Vite precarie a scuola

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“L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Precario”.

Fino a che un emendamento non modifichi in questo senso la Costituzione, è legittima l’aspirazione a un lavoro stabile. Sappiamo ormai per esperienza che ogni trasformazione sociale, prima di consolidarsi in legge,è preceduta da una massiccia campagna di manipolazione mediatica. E’ successo per la scala mobile, per il costo del lavoro, per le pensioni. E ora tocca alla precarizzazione del lavoro. Si tratta infatti di delegittimare come premoderna, arcaica, in una parola anacronistica, la legittima domanda di stabilità e di sicurezza. Dopo aver fatto passare questo sarà più facile trasformare i diritti in pretese.

Si dirà che generazioni di insegnanti si sono fatti le ossa con il precariato. E’ vero, ma con un’importante differenza: la cornice legislativa era stabile, e si poteva ancora dire che diventare di ruolo era questione di tempo. Si trattava in fondo di aspettare il proprio turno con pazienza. Come quando si è in fila davanti a un semaforo.

Ma da qualche anno non è più così. La scuola è al centro di cambiamenti che riguardano la società intera, il suo futuro. Si dice che le generazioni di domani non dovranno più conoscere la piaga del precariato, che appositi corsi universitari a numero chiuso regoleranno i flussi. Benissimo. Ma è curioso che per tutelare i diritti di quelli che verranno non ci si curi di quelli che ci sono, e sono tanti, oltre duecentomila.

Intanto un’intera generazione di insegnanti, che va grosso modo dai trenta ai cinquant’anni, vive in una condizione di precarietà mai sperimentata da chi veniva prima, e che tutti dicono di voler scongiurare per quelli che verranno dopo. Stretti fra il blocco delle assunzioni, gli effetti nefasti della riforma Moratti sull’organico, l’affrettata apertura di una nuova procedura di reclutamento, senza la garanzia di un periodo di transizione che ne garantisca il graduale assorbimento, migliaia di insegnanti non sono in grado di offrire ai propri alunni, alle proprie famiglie e a se stessi garanzie di continuità lavorativa.

Ogni precarietà lavorativa è deprecabile. Ma bisogna distinguere tra la precarietà dell’artista, legato alle invenzioni del suo genio, e quella di una persona cui sono affidati dalla società compiti educativi prima ancora che didattici. Per questo non si tratta solo di affermare un diritto individuale, che pure basterebbe, ma anche di una necessità sociale. Allo stesso modo, le nuove procedure di assunzione, anche senza la chiamata diretta, con il numero chiuso e il conseguente levitare dei costi dei corsi che garantiranno un lavoro sicuro in una società sempre più regolata dall’incertezza, pongono un altro rischio, quello della natura censitaria della futura classe insegnante.

Infatti, in assenza di misure meritocratiche universalmente accettate per la selezione, e in presenza di un malcostume duro a morire in Italia come quello delle conoscenze, il nuovo percorso formativo e di reclutamento rischia di ridursi a una selezione di classe. La scuola italiana è democratica
perché vi insegnano, accanto a figli di professionisti e di intellettuali, figli di contadini e di operai, cui le maglie larghe dei concorsi pubblici consentivano finora di accedere ai ruoli, superando i filtri della selezione sociale. Non sarà ancora così in futuro.

Ecco allora perché la partita sul precariato della scuola non deve stare a cuore soltanto ai precari e alle loro famiglie. Ma anche agli alunni e ai loro genitori, perché sperimentano in prima persona cosa vuol dire la mancanza di continuità didattica ed educativa. Agli insegnanti di ruolo che si vedono trasformare in peggio sotto gli occhi la scuola che conoscevano. A tutti i cittadini di questo paese che credono in una società che concili sviluppo e diritti, modernità e democrazia.

A volte ci sembra che forze politiche, di maggioranza e di opposizione, e forze sindacali non siano all’altezza della sfida che questa sintesi richiede, e che spesso ci si accodi acriticamente a parole d’ordine facili e comode, come flessibilità e mobilità, perché appaiono e fanno apparire “moderni”. Dimenticando che la modernità risiede necessariamente nella difficile ricerca di una sintesi.

La campagna mediatica contro i precari della scuola utilizza argomenti come “siete troppi, vecchi e demotivati”. In realtà le statistiche vengono “drogate” includendovi ad esempio i docenti “prestati” ad altri rami della pubblica amministrazione. La “vecchiaia” media è il frutto di politiche scolastiche che hanno assegnato alla scuola voci di bilancio irrisorie per le nuove assunzioni negli ultimi quindici anni. E poi resta da dimostrare che in questo campo un’esperienza ventennale di insegnamento sia una pecca di cui vergognarsi. Infine, sulla preparazione e la demotivazione, ci si permetta di restituire al mittente l’accusa: come dovremo infatti giudicare chi ha affastellato provvedimenti a volte contraddittori, quando non palesemente in contrasto con la Costituzione, come nel caso dei doppi punteggi per le scuole di montagna?

L’idea di un libro nasce allora dalla necessità di iniziare a controbattere, intanto dimostrando la vitalità, la ricchezza, e perché no l’entusiasmo ancora di questo mondo penalizzato e sommerso, di cui le cronache si occupano solo per un sit-in, o per ricorsi estivi.

Veri e propri testi narrativi raccontano il desiderio di elaborare il vissuto, vissuto che invece si rivela talmente forte da dover essere raccontato senza filtri nelle esperienze di frontiera di molti insegnanti precari: il carcere, l’ospedale, i convitti, le scuole serali, i quartieri degradati. Più che i docenti di ruolo sono i precari a conoscere meglio e poter confrontare queste e altre realtà, a costituire un osservatorio privilegiato per la scuola intera.

Ma l’idea della normalità della precarietà, ovvero dell’anormale, poteva essere raccontata solo assemblando frammenti di storie personali in un’ideale autobiografia collettiva che costituisce la parte centrale del libro.

Una sezione saggistica è dedicata all’analisi e alle prospettive, arricchita da un’appendice di orientamento e documentazione.

Infine si è voluto riservare una parte ai docenti di ruolo, e a genitori e alunni, perché la precarietà dei rapporti di lavoro, di apprendimento, riguarda anche loro, come anche loro è il destino unico cui la scuola italiana è legata.

Nella speranza che la prua della scuola non sia irrimediabilmente rivolta verso una vacua ricerca di primati di dubbia modernità, che non sia cioè una sorta di Titanic, in corsa folle verso il suo iceberg.

Nella speranza che in questo caso il ruolo dei precari possa essere quello assegnato dagli antichi alle remore, pesci piccoli che si muovevano in branco, capaci attaccandosi alle chiglie delle grandi navi, di modificane un poco la rotta.

Presentazione a cura di Luca Antoccia

Dall’incipit del libro:

In questi ultimi anni vi è stata una precisa ed evidente non volontà di programmare e gestire l’attuale sistema di reclutamento degli insegnanti, gettato anzi in un assurdo caos; l’articolo 5 della riforma prevede ora il passaggio a un nuovo sistema, che esclude gli attuali precari e non contempla alcuna norma transitoria a loro tutela. Che ne sarà dunque di questo esercito di professionisti che hanno investito la propria vita lavorativa nell’in-segnamento e che, operando in contesti spesso non facili, hanno permesso il funzionamento della scuola pubblica italiana?

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titolo:
Le remore e il Titanic
sottotitolo:
Vite precarie a scuola
titolo per ordinamento:
remore e il Titanic (Le)
autore:
opera di riferimento:
"Le remore e il Titanic : vite precarie a scuola", di Luca Antoccia; prefazione di Tullio De Mauro; collezione I sassi, 11; Alberto Gaffi Editore; Roma, 2005
licenza:

data pubblicazione:
17 gennaio 2006
opera elenco:
R
ISBN opera di riferimento:
88-87803-54-4
soggetto BISAC:
FICTION / Classici
affidabilità:
affidabilità standard
impaginazione:
Luca Antoccia
pubblicazione:
Claudio Paganelli, paganelli@mclink.it
Alberto Barberi, collaborare@liberliber.it
revisione:
Giuseppe D'Emilio, g.demilio@libero.it