a tutti l’intrepida Marfisa, nonostante la sua parlantina da Capitan Spaventa), i quali corrono alla spiaggia, s’imbarcano a precipizio e salpano senza aspettarlo.

I cavalieri navigano felicemente e sbarcano a Marsiglia. Marfisa propone di non proseguire il cammino in branco, come fanno le bestiole paurose, ma ciascuno per sé, come le intrepide fiere. Nessuno le dà retta, e lei se ne va sola.

Marfisa incontra una megera, che già fu carceriera di Isabella, l’innamorata di Zerbino (canto 13°), e la prende in groppa al suo cavallo per un tratto di strada. Incontrano Pinabello maganzese, che fece cadere in un pozzo Bradamante (canto 2°) e ora viaggia da quelle parti con la sua ragazza, già liberata dal castello di Atlante (canto 3°). Quest’ultima, “vezzosa e mal usa” (smorfiosa e maleducata), si fa beffe della megera, urtando la suscettibilità di Marfisa. Ne fanno le spese, tanto Pinabello, gettato a terra da un colpo di lancia, quanto la ragazza, che ci rimette abito e palafreno.

Ora Marfisa cavalca seguita dalla megera tutta agghindata in groppa al cavallo di lusso. S’imbattono in Zerbino, reduce dal vano inseguimento del feritore di Medoro (canto 19°). Egli non sa trattenere le risa, al vedere quella vecchia bertuccia in tenuta di gran dama. Marfisa, fumantina ma non scema, non gliela passa liscia: gli impone un duello alla rovescia, in cui sarà il perdente, anziché il vincitore, a conquistare la dama con obbligo di tirarsela dietro ovunque vada.

Anche il malcapitato Zerbino finisce a terra, e si trova costretto a rimorchiare l’antica carceriera della sua innamorata. La vecchia bugiarda lo riconosce (è un riconoscimento da identikit verbale, perché non l’aveva mai visto prima) e si dà a tormentarlo, raccontandogli che Isabella non è perita in mare, come lui crede, ma è stata presa e violentata da un’intera banda di ladroni.

Canto XXI

Narra la novella dei criminosi trascorsi di Gabrina; così si chiama la megera che accompagna Zerbino. Di solito le narrazioni come questa sono collegate all’intricata trama del poema da qualche personaggio in comune: accessorio nella trama che diviene protagonista nella novella, o al rovescio, protagonista nella trama che diviene accessorio nella novella. Esse non discendono dal Boiardo, bensì da episodi di romanzi cavallereschi spagnoli (come in questo caso) o tedeschi. Altre volte evocano altre tradizioni: per esempio abbiamo incontrato il folclore e l’antichità classica nella fiaba dell’orco di Norandino, e fra qualche canto incontreremo una novella di stampo italiano.

Questa versione della storia del casto Giuseppe si può dire macchinosa e truculenta. Lealtà e scelleratezza muovono i suoi protagonisti come fili di marionette. La letteratura cavalleresca non è tutt’oro, lo sapeva bene il curato di Don Chisciotte; può accadere che nemmeno la grazia dell’Ariosto riesca a emendarne ogni magagna.

Canto XXII

Astolfo, rimasto solo sulla spiaggia di Alessandretta, la città delle donne (canto 20°), cavalca senza intoppi attraverso l’Asia Minore e l’Europa. Da un porto fiammingo s’imbarca per Londra. Là trova che il re d’Inghilterra, suo padre, si è recato in Francia, e riparte per raggiungerlo. Il mago Atlante s’impadronisce di lui, e lo rinchiude nel suo palazzo incantato (canti 12° e 13°). Mal gliene incoglie. Non appena si rende conto di esser vittima di un incantesimo, Astolfo consulta l’indice del suo manualetto tascabile delle magie, trova la pagina giusta, e apprende che per liberarsi basta distruggere i talismani sepolti sotto la soglia d’ingresso. Atlante, quando lo vede armeggiare sulla soglia, cerca di ostacolarlo scagliandogli contro tutti gli altri prigionieri del palazzo. Ma Astolfo suona il corno del panico e mette in fuga tutti quanti, mago compreso; così può compiere l’opera indisturbato, e il palazzo si dilegua.

Sul posto si trova l’ippogrifo, che era sfuggito a Ruggero (canto 11°) per tornare da Atlante, suo allevatore. La straordinaria cavalcatura trova il proprio padrone elettivo in Astolfo, il più intelligente e indagatore dei paladini, o piuttosto intraprendente cittadino dell’era delle grandi scoperte geografiche, o geografico-metafisiche. Egli sa tutto dell’ippogrifo e dell’arte di pilotarlo, e se ne impadronisce con entusiasmo. Cristoforo Colombo ha trovato un’astronave, per volare sul nostro e su altri mondi. Gli resta la necessità di collocare la sua vecchia caravella, il cavallo Rabicano, presso amici che sappiano apprezzarlo: gli è affezionato, e non può certo abbandonarlo in mezzo alla strada, alla mercé del primo che capita.

Fra i prigionieri liberati si trovano Ruggero e Bradamante, che questa volta non si accontentano di scambiarsi occhiate tenere. Le loro effusioni si spingono al punto che la ragazza è costretta a precisare: “Se vuoi andar oltre, prima ne devi parlare a papà; e in più farti cristiano, sennò il parroco ci mette i bastoni fra le ruote”.

Dunque la loro storia d’amore si avvia al lieto fine? Stanno finalmente per mettere al mondo la dinastia estense? Nemmeno per sogno. Il Furioso ha 46 canti, e non siamo ancora a metà. La coppia si mette in cammino, ma s’imbatte nel castello di Pinabello, e in una curiosa avventura (seguito di un’impresa di Marfisa nel canto 20°) che mette in gioco anche la comitiva di Sansonetto, Aquilante, Grifone e Guidone. L’esito è che Ruggero sbaraglia tutti gli avversari, ma per accidente e con suo dispiacere, mentre Bradamante – riconosciuto Pinabello come attentatore alla sua vita, e peggio, ladro del suo cavallo (canto 2°) – lo uccide bucandolo come un colabrodo. Però i due innamorati di nuovo si perdono di vista, e ricominciano a vagare alla ricerca l’uno dell’altra.

Canto XXIII

Bradamante s’imbatte in Astolfo, impaziente di volarsene via sull’ippogrifo, che le affida cavallo e attrezzatura bellica da paladino, inutile e troppo pesante in volo. Lei vuol recarsi a ritrovare Ruggero al monastero dove erano diretti, affinché lui si battezzasse per poterla sposare. Ma è incerta sulla direzione da prendere, sbaglia e si ritrova davanti a casa, dove la mamma la trattiene. Invia al monastero un’ancella con il miglior cavallo di Ruggero (rimasto nelle sue mani fin dal canto 4°, quando l’ippogrifo l’aveva rapito per portarlo alle Antille) e un ansioso messaggio per lui. Ma Rodomonte, appiedato e a caccia di Mandricardo (canto 18°), incontra l’ancella e s’impadronisce del cavallo.

Zerbino pernotta nel borgo del castello di famiglia del defunto Pinabello, di cui si è giusto ritrovato il cadavere nei dintorni. L’infame Gabrina denuncia lui come uccisore. Egli viene incatenato e condotto al supplizio. Ma sopraggiunge Orlando accompagnato dall’innamorata di Zerbino, Isabella (canto 13°). Il prigioniero viene liberato e gl’innamorati ricongiunti.

Sbuca dal  bosco Mandricardo accompagnato da Doralice (canto 14°). Segue un curioso duello a mani nude, in cui Mandricardo svelle Orlando dal dorso del cavallo insieme alla sella che serra fra le cosce, e Orlando strappa briglie e morso al cavallo di Mandricardo, che corre via senza governo e rovescia il padrone in un fosso.

Orlando aggiusta industriosamente la cinghia rotta della sella; Mandricardo vede passare Gabrina, e s’impadronisce delle finiture del suo cavallo. Ma intanto i duellanti si sono persi di vista, e non si ritrovano più. Orlando congeda Zerbino e Isabella, e s’aggira per rintracciare l’avversario. Anche lui, come Marfisa, non vuole compagnia di colleghi per non apparire bisognoso d’appoggio.

Dopo tante vicissitudini, è venuto il momento di giustificare il titolo del poema. Nel suo vagare, Orlando capita nell’idillico paesaggio dove Angelica e Medoro avevano vissuto la loro luna di miele, e coperto di graffiti alberi, muri e rocce per celebrarla. Prima Orlando si sforza di spiegarsi quella roba con pie illusioni, poi con ipotesi di congiura; ma infine s’imbatte in testimoni oculari e prove indubbie. Niente da fare: Angelica l’ha proprio fregato. È a questo punto e per questo motivo che Orlando diventa Furioso, pazzo da legare.

Canto XXIV

Orlando, nudo e selvaggio, vive come una gran fiera e mena strage di persone, bestie e paesaggio. Invano i villici cercano di liberarsi del suo corpaccio invulnerabile.

Zerbino s’imbatte nei sopravvissuti all’avventura del naufragio di Isabella (canto 13°). Da sentimentale sadico, punisce l’insidiatore della donzella condannandolo a vagare insieme a Gabrina, che giusto allora capita sul posto, portata a caso dal suo palafreno privo di briglie: due carogne come quelle non mancheranno di rompersi il collo a vicenda. Poi Zerbino giunge sulla scena della pazzia d’Orlando, ne raccoglie pietosamente le armi sparse qua e là nei campi, e le dispone in trofeo commemorativo. Càpita ad assistervi anche Fiordiligi in cerca di Brandimarte: sono grandi amici di Orlando, e formano una delle tante coppie perennemente separate di amanti, che s’inseguono qua e là nel poema. Le loro apparizioni sono fin qui marginali (come a Parigi alla fine del canto 8°, e nel palazzo incantato dissolto da Astolfo nel canto 22°), ma agli ascoltatori ferraresi essi erano familiari grazie al Boiardo.

Ecco il tartaro Mandricardo, che s’impadronisce della spada d’Orlando, la famosa Durindana. Zerbino cerca d’impedirlo e si batte con lui. Il meschino è uno dei pochi guerrieri di spicco nel poema che si accontentino di “armi fine” pure e semplici, cioè di buona qualità ma prive di sortilegi. Così, dopo aver schivato agilmente vari colpi, finisce coperto di ferite e, privo com’è di assistenza medica, muore dissanguato. L’afflitta Isabella lo chiude in una bara, che trasporta tristemente con l’aiuto di un eremita, in cerca di un convento dove seppellirlo e farsi monaca.

Rodomonte rintraccia Mandricardo per contendergli Doralice. I due colossi coperti da armature fatate si pestano a dovere. Li raggiunge un messaggero, inviato dal comando dell’esercito saracino, che si trova in difficoltà sotto le mura di Parigi.  “I capitani e i cavallier privati” infedeli, sparsi qua e là per la Francia e intenti ai fatti propri, sono convocati d’urgenza a dare man forte. Il messaggero si guarda bene dall’arrischiarsi fra i due energumeni scatenati, ma sollecita l’intervento di Doralice, che ottiene da loro un armistizio temporaneo.

Canto XXV

Torniamo a Ruggero che, dopo aver perduto il contatto con Bradamante (canto 22°), riceve anche lui – come Rodomonte e Mandricardo nel canto precedente – la convocazione del comando dell’esercito saracino sotto le mura di Parigi. Tuttavia prosegue per il castello dove era diretto, e dove aveva promesso di liberare un giovanotto condannato al rogo per un fallo amoroso. Il giovanotto viene debitamente liberato. Non è altri che Ricciardetto, fratello gemello di Bradamante: anzi, gemello identico, come un omozigote, benché di sesso diverso (non più raro dell’ippogrifo, suppongo).

I maliziosi casi di Ricciardetto (la fonte è un poemetto latino di area francese) offrono un cammeo novellistico con finte luci di fiaba, che non stonerebbe fra le novelle erotiche del Decameron. Una bella signorina si è invaghita perdutamente di Bradamante, scambiandola per maschio, e non sente spegnersi i suoi trasporti quando la scopre femmina. ‘Che problema sarà mai?’ commenterebbe un narratore nostro contemporaneo; ma pare che invece, ai tempi della cavalleria, fosse una terribile frustrazione. Dunque Ricciardetto si è sostituito alla sorella per accontentare la sua innamorata. Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!

Ruggero e Ricciardetto pernottano presso un cugino di quest’ultimo. Speriamo che non dia noia all’ascoltatore non chiarir meglio la rete delle parentele stabilita dalla tradizione romanzesca (semplice da rappresentare in un piccolo diagramma, ma un po’ complicata da raccontare). I due s’impegnano a fare a botte con certi maganzesi il giorno dopo. Poi nel silenzio notturno, cessati stimoli e urgenze della lunga giornata, Ruggero ripensa ai casi di famiglia, e due scrupoli gli tolgono il sonno. Se si fa cristiano proprio ora che i saracini si trovano in difficoltà, non si dirà che l’ha fatto per amore o per fede, ma che ha disertato per viltà: bisogna rinviare le pratiche matrimoniali, finché non abbia dato il suo contributo al re Agramante. Ma questo non si può fare senza avvertire Bradamante: bisogna scriverle una lettera, che proponga e giustifichi un rinvio di qualche settimana.

Canto XXVI

L’incombenza del mattino seguente contro i maganzesi viene sbrigata con l’appoggio di Marfisa, che a caso passa da quelle parti. Viene liberato un paio degl’innumerevoli cugini di Ricciardetto, e uno è Malagigi, il mago di famiglia. Poi la compagnia si riposa, facendo colazione in un prato accanto a una fonte costruita da Merlino. Malagigi ne illustra le sculture: profezie cortigiane sugli attori delle guerre italiane ai tempi dell’Ariosto. La «bestia orrenda» che vi compare è un’allegoria della cupidigia di denaro/potere. Il furore uscito da «paschi e mandre» sono gli svizzeri che lasciano la pastorizia per vendersi come truppe mercenarie. Il castello già ritenuto inespugnabile, e invece preso da Francesco I, è il Castello Sforzesco di Milano.

Sopraggiunge l’ancella di Bradamante. Ruggero si allontana con lei, per affidarle riservatamente la lettera scritta alla sua padrona la notte precedente (canto 25°), e viene informato di come Rodomonte si sia impadronito del suo cavallo Frontino (canto 23°).

Nel frattempo arrivano Rodomonte e Mandricardo, in compagnia di Doralice, diretti al campo saracino presso Parigi (canto 24°). Alla vista di Marfisa, al momento in abito femminile, Mandricardo progetta di conquistarsela con una giostra a spese dei maschi che le stanno intorno, per cederla a Rodomonte in cambio del pacifico possesso di Doralice. In effetti disarciona Ricciardetto e i suoi cugini,  ma poi scopre che per fare di Marfisa una preda di guerra ci vuol altro. Ritorna Ruggero, e s’intreccia il gran concertato di contese e scontri, il quale – come si vedrà – non è che l’allegretto di ouverture all’allegro con fuoco del canto successivo. La Discordia pensa di aver compiuto l’incarico datole dall’Arcangelo Michele (canto 14°) e rincasa in convento, ad aizzare i suoi monacelli. Gli attaccabrighe fatati sarebbero ancora a battersi su quel prato, se Malagigi non ricorresse all’arte sua. Egli mette un diavolo in corpo al mansueto cavallino di Doralice, che spicca un incredibile balzo in aria e parte a galoppo sfrenato, portandola verso Parigi. Rodomonte e Mandricardo la inseguono a briglia sciolta. Gli impegni di Ruggero lo costringono a muoversi nella stessa direzione, e Marfisa lo accompagna: ha sempre sognato di misurarsi con i paladini di Francia, ed ora ha trovato l’occasione.

Canto XXVII

Il giornalino dell’Ariosto depreca ipocritamente che lo sconsiderato Malagigi abbia scatenato il cavallino di Doralice verso Parigi, anziché in direzione opposta, dove Rodomonte e Mandricardo l’avrebbero seguito con ugual foga (ma così sarebbero scomparsi nel nulla, paralizzando la trama). In questo modo, invece, tutti gli ammazzasette saracini si concentrano addosso a re Carlo, che al momento è quasi sprovvisto di equivalenti (Orlando è furioso, Rinaldo insegue la solita Angelica, Astolfo è in volo chissà dove). Naturalmente ne segue una carneficina a danno dei cristiani, che vengono di nuovo respinti dentro le mura della città.

L’arcangelo Michele non osa riferire la mala nuova al Padreterno, per non farsi accusare di negligenza. Corre a ripescare la Discordia, che aveva arruolato per sabotare gl’infedeli (canto 14°) e che se n’è improvvidamente tornata in convento (canto 26°), e le rompe le ossa con un manico di croce. Poi la trascina per i capelli dentro il campo del re Agramante e le ingiunge, se non vuole altre botte, di metterlo a soqquadro sul serio.

Le liti proliferano rapidamente in un gran pezzo di bravura, che culmina nell’urlo sovrumano – segnale di missione compiuta all’alto dei cieli- che risuona per tutta la Francia. Le madri rabbrividiscono e si stringono i bimbi al seno.

Agramante si arrabatta per ristabilire una parvenza d’ordine. Si estrae a sorte la lista di precedenza dei duelli (ciascuno vuol battersi per primo, temendo di essere anticipato da un altro nel rompere la testa all’avversario) e si dispone una lizza, con posti in poltrona per gli spettatori di rango. I rami degli alberi circostanti offrono i posti popolari; ogni forma di tifo sportivo è severamente vietata. Ma persino chi si presta a collaborare inventa altre liti e altri duelli da aggiungere alla lista.

In attesa dello spettacolo, la sola contesa che si appiani è quella per la bella Doralice. Agramante propone che vada sposa al contendente che lei stessa sceglierà, e che l’altro s’impegni a non menar le mani. Rodomonte accetta, perché è lui il fidanzato ufficiale e si sente sicuro di esser prescelto. Invece gli astanti sconsigliano Mandricardo di correre il rischio, poiché non è che un volgare rapitore-defloratore. Ma lui se la ride, e vede giusto: Doralice abbassa «gli occhi vergognosi» e sceglie Mandricardo.

Rodomonte abbandona indignato il campo moro e vuol tornarsene a casa, con la testa piena di tirate rodomontesche contro le femmine e di sogni infantili di rivalsa. La sera lo troviamo in una locanda, dove l’oste – che lo vede depresso – propone di distrarlo con una novella sull’infedeltà delle donne.

Canto XXVIII

La novella di Giocondo, narrata dall’oste, occupa buona parte del canto. Non ha personaggi in comune con la trama. La fonte dichiarata è una delle “novelluzze” del prete veneziano Gianfrancesco Valerio, di cui si trova menzione anche altrove, ma che finora non si sono rintracciate. Comunque l’intrigo ha precedenti nella novella-cornice delle “Mille e una notte” e in Giovanni Sercambi.

Come e più della novella di Ricciardetto nel canto 25°, essa ricorda le novelle erotiche del Boccaccio, per la miscela di divertimento e di limpida morale secolare, propizia alla convivenza delle persone come son fatte, e non come sono prescritte. Ma non diciamola “boccaccesca”, per carità! Tale è la pietas italiana nei riguardi delle patrie lettere, che a chiamarla così passerebbe per “oscena” (come si dice “machiavellico” per “subdolo”, “petrarchesco” per “manierato”, “manzoniano” per “santocchio” e così via).

Aggiungiamo però che il Decameron è un’altra cosa: qui gli attori si muovono sul palcoscenico di un grande narratore, mentre quelli del Boccaccio hanno l’aria di muoversi nel mondo, nella vita. L’analisi per documentarlo sarebbe lunga.

La ragione potrebbe risiedere nel rapporto che noi – a tanta e avventurosa distanza di secoli – riusciamo a stabilire con queste narrazioni. Accantoniamo per una volta le etichette “Medioevo” e “Rinascimento”, che qui non servono.

Il Decameron dà voce a un mondo di liberi mercanti, che sta gettando nuovi fondamenti elementari della mentalità europea a lunghissimo termine, fino ad oggi, al di là di rivoluzioni e restaurazioni. Nobili, preti, operai, contadini – avventure, amori, arguzie, misfatti: ogni cosa viene inserita in quel quadro, vista con quegli occhi.

Al tempo del Furioso il futuro sta facendo gran passi avanti, però nel nostro paese qualcosa non va per il suo verso, e l’epicentro geografico si sta spostando altrove. A Boccaccio mercante subentra Ariosto cortigiano. I loro talenti narrativi possono ben essere paragonabili, ma il cuore si impoverisce. Il punto è questo: il Furioso è incantatore, ma la sovrana naturalezza e semplicità del Decameron – più lontana nel tempo, ma psicologicamente meno remota – possiede per noi una forza comunicativa ancor maggiore.

Il giorno dopo Rodomonte s’incammina verso Aiguesmortes, donde pensa di imbarcarsi per Algeri. Ma il paesaggio provenzale che attraversa gli piace, e lo induce a cambiare idea e stabilirsi su una piccola collina, dentro una chiesetta abbandonata. Là s’imbatte in Isabella, accompagnata dal romito e dalle spoglie di Zerbino (canto 24°), la trova di suo gusto e cambia idea anche in materia di donne.

Canto XXIX

L’autore, per cautelarsi dai malumori del suo pubblico femminile, pone a riscontro della novella misogina del canto precedente un caso di castità suicida, che si apparenta alle agiografie delle sante martiri. Esso si conclude con un’esorbitante adulazione rivolta a Isabella d’Este.

Rodomonte, scimmione volubile, scaglia in mare il romito che lo intralcia e tenta un approccio galante con Isabella, decisa a farsi monaca per fedeltà alla memoria di Zerbino. In breve la ragazza vede che lui, esaurita la pazienza, è sul punto di passare a vie di fatto. Allora trova modo di suicidarsi con il suo inconsapevole aiuto. Rodomonte passa dal maledire l’intero sesso femminile all’edificare un gran mausoleo alla castità della defunta Isabella, ornato con i trofei dei cavalieri di passaggio, appositamente provocati a duello.

Passa da quelle parti anche Orlando furioso, nudo come un verme e devastante come una tromba d’aria, e poi prosegue il cammino verso la Spagna, arricchendo il repertorio delle sue pazzie. Strada facendo egli s’imbatte in Angelica e Medoro, che cercano un porto dove imbarcarsi per l’Oriente (canto 19°). Angelica non ravvisa il conte palatino in quel corpaccio peloso cotto dal sole, né lui è più in grado di riconoscere la donna che amava.

Infine Ariosto, incoerente alla rovescia di Rodomonte, si lascia sfuggire un piccolo sfogo sanguinario sulle donne che non ci stanno. Ma chiude il canto avvertendo il bisogno di una pausa, per rifare l’accordatura della sua cetra.

Canto XXX

Orlando trascorre tutta la Spagna e attraversa lo stretto di Gibilterra.

Le vicende di Angelica – la primadonna che ha dato l’avvio al poema e, nuda o vestita, ha tolto il senno a cavalieri, eremiti e orche marine – la portano fuori campo, ora che sta per imbarcarsi con Medoro verso il suo remoto paese. Così ella viene giubilata dall’Ariosto, che dice di aver già fin troppi personaggi da seguire.

Ritorniamo al campo saracino sotto Parigi, dove Mandricardo deve battersi con Ruggero e con Gradasso (a tacer di Marfisa, che segue in lista – canto 27°). Agramante non riesce ad appianare le loro contese, ma ottiene almeno che Mandricardo si batta contro uno solo dei due, che vincerà o perderà per entrambi. L’estrazione a sorte favorisce Ruggero; Gradasso si deve accontentare di istruirlo sui trucchi e le botte segrete che conosce. Doralice, accorta massaia delle proprie bellezze, fa l’ultimo tentativo di non mettere a rischio i suoi interessi, ma non ha fortuna. Segue il duello, che è feroce come ci si aspetta da contendenti di quella levatura. Ruggero ne esce con gravi ferite, e l’allegro e rissoso Mandricardo non ne esce vivo: viene trafitto al cuore.

Sipario. Bradamante, ridotta a far la calza con la mamma fin dal canto 23°, è molto delusa dal messaggio di Ruggero (canto 26°), che giura di raggiungerla a casa sua entro due o tre settimane (non lo farà) e le chiede di restare ad aspettarlo. Quella famosa Marfisa, bella e guerriera, le dà molti pensieri: ci sarebbe da stupire se lei e Ruggero non imbastissero un flirt, durante il loro viaggetto a Parigi. Ma Bradamante è così disciplinata e aliena da alzate d’ingegno, che rifiuta persino, accampando un malessere, di seguire anche lei i suoi fratelli a Parigi – che pur sarebbe un’occasione d’oro da tutti i punti di vista: spirito battagliero, amore e gelosia. La benedetta ragazza non ha ancora capito che il poeta si fa gioco di lei, con belle profezie e continue delusioni, perché tiene in serbo il suo matrimonio per decorare proprio l’ultimo canto.

Canto XXXI

Com’era avvenuto dei saracini nel canto 27°, è la volta degli ammazzasette cristiani di confluire verso Parigi (in testa Rinaldo, che ha ritrovato Guidon Selvaggio e gli altri in sua compagnia), mentre i campioni mori sono morti o dispersi. Il risultato è speculare: allora re Carlo aveva dovuto rifugiarsi dentro la città, e ora i mori vanno in fuga per correre a rifugiarsi dentro Arles.

Ricompare Fiordiligi, e a Parigi ritrova finalmente il suo amante Brandimarte, che fin dal canto 8° andava cercando invano per tutta la Francia. L’avevamo vista aggirarsi qua e là da comparsa inoperosa, e solo ora scopriamo qual era il suo compito nella trama: dar notizia ai cavalieri, in veste di testimone oculare, della pazzia d’Orlando. Ella si tira dietro Brandimarte sino all’ultimo luogo dove ha visto il conte nudo e inselvatichito: al ponte delle disfide di Rodomonte, davanti al sepolcro di Isabella (canto 29°). Senonché Brandimarte viene catturato, e Fiordiligi deve tornare indietro a cercare un altro campione che lo liberi.

Veramente a Parigi è rimasto attivo anche un eroe moro, Gradasso, ma non si cura delle sorti del re Agramante, anzi giubila quando viene a sapere che è sopraggiunto Rinaldo. La sua grande ambizione, dopo esser venuto in possesso della spada Durindana, è di metter le mani anche su Baiardo, il cavallo di Rinaldo. Si appresta un duello fra i due, in cui sono in palio la spada e il cavallo.

Canto XXXII

Il giornalino dell’Ariosto corrobora la consueta ironia con un’amabile sprezzatura. Riflettiamo che, in fondo, il Furioso non fa nulla di meno del Don Chisciotte per straniare il mondo della cavalleria. La differenza è che il cavaliere cervantino percorre una strada maestra che non gli appartiene più, dove i suoi posteri facchini lo prendono a bastonate; mentre il cavaliere ariostesco continua a percorrere i selvatici cammini della propria era del mondo, guidato da un postero poeta che, senza malmenarlo, lo mina all’interno, per sola forza di stile. L’ironia di Cervantes sfocia nella pietà, e quella dell’Ariosto nella nostalgia. Lo straniamento operato dall’Ariosto è più fine e beffardo – una tovaglia di Fiandra a confronto con una tovaglia a scacchi, o un dolce di alta pasticceria a confronto con una buona pagnotta cotta nel forno a legna. E forse, visto che la cavalleria non era votata a morire davvero, Ariosto fu più lungimirante nel guardarsi dall’umiliarla e nell’inserirvi invece nuovi fermenti, per consegnarla aggiornata al grande repertorio fantastico universale.

Agramante fa nuove leve; Marfisa gli offre il suo appoggio.

Ed eccoci alla gelosia di Bradamante, attizzata da un pettegolezzo che le viene riportato: Ruggero sarebbe sul punto di sposare Marfisa. La tenera guerriera corre a buttarsi sul letto senza nemmeno spogliarsi dell’armatura, e singhiozza mordendo la coperta per non farsi sentire dai familiari. Ma poi decide: romperà la testa a quella Marfisa, e Ruggero l’ammazzi, se vuole.  Se siamo attenti, dalla malinconica divisa a tronchi di cipresso che indossa per rimettersi in via, sappiamo già dal canto precedente che s’imbatterà in Fiordiligi; e dall’asta d’oro lasciatale da Astolfo, con cui si arma, possiamo prevedere che scavalcherà Rodomonte – ma questo più avanti. Per ora s’imbatte in una messaggera inviata a Carlomagno dalla regina dell’Isola Perduta, l’Islanda. L’episodio del castello di Tristano è una graziosa sceneggiatura della  “nostalgia dell’Ariosto”.

Canto XXXIII

Poco meno di metà del canto è dedicata a descrivere le pitture profetiche, opera di Merlino, che ornano la sala del castello di Tristano. Sono dedicate alle guerre francesi in Italia. La storia politico-militare è una passione dell’Ariosto, poco meno della geografia in poltrona; d’altronde, è un ingrediente prestigioso.

Segue la conclusione dell’avventura. Bradamante, che all’arrivo aveva rovesciato nel fango i tre re del Nord, alla partenza ce li butta di nuovo come birilli. Ullania (così si chiama la messaggera che accompagnano) li informa che a sopraffarli è stata la prima francesina incontrata per via; chissà come se la caveranno, con paladini veri! Lo scorno è tale che essi decidono di prendersi un anno sabbatico dall’ordine della cavalleria.

Sipario. Rinaldo e Gradasso si battono appiedati per il possesso del cavallo Baiardo e della spada Durindana (canto 31°). Il duello viene sospeso quando un mostro infernale aggredisce e mette in fuga il cavallo in palio: un nuovo trucco di Malagigi per proteggere Rinaldo suo malgrado (è un vizietto da maghi: ricordiamo Atlante e le sue invenzioni per proteggere Ruggero). Gradasso, cui è rimasta la propria cavalcatura, insegue Baiardo, con l’intesa che lo riporterà sul terreno per riprendere lo scontro. Ma invece, quando lo trova, sceglie di farsi ladro di cavalli e se la batte con la preda.

Sipario. È il turno della geografia. Astolfo, partito a volo sull’ippogrifo per soddisfare il suo gusto dei viaggi (canto 23°), esplora la Francia, la Penisola Iberica dai Pirenei all’Andalusia, risale alle Baleari e scende ad Arzilla (allora città importante, oggi ridottasi ad Assilah, presso Tangeri: un centro minore ma gradevole da visitare), dove Bradamante diceva di esser nata (canto 25°).  Dalla costa marocchina percorre verso est tutta l’Africa Settentrionale. Poi si volge a sud e risale la valle del Nilo. Sappiamo già che la cartografia a disposizione dell’autore è vecchiotta; così Astolfo si trova a varcare a ritroso la frontiera metafisica fra l’era dei viaggi di scoperta e il medioevo leggendario. Giunge in Etiopia, ai piedi del monte da cui scende il Nilo. Qui egli soccorre l’imperatore – il Prete Ianni, ovvero il Senapo (così lo chiamano carte spagnole trecentesche) – perseguitato dalle Arpie per aver tentato di conquistare il Paradiso Terrestre, situato appunto in cima a quel monte, mentre ai suoi piedi si apre una porta di servizio dell’inferno.

Canto XXXIV

Il giornalino dell’Ariosto crea un cortocircuito tra la fiaba e la dura realtà – tra le arpie che affamano il Prete Ianni, e la soldatesca franco-tedesco-svizzero-spagnola che affama l’Italia, consumando in una cena quanto darebbe da vivere alle famiglie per un anno.

Ma il canto è più fiabesco che mai, poiché è dedicato alle peregrinazioni oltremondane di Astolfo. La prima tappa è l’inferno, o meglio un ingresso secondario nel quale si sono imbucate le arpie, ed è uno sfiatatoio del fumo infernale. Nel buio pendono fluttuando dal soffitto corpiccioli rinsecchiti; Astolfo li tenta con la spada, li trova privi di consistenza e li suppone anime in pena. Infatti sono femmine dannate per esser state crudeli verso i loro innamorati. Uno di questi prosciuttelli affumicati gli rivolge la parola per pregarlo di non dar noia, ma lui l’induce a raccontargli la sua storia. Dopo aver ascoltato la novella, Astolfo cerca di spingere oltre l’esplorazione, ma il fumo lo soffoca e lo fa battere in ritirata. Tornato all’aperto barrica l’ingresso, affinché le arpie non ne possano più uscire. Poi si accorge che il puzzo infernale gli è rimasto addosso, e corre a lavarsi da capo a piedi a una sorgente.

Il paladino sale sulla cima del monte, al paradiso terrestre. Là l’evangelista Giovanni lo ospita confortevolmente, e gli svela che in effetti il suo viaggio è stato autorizzato dall’alto per uno scopo preciso. Lui stesso lo accompagnerà sulla luna a cercare il rimedio per far rinsavire Orlando, che ha smarrito il senno per punizione celeste, poiché rincorreva gonnelle invece di ammazzare infedeli – ma ormai il tempo assegnato al castigo sta per compiersi. L’astronave che viene utilizzata è il ben collaudato carro di Elia. La luna non risulta diversa dalla terra, che da lassù appare così piccola da far strizzare gli occhi per riuscire a scorgerla. E forse, diremmo noi, non è migliore sotto l’aspetto ecologico: infatti ospita una colossale discarica di ogni cosa immateriale che sulla terra sia andata smarrita, compreso il senno perduto della gente. Segue il delizioso catalogo della spazzatura metafisica che vi si trova ammucchiata, ovvero del “temps perdu”.

Canto XXXV

Dalle ultime ottave del canto precedente, riprende la rievocazione dell’antico topos delle vite umane come “velli”, bioccoli multicolori filati dalle Parche. Nel paradiso terrestre, il più bello dei bioccoli in attesa di filatura appartiene al cardinale Ippolito d’Este (“che nascerà vent’anni prima di MD”, cioè nel 1480 – in realtà nel 1479). San Giovanni in persona gli dedica una sviolinata strabiliante. Nell’attesa, un apposito disegno divino farà di Ferrara, ora villaggio sperduto fra le paludi del delta padano, la più bella città d’Italia, affinché le qualità sublimi di quell’uomo brillino in un castone adeguato.

Poi si rievoca un altro topos: il Tempo che getta i nomi degli uomini nelle acque del Lete, dove scompaiono nell’oblio, salvo i pochi che vengano ricuperati e immortalati dai poeti. Noi siamo fatti di effimere successioni di eventi, spiega la teologia dell’Ariosto; l’eternità è un parallelo allinearsi di emblemi.

Ma la fabbrica degli emblemi sembra un affare un po’ losco. Lo scrittore, spiega san Giovanni, non fa che vendere lodi e panegirici, o al loro beneficiario diretto (a valere dopo che il fato – o meglio gli stravizi in vino e donne – lo abbiano ammazzato), oppure ai suoi discendenti o partigiani. Se non lo paghi, ti strazia. Se non sei altro che un alto esempio di virtù e sapienza, ti ignora del tutto. Per sapere come andarono le cose, bisogna sempre capovolgere la narrazione tramandata. La verità è che Achille ed Ettore furono una coppia di bulli, Enea un ipocrita. Augusto sapeva tenersi buoni i migliori scrittori, Nerone non ne era capace. Non crederete mica che i Greci vincessero davvero i Troiani! È la bugia di un greco. La fedele Penelope fu una puttana, la voluttuosa Elissa (Didone) fu casta come una monaca. “Sono stato scrittore anch’io” conclude l’evangelista, “e a lodare Cristo ho avuto il mio tornaconto. Però mi inquietano le congiure della diffamazione e quelle del silenzio”.

La piccola tirata sulla libertà di stampa è piena di brio. Ma c’era di che inquietarsi. Il cardinal Ippolito avrebbe dovuto chiedersi: “E allora io che cosa sarei in realtà, per questo gaglioffo di poeta? il ludibrio di Ferrara? per non parlare di Cristo: salvatore o corruttore?”

Gran sipario, un salto dal cielo in terra. Bradamante, in cammino verso la Provenza in cerca di Ruggero, si accompagna a Fiordiligi, incontra Rodomonte che la sfida a giostra, e lo abbatte con la lancia d’oro. Egli, sconvolto di esser stato disarcionato da una femmina, corre per vergogna a nascondersi «in una grotta scura» per un anno, un mese e un giorno (come sapremo poi), ancor più a lungo dei tre re del Nord nel canto 33°.

Sotto le mura di Arles, Bradamante sfida a giostra Ruggero. Disarciona uno dopo l’altro tre guerrieri usciti in sua vece, e insiste perché lo sfidato compaia di persona.

Canto XXXVI

Dopo un giornalino dell’Ariosto dedicato ai costumi guerreschi antichi e moderni, si riprende e si porta a scioglimento il nodo di amore e gelosia, amicizia e ostilità, che stringe e contrappone fra loro Bradamante, Ruggero e Marfisa. Le due guerriere arrivano a prendersi per i capelli come servette furibonde. Ma poi il gioco si fa pericoloso, e per interromperlo occorre la sorpresa di un’agnizione, con intervento di un deus ex machina che spazza via la violenza, consolida gli affetti e ne crea di nuovi. La voce pacificatrice fuori campo appartiene allo spirito del mago Atlante, morto nel frattempo di crepacuore per aver visto sfumare tutti i suoi progetti a protezione di Ruggero (il castello d’acciaio del canto 4°, l’isola di Alcina del canto 6°, il palazzo incantato del canto 12°). Morire ha giovato al suo buon senso, e ora gli arride un successo postumo.

(Teniamo presente che la parola “leena” – per la belva che allatta gl’infanti nel racconto di Atlante – è una voce dotta, qui richiesta dalla metrica, per “leonessa”.)

Ascoltare un sommario della piccola storia della gelosia di Bradamante, che si è snodata qua e là dal canto 30° in poi, a noi oggi dà l’idea che essa debba risultare esile e la conclusione forzata. Se invece osserviamo al vivo come Ariosto la narra (i colori, la giustezza nel concatenare le vicende, la duttile mimesi di comportamenti-linguaggi-afasie dei personaggi, la naturalezza della versificazione), vediamo come egli ne sappia fare qualcosa di bello («a thing of beauty is a joy forever»).

Canto XXXVII

Il lungo giornalino iniziale ritorna sul tema – qui applicato alle donne – dei rapporti difficili tra gli effimeri atti meritevoli e i loro perenni echi celebrativi. (La poetessa lodata è Vittoria Colonna, la grande amica di Michelangelo.)

Il canto 36° si era concluso con una strizzatina d’occhio all’uditorio: «Ma voglio questo canto abbia qui fine, / e di quel che voglio io siate contenti; / che miglior cose vi prometto dire…». Le “miglior cose” si concretano poi in un quadretto piccante, che scandalizza le compagne di Ruggero: tre damigelle riccamente abbigliate fino all’ombelico, ma da lì in giù nude come vermi, se ne stanno accovacciate nell’erba per nascondere le vergogne.

Forse le risorse di stile dell’autore brillavano di più nel canto precedente, e questa sarà una piccola concessione a un gusto più andante. Peraltro essa non tradisce il tono dominante del poema, “basso ma non troppo”: parodia, fiaba, umorismo, che al bisogno diventano più sostenuti, e non scendono mai al burlesco.

Magari i lettori di Edgar Allan Poe (oggi più numerosi di quelli del Furioso) possono ricordare una storiella burlesca, che viene appioppata all’Ariosto nel racconto Come si scrive un articolo alla Blackwood. Un guerriero tagliato in due da un fendente di Durindana, tanto pulito che non se ne accorge nemmeno, «andava combattendo ed era morto» (finché – conclude l’originale – una mossa brusca squilibra il cavaliere dimezzato, e lo fa cadere per metà da una parte e per metà dall’altra del cavallo, mentre gli astanti si sbellicano crudelmente dalle risa). Ma in realtà la burla risale a Francesco Berni, nel rifacimento dell’Orlando Innamorato.

Le signore nei guai sono l’islandese Ullania e le sue accompagnatrici (canto 33°), ridotte in quello stato da un signorotto locale che odia le donne. I suoi moventi sono narrati dalla doppia novella dei suoi figli, in parte di fonte spagnola e in parte plutarchesca. (Chissà se, a udire della vecchia «ridotta in Ostericche”, indovinerete che si era rifugiata in Österreich, in Austria, a quanto pare dalle parti di Bregenz, sul lago di Costanza?)

Una fulminea azione di polizia raddrizza-torti, quale rientra nelle mansioni dei cavalieri erranti, neutralizza il prepotente e rende al genere femminile l’esuberante giustizia di Marfisa. Poi le damigelle islandesi vanno in cerca di una sartoria che le renda presentabili a corte, Bradamente e Marfisa si recano al campo di Carlomagno presso Arles, e Ruggero alla corte di Agramante, in città.

Canto XXXVIII

Presentandosi a Carlomagno, Marfisa s’inginocchia per la prima volta in vita sua, e gli rende conto dell’esser suo. Viene accolta come una figlia e riceve solennemente il battesimo.

Sipario. Astolfo lascia il Paradiso terrestre per andare a rendere il senno a Orlando. Con uno sconfinato esercito nubiano fornito dal Senapo (canto 33°) scorre l’Africa mediterranea. Celesti diavolerie suggeritegli da san Giovanni gli consentono di equipaggiarlo, di dotarlo di un enorme corpo di cavalleria trasformando sassi in purosangue bardati e sellati, e di attraversare il deserto scansando il letale simun (qui detto austro o noto, il vento del sud) che egli imprigiona in un otre.

Agramante viene informato che, mentre si affanna a spodestare Carlo, l’esercito nubiano investe Biserta e minaccia di spodestare lui.

Per disimpegnarsi senza indugio, i mori propongono (e i cristiani accettano) di giocarsi ogni pendenza fra loro in un duello giudiziario fra due campioni. Vengono scelti rispettivamente Ruggero e Rinaldo: proprio i futuri cognati (ma questo, Rinaldo ancora non lo sa).

I due sovrani giurano solennemente la tregua e l’ordalia; e ciascuno dei due campioni giura che abbandonerà il proprio sovrano, qualora turbi lo scontro a suo favore.

Canto XXXIX

Questo è l’unico canto, in tutto il poema, in cui la foga del racconto faccia dimenticare all’Ariosto il consueto giornalino.

Nel duello con Rinaldo, Ruggero non sa che pesci pigliare e si tiene sulla difensiva, con grande sconcerto dei suoi sostenitori. Ma a un tratto il terreno di gioco viene invaso da entrambi gli eserciti. I due campioni si fermano e, nella gran confusione, cercano di scoprire chi sia stato a violare i patti.

Noi sappiamo che è stato Agramante, deluso dalla scarsa aggressività mostrata da Ruggero, e spinto da un trucco della maga Melissa. Questa gli si è presentata in aspetto di Rodomonte, ricoperto dell’impenetrabile armatura di pelle di drago, come ai bei tempi, e gli ha gridato che quel pivello lo sta conducendo alla rovina: mandi al diavolo i giuramenti, e attacchi subito i cristiani! Ne dia pure la colpa a Rodomonte, che lo sosterrà.

Agramante si getta avanti con i suoi (poi si accorgerà che il finto Rodomonte si è volatilizzato). La reazione di Bradamante e Marfisa è istantanea: colgono l’occasione di uscire dal vicolo cieco del duello in famiglia, e d’altronde si stavano giusto rodendo di star a guardare inoperose tanti begli infedeli da ammazzare.

Ritorniamo in Africa. Le esorbitanti forze a disposizione di Astolfo aggrediscono un paese che ha spedito in Francia tutti gli uomini validi, e resta presidiato solo da una milizia territoriale di riformati. Lo stato maggiore celeste progetta il rovesciamento dei fronti: il territorio che alimentava l’esercito saracino, ospiterà la base operativa per distruggerlo. Alle forze di Astolfo si aggiungono una gran flotta (frutto di ulteriori diavolerie celesti) e un eletto club di paladini, alimentato dalla cattura della nave che portava ad Algeri i prigionieri disarcionati da Rodomonte al ponte d’Isabella (canti 29° e seguenti). Fra gli altri c’è Brandimarte; ed ecco spuntare Fiordiligi, giunta con l’autostop al momento giusto, che corre ad abbracciarlo. Ma la ciliegina sulla torta è Orlando in persona (giunto in Africa fin dal canto 30°), non più furioso dopo che, con qualche fatica, si è riusciti a fargli inalare il senno perduto.

Di nuovo in Provenza. Agramante spergiuro si trova subito a malpartito. S’imbarca a precipizio per l’Africa su navi male armate, e incappa nella flotta di Astolfo.

Canto XL

Agramante scappa con Sobrino su una barca, abbandonando la sua flotta tempestata dai cristiani.

Intanto Astolfo e i compagni espugnano e mettono a sacco Biserta. Agramante vede dal mare gl’incendi che stanno divorando la sua capitale. Pensa di suicidarsi, ma viene dissuaso da Sobrino. I due riparano su un’isoletta disabitata, per sfuggire un uragano. Là sosta anche Gradasso, in viaggio per tornarsene a casa dopo essersi impadronito del cavallo Baiardo (canto 33°). I cristiani, a giudizio di Gradasso, si ridurrebbero a un gregge di cui far preda, se si togliesse di mezzo Orlando. Di questo s’incarica lui: lo sfiderà a duello.  Poiché anche i suoi amici vogliono essere della partita, il cartello di sfida viene inviato da tutti e tre, con invito al conte di farsi accompagnare da due compagni a sua scelta. Il terreno sarà la vicina isola di Lampedusa.

Orlando è felice di ricevere la sfida: si stava appunto chiedendo come ricuperare la sua Durindana, caduta nelle mani di Gradasso. Sceglie a compagni nel duello Brandimarte e Oliviero.

Sipario. Ruggero accerta che il duello giudiziario è stato turbato da Agramante. Non penserete che il suo giuramento (di abbandonare il campo saracino in caso di scorrettezze) fosse un mezzuccio dell’autore per aprir la via al matrimonio con Bradamante: non dovete sottovalutare né la finezza di Ruggero né quella dell’Ariosto.

Ruggero ci ripensa. Impiega un’altra notte in bianco (come nel canto 25°) per giungere alla conclusione che gli conviene restare nel campo saracino: sarà spergiuro anche lui, come Agramante. O meglio, molti lo diranno spergiuro, ma molti altri penseranno che quel giuramento era illecito e privo di valore: un dio degli eserciti non può convalidare il giuramento di abiurare e votarsi a un dio di altri eserciti ostili. Nel dubbio, è più decoroso stare dalla parte del perdente: almeno non potranno dire che sei vile.

Eppure la scelta rimane sospetta. Bradamante e Ruggero hanno in comune che si piacciono, e sono entrambi gran campioni di cavalleria, quotati alla pari. Però la ragazza investe tutto nella prospettiva del matrimonio (la ricordate quando si buttava sul letto, senza nemmeno togliersi l’armatura, e mordeva il cuscino per soffocare singhiozzi di delusione e gelosia?). Invece lui è un legno torto, cui le ragazze piacciono assai e ci prova quando può (ricordate Alcina, Angelica, la stessa Bradamante, che per fermarlo dovette mettere i puntini sulle i?), ma non usa includere nel suo “punto d’onore” gli affidamenti dati in questo campo. Nella quiete notturna, quando gli viene in mente il matrimonio, subito lo invadono l’inquietudine e un tremendo umor dialettico. Allora si aggrappa ad Agramante, per guadagnar tempo. Solo in condizioni d’emergenza ci ripenserà, e confesserà che la sta proprio prendendo in giro, quella povera ragazza. Ma questo al prossimo canto.

Per ora Ruggero corre al porto sul Rodano per imbarcarsi con Agramante, ma troppo tardi. A Marsiglia trova il porto colmo di navi cristiane, che stanno sbarcando prigionieri saracini. Per liberarli duella con Dudone, il paladino-ammiraglio, che è cugino di Bradamante. Di nuovo è costretto a colpire solo di piatto per non uccidere l’avversario. Per quest’uomo diventa difficile distinguere amici e nemici, con i criteri abituali della parentela e della religione di appartenenza – ora che è sul punto di mutare entrambe, e si sente pieno d’incertezza.

È pur equo considerare che, fra Ruggero e Bradamante, la scomoda necessità di cambiar pelle ricade tutta su di lui.

Canto XLI

Dudone, duellando con Ruggero, interpreta il suo comportamento guardingo come alta cortesia, e si rende conto di dovergli la vita. Così si dichiara vinto, e si sdebita donandogli una nave e alcuni re mori già fatti prigionieri.

Ed ecco Ruggero in mare, in preda a una terribile procella. La nave perde il timone, e il vento sembra spingerla dritta contro le rocce di un’isoletta scoscesa. Tutti i naviganti si buttano in mare, per non soccombere nello schianto.

Invece la nave abbandonata non s’infrange sul grande scoglio, e prosegue il suo cammino fino ad arenarsi sulla spiaggia di Biserta. La scoprono Orlando, Brandimarte e Oliviero, e approfittano dell’equipaggiamento abbandonato a bordo da ignoti (da Ruggero) per sostituire in parte le armi rugginose e i cavalli modesti che erano riusciti a mettere insieme. Poi si vestono eleganti, si recano a  Lampedusa e mettono le lance in resta contro Agramante, Gradasso e Sobrino.

Torniamo a Ruggero, in procinto di affogare nel mare in tempesta (come infatti avviene ai suoi compagni di viaggio). La gran paura gli mette in subbuglio un sito dell’anima, intermedio fra la retta coscienza e la superstizione del navigante: “Ho giurato e promesso a destra e a manca, e non ho mantenuto un bel niente. Questo è il Dio dei cristiani che si vendica”. Contro la forza, la ragion non vale. Il suo “punto d’onore” si riconverte a imperativi che finora aveva sulla bocca ma non in cuore: egli fa voto che, se scampa, passerà senza indugio nel campo di Carlomagno, e non terrà mai più «a ciancia» Bradamante, ma la sposerà sul serio. Miracolo: ora riesce a nuotare fino a riva, e trova sull’isoletta un eremita che la notte prima ha sognato tutto di lui, e lo serve di rimproveri, incoraggiamenti, ospitalità, lezioni di catechismo, battesimo e oroscopo della vita a venire.

Sipario. Nella disfida di Lampedusa, come sempre, armi e cavalli condividono la ribalta con i guerrieri. È roba che, nonostante l’impiego violento, può avere una vita commerciale lunghissima, sempre passando di mano in mano: il nuovo di fabbrica, o il puledro di razza, non trovano amatori; tempo e traumi d’uso non lasciano tracce, varietà di corporature (per l’abbigliamento di ferro) non crea problemi. E c’è quel marziano di Orlando, cui serve solo una buona spada (ha trovato la Balisarda di Ruggero, che vale la sua vecchia Durindana, ora nelle mani di Gradasso), mentre trova nella sua propria pellaccia la più impenetrabile delle armature.

Gradasso vede con disperazione Balisarda fendergli l’armatura fatata e coprirlo di sangue; mentre a quel bestione di Orlando, pur facilmente denudato di un’armatura mediocre, si può rintronare la coccia, ma resta sempre come nuovo. Però Gradasso riesce a spaventare il suo cavallo, e a guadagnare un momento libero per aggredire a tradimento Brandimarte, che sta riducendo Agramante a malpartito, e ucciderlo.

Canto XLII

A Lampedusa Orlando decapita Agramante e sbudella Gradasso. Il «tempo che passaro i mori d’Africa il mare», assegnato alla narrazione, finisce qui. Ora il Furioso sfocerà con agio nel gran delta delle conclusioni, intricato come la trama (o come il delta padano dove allora giaceva Ferrara, prima delle bonifiche). Naturalmente la mappa è quella stessa del poema: ricapitoliamo.

Si concluderanno uno ad uno i tre poemi che compongono l’insieme, ben distinti, seppur intrecciati e aperti alla libera circolazione dei personaggi:

  • Il poema bretone delle magie d’amore, che fornisce titolo ed esordio. Ruota intorno ad Angelica, che ha vocazione domestica ma si ritrova seduttrice universale. Vi spiccano guerrieri cristiani (Orlando furioso e Astolfo restauratore del suo senno; Rinaldo maniaco per effetto di un farmaco: l’acqua della fonte dell’amore).
  • Il poema carolingio della guerra e dell’amor grezzo (ai quali si sarebbe aggiunto il tradimento bellico, secondo la tradizione, se l’Ariosto si fosse persuaso ad amalgamarvi i tardivi Cinque canti). Vi spiccano campioni mori (Rodomonte, Mandricardo) e donne vittime o calcolatrici (Isabella, Doralice). I campioni cristiani vincono la guerra, ma di solito hanno maggior rilievo altrove, e qui sono sovrastati dai trucchi delle potenze celesti, che parteggiano per loro se non vengono irritate.
  • Il poema sentimentale dell’alternativa fra amor coniugale e libertà, con donne volitive (Bradamante e Marfisa) e uomo amletico (Ruggero). Questo è il ramo attivo del delta: la via della conclusione non sarà banale, ma passerà per un ultimo sviluppo, più che mai romanzesco.

Avranno opportune conclusioni, ciascuno a suo modo, anche gli accessori:

  • Le introduzioni dell’autore ai canti, i “giornalini”.
  • Le novelle.
  • E infine la celebrazione della casa d’Este, inserita nel terzo poema come un marchio di sponsor insolitamente esteso. Benché sia diluita dentro la narrazione, per fortuna non vi interferisce. Riconosciute le sue ragioni e dignità, resta pur sempre un ingrediente occasionale un po’ noioso: fosse solo per quello, da un pezzo non leggeremmo più il Furioso.

Il primo a chiudersi è il poema bretone. Personalmente Angelica era scomparsa all’orizzonte fin dal canto 30°, ma non si poteva dire del tutto uscita di scena, finché vi restavano le sue vittime. In questo canto Rinaldo, ultima vittima della primadonna, la va a cercare, benché la sappia partita con Medoro. Mentre attraversa la selva delle Ardenne – per tanti secoli luogo di sortilegio, prima di diventare teatro di blitzkrieg – s’imbatte in allegorie della gelosia e dello sdegno, beve l’antidoto alla fonte del disamore e, dopo Orlando, risana anche lui.

Canto XLIII

L’aura bretone si prolunga per portare a termine anche le novelle, che tutte ne sono partecipi. La piccola collezione eterogenea, dispersa qua e là nel poema, non ha una cornice sua, che si possa propriamente “concludere”. Ma questo canto – il più lungo del Furioso – contiene le ultime due novelle, a completare la dozzina; e l’occasione viene solennizzata derivandole entrambe da una medesima storia (Cefalo e Procri) di fonte prestigiosa (le Metamorfosi di Ovidio), e celebrando il natio paesaggio fluviale tra Ferrara e Mantova, in cui vengono ambientati i loro sortilegi fiabeschi. Più semplice la prima novella; più ampia la seconda, che utilizza e rincara una variante dovuta a Igino, contemporaneo e amico di Ovidio.

Specie la seconda novella, oltre a evocare un remoto passato, annuncia un prossimo futuro: il “Cabinet des fées” parigino (un po’ il Salotto e un po’ il Governo delle Fate), che si alimenterà per un secolo (dal 1690) anche di fiabe italiane. Qui troviamo la stessa miscela di elementi colti, mondani e popolari, la stessa decorazione architettonica, e una morale da filone “libertino”: una moglie infedele per denaro, per ammansire il marito che vuol ucciderla, lo induce a far peggio di lei, prostituendosi per meno soldi a un maschio orrendo e contraffatto. Al tempo dell’Ariosto, ad ascoltare la fiaba padana, tocca al francese Rinaldo di arrossirne.

Poi Rinaldo giunge a Lampedusa, a cose fatte. Vengono sepolti ad Agrigento Brandimarte e Fiordiligi morta di crepacuore, la coppia vagabonda di esuli dall’Innamorato. Si ricorre al talento taumaturgico e faccendiere dell’eremita che già si era preso cura di Ruggero nel canto 41°, ed è l’occasione per liberare lui dal romitaggio.

Canto XLIV

Ruggero e i paladini tornano a Marsiglia. Astolfo liquida i residuati della guerra africana e raggiunge gli amici cavalcando l’ippogrifo; all’arrivo gli leva sella e finimenti, e gli rende la meritata libertà. Si celebra il trionfo della guerra vinta sui mori, e si conclude anche il poema carolingio.

Resta il poema, o romanzo in versi, sentimentale ma pur sempre d’azione, che sinora era risultato il più lineare dei tre, e ora si complica (ma almeno il suo corso non è più intercalato da frammenti di altre storie).

L’eremita faccendiere aveva gettato là un’ipotesi di matrimonio fra Ruggero e Bradamante. Ruggero non poteva tirarsi indietro; Rinaldo, fratello di lei, e Orlando avevano approvato calorosamente. Non sapevano che nel frattempo il vecchio padre aveva ricevuto dall’imperatore di Bisanzio la proposta di maritare la ragazza a Leone, suo figlio ed erede, e si era riservato pro forma di rispondere dopo aver consultato il figlio maggiore.

Apriti cielo! Papà è indignato: mentre lui usa al figlio il riguardo di consultarlo, quel fannullone si permette di prendere impegni con altri, senza preavviso e senza criterio. Mamma si scatena: figurarsi se baratterà la parentela con un imperatore – hai detto niente! – per un generuccio qualsiasi, bello e bravo finché si vuole, ma scalcagnato e senza un soldo.

Bradamante è stretta in una morsa. A quei genitori «ha la troppa età tolto il cervello» – ma come fare? Lei è sempre stata disciplinata e rispettosa, al punto di lasciarsi chiudere in casa a sferruzzare (finché le durava la pazienza). Però il rispetto è forma, non azione; costringe a pazientare, non a sbagliare; e  l’amore la tira dall’altra parte. Quando le chiedono di pronunciarsi a favore di Leone (“un così bel partito!”), serra le labbra e non dice niente. Poi si chiude a piangere in camera sua.

I pettegoli fanno la spola fra gl’interessati. Ruggero (ora il matrimonio è entrato in tutti i modi nel suo “punto d’onore”) scarta la possibilità di risolvere la cosa in duelli, perché non rispetterebbe i sentimenti della ragazza. Ma quella suocera è proprio volgare. Sono le doti personali di un uomo che contano; chi ne ha, sa sempre come districarsi. E se la prospettiva di diventare imperatrice facesse girar la testa a Bradamante? A levarle il capriccio (quello non è mica sentimento) gli servirebbe, diciamo, un annetto. Per competere alla pari, gli basterebbe ridurre imperatore e figlio scalcagnati e senza un soldo come lui, senza pretesa di mettersi al loro posto.

Bradamante dà a Ruggero la risposta che ha rifiutato ai genitori: non dubiti di lei. E chiede in pubblico a Carlomagno di bandire che nessuno la sposerà, se prima non l’avrà vinta in singolar tenzone. Carlo ride, commenta che la domanda è proprio degna di lei, e promette di accontentarla. Ma i genitori vedono che la figlia vuole sottrarsi: la segregano in un castello, litigano con Rinaldo che protesta,  e progettano di portarla in levante per disporne a modo loro.

Ruggero, allarmato, opta per ammazzare d’urgenza il pretendente a norma di cavalleria, far Leone «d’Augusto, Divo» – da imperatore vivo ex-imperatore morto, che si adora in un tempio e non può più rompere le scatole. Ed eccolo sulle tracce di Leone all’assedio di Belgrado. Combatte dalla parte dei Bulgari contro i Greci e rovescia le sorti della battaglia. Il giovane e sportivo Leone – che lo vede in azione, e non sa nulla di lui – non ha mai visto niente di paragonabile. Si esalta per quel fuoriclasse, quell’angelo vendicatore, benché giochi nella squadra avversa e stia facendo a pezzi i suoi.

Canto XLV

Ruggero, reso imprudente dal successo, si lascia catturare a tradimento, e viene destinato dalla famigerata crudeltà femminile bizantina a morte tormentosa. Proprio quel Leone che era andato a uccidere gli salva la vita, e lo lega a sé con obbligazione senza scampo. Il suo scopo è di inserire a tutti i costi quel fuoriclasse nella sua squadra.

Intanto viene pubblicato il bando imperiale: avrà Bradamante chi saprà resisterle in armi a sua scelta per una giornata, dall’alba al tramonto. Il padre non può opporsi, ed è costretto a ripresentarsi a corte con la famiglia.

Leone è sportivo da tifoso, più che da atleta: gli piace guardare chi sa ammazzare meglio di lui. Si è invaghito della fama guerriera di Bradamante, ma non ha doti sufficienti per misurarsi con lei. Perciò, alla notizia del bando, chiede a Ruggero – che non si può sottrarre – di sostituirlo in campo.

La tenzone si fa alla spada (ma senza usare la pericolosa Balisarda), in armatura completa (perché non si veda chi c’è dentro, e sia possibile lo scambio di persona) e appiedati (perché Bradamante non riconosca il cavallo Frontino – del resto, Ruggero non lo sa, ma così evita di essere disarcionato dall’infallibile lancia d’oro). A Ruggero disperato passa per la mente di lasciarsi uccidere dalla ragazza, che lo aggredisce con furia; ma ne verrebbe un pasticcio, perché lei perderebbe sia lui sia Leone. Da parte sua, ha buona pratica di scontri da tirare in lungo senza vinto né vincitore. In questo modo giunge la sera, e Bradamante si ritrova tenuta a sposare Leone. Ruggero fugge nel bosco, non gli resta che suicidarsi.

A Bradamante, per sottrarsi, non resta altra risorsa che l’imbroglio legale. Chiede aiuto a una mente più fertile della sua: Marfisa, che forse nell’infanzia avrà succhiato anche latte di volpe, oltre a quello di leonessa. L’avvocata esordisce con un’intrepida bugia: fra Ruggero e Bradamante c’è già stato un matrimonio segreto, e non è lecito farne uno palese con un altro marito. Carlo chiede alla ragazza se è vero; lei si guarda la punta delle scarpe e non apre bocca. “Che imbroglio è questo?” grida il vecchio padre, esperto in cavilli. “A me non la fate! Quando e dove sarebbe accaduto? Al massimo, quando Ruggero era maomettano e non poteva sposare legalmente una cristiana”. Ne risulta un rinvio, per chiarire il caso in tribunale. Marfisa vuole di più, e convince Leone a risolvere la questione da gentiluomo, battendosi con Ruggero. L’astuto bizantino crede di aver l’asso nella manica: si farà sostituire un’altra volta da quel cavaliere dal liocorno (non ne sa il nome) che già ha resistito a Bradamante; ma passano i giorni senza che il suo amico si faccia vivo, e lui lo cerca disperatamente.

Canto XLVI

L’ultimo numero del giornalino dell’Ariosto è un’edizione festiva. La nave del poeta sta per entrare in porto. Le banchine si affollano di bella gente che applaude e si congratula. In prima fila c’è la sua mamma, e poi belle signore, importanti signori ed esponenti della repubblica delle lettere. Niccolò Machiavelli (non menzionato) si mette in lista da sé nel suo modo brusco, scrivendo a Ludovico Alamanni: «Io ho letto a questi dì Orlando Furioso dello Ariosto, e veramente el poema è bello tutto, et in di molti luoghi è mirabile. Se si truova costì, raccomandatemi a lui, e ditegli che io mi dolgo solo che, avendo ricordato tanti poeti, che m’abbi lasciato indreto come un cazzo» (z scempia nell’originale).

Leone scova Ruggero nel bosco: si è condannato a morir di fame, e già si regge a stento. Solo allora scopre il suo nome e la sua storia, e si dice tanto commosso dalle sue peripezie e sacrifici, e tanto magnanimo, da cedergli ogni pretesa su Bradamante.

È l’ultimo episodio (a parte i finali) e l’ultima aggiunta all’ultima edizione del poema; può darsi che sia passato meno di altri all’assiduo vaglio dell’autore. La lettura corrente prende per oro colato le parole di Leone. Così fa Italo Calvino, che lo liquida con qualche insofferenza – ben a ragione, se non ci fossero alternative: sarebbe l’unico caso in cui Ariosto demolisce un personaggio con un tratto incongruo, e si sbarazza di un episodio con una scorciatoia sempliciotta.

Ma sembra lecito dubitare della schiettezza di Leone, e spostare la sua vera reazione da commozione + magnanimità a sconcerto + apprensione. Egli appartiene a ben tre categorie poco spontanee: è bizantino, regnante (giornalino del canto 44°), e in più, come presto vedremo, grande virtuoso della scena (regista e mattatore, non un banale amoroso di fila). Come si fa a crederlo sincero?

In un romanzo d’azione, è l’azione a dar valore ai discorsi, e non viceversa; e qui l’autore, prima che Leone apra bocca, si è preso la briga di chiuderlo in un vicolo cieco, in cui può solo dir così o finir male. Il giovanotto pensava di soddisfare senza rischio il suo capriccio; ora vede che il rischio c’è, e gliene passa la voglia.

Badate al linguaggio non-verbale. Quando Leone scopre che il suo campione e Ruggero sono una persona sola, impietrisce per un’ottava intera. Un turbine di nobili sentimenti uscirebbe di slancio. Invece la reazione di Leone è adatta a una brutta sorpresa: “Marfisa mi ha incastrato! Adesso che faccio?”, seguita da calcoli inconfessabili ma ovvi. Non può mica mandare in campo Ruggero a combattere contro sé stesso. Dovrebbe andarci lui di persona. Ma anche se Ruggero gli garantisse di lasciarsi vincere dai suoi colpi maldestri senza fargli male, il pericolo incomberebbe. Il pubblico esperto e manesco conosce Ruggero, tifa per lui, e ha già assistito allo scontro precedente. Chiunque vedrebbe che dentro la corazza con l’aquila bicipite non c’è più la stessa persona, e gli scontri sono truccati, e l’erede dell’impero di Bisanzio è un imbroglione e una schiappa. C’è da tirarsi addosso insulti e sfide non addomesticabili (si è già candidata Marfisa). A dirla senza garbo: l’unica scappatoia sicura è fingersi ancor più magnanimo e balordo di quello zuccone contorto, e far buon viso a cattivo gioco. Che se la tenga lui, la sua ragazza del malanno!

Intanto a Parigi è arrivata un’ambasceria dei Bulgari, che hanno perduto il proprio re nella battaglia di Belgrado (giusto il prode Leone aveva mirato al cavallo – fellonia bella e buona – e «mille spade» avevano fatto il resto) e chiedono a Ruggero di prenderne il posto.

Da uomo accorto, Leone cerca gratificazioni nel manipolare i suoi simili con i talenti che possiede, senza accanirsi a inseguire quelli che non ha. Si presenta a corte tenendo Ruggero per mano, e con il suo talento scenico greco trasforma la truffa dello scambio di persona in una gara di generosità, e ottiene un effettone: prima fa trasecolare tutti, e poi li fa piangere. Il papà di Bradamante si profonde in scuse e implora il privilegio di aver Ruggero per genero. La mamma quanto meno si consola, perché una figlia regina di Bulgaria, in mancanza di meglio, fa pur la sua figura.

Così si conclude anche il poema sentimentale, con il sontuoso matrimonio fra Ruggero e Bradamante, organizzato da Carlomagno in persona. Lieto fine classico, salvo un particolare: il letto nuziale è ospitato in una storica gran tenda da campo in cui, fin dai tempi della guerra di Troia, Cassandra profetessa di sciagure aveva ricamato, a edificazione del fratello Ettore, il muso grifagno del cardinale Ippolito d’Este.

Difendere Ariosto da una querela per diffamazione del suo padrone sarebbe proibitivo. Incontestabile la gravità dell’oltraggio: quel vaticinio del peggior menagramo della letteratura universale non può raffigurare altro che disgrazia conseguente al casto connubio. Incongrue le proteste di buone intenzioni: altrove nel poema bastano fole innocue per agganciare gli Este ai troiani (all’epoca, una nobiltà risalente solo alle crociate era roba da parvenu). Improbabili le attenuanti: un momento di distrazione, oppure una lacuna nel senso del ridicolo, in un uomo che, al contrario, mostra memorabili talenti di placida accuratezza narrativa e di arguzia. E incorre persino nella recidiva: nel canto 35° si trova un’altra sorniona botta sarcastica a spese della stessa vittima. Non resta che invocare la prescrizione del reato.

Segue il finale dei finali: il Furioso, il romanzo più bello e intricato della letteratura italiana, si mette in maschera da poema epico, emulando il duello fra Enea e Turno che chiude l’Eneide. Nel bel mezzo delle feste nuziali piomba Rodomonte, proveniente dalla grotta oscura in cui si era chiuso fin dal canto 35°. Egli accusa Ruggero di aver tradito il re Agramante, si batte con lui e viene ucciso. Ma si vede quanto sono cambiati tempi e clima. Il pio Enea uccideva Turno in un impeto d’ira pietosa, vedendogli indosso il balteo d’oro strappato al suo caro Pallante. Invece qui la scena è arruffata: Rodomonte è finito a terra, lungo disteso; Ruggero, inginocchiato sulla sua pancia, gli punta il pugnale al volto e gl’intima di arrendersi; ma poi lo spaccia per prudenza, quando si accorge che quello fa il furbo, ha liberato un braccio e sta cercando di pugnalarlo alla schiena.

Chi doveva morire è morto. Gli altri sono giovani, belli e in pace con sé stessi. La storia non ci vuole intristire portandoli oltre.

E come si conclude la celebrazione della casa d’Este? Ora ci arriviamo. L’anima orgogliosa di Rodomonte ha abbandonato il corpo bestemmiando. Si spengono le luci della ribalta e cala il sipario: Finis. Poi segue un motto: Pro bono malum, “han ripagato male per bene”, o in italiano lapidario: Mi hanno fregato. Chi mai, se non i celebrati committenti?

Note a cura di Serafino Balduzzi, serafino.balduzzi@gmail.com.

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Opera:
Orlando furioso
Opera ordinamento:
Orlando furioso
Descrizione breve:
A cura di Cesare Segre
Autore:
Fonte:
Orlando furioso / Ludovico Ariosto ; a cura di Cesare Segre. - Rist. - Milano : A. Mondadori, 1999. - 2 v. (LI, 1487 p. compless.) ; 19 cm. - (Grandi classici ; 5).
Cura:
Cesare Segre
Licenza:

Data:
1 luglio 2013
Opera elenco:
O
Fonte ISBN:
88-04-43424-4
Soggetto BISAC:
FICTION / Classici
Affidabilità:
Affidabilità standard
Impaginazione:
Francesca Fiaschi
Claudia Quadrino
Arianna Storoni
Pubblicazione:
Maria Mataluno, m.mataluno@mclink.it
Revisione:
Marco Calvo, http://www.marcocalvo.it/
Francesca Fiaschi
Claudia Quadrino
Arianna Storoni