Libro parlatoSe vi passa per la testa che potreste provarvi a registrare un audiolibro, e cercate indicazioni su come leggere ad alta voce un testo narrativo di qualche dignità, potreste rischiare di restare afoni per qualche settimana, come allo Zeno di Italo Svevo accadeva di camminar zoppo quando pensava che per fare un passo si devono muovere cinquantaquattro muscoli. Oltre a muovere i muscoli, anche per camminare, bisogna badare dove si va. Per leggere ci si trova tra due fuochi: il testo e le persone che ascoltano la storia che raccontate (anzi l’ascolteranno, e voi purtroppo non le vedete e non potete sentirne il respiro).

Per chi leggere

Questo è il punto chiave per chiarire perché e come leggere.

Si dice che ascoltano audiolibri persone che non possono leggere da sé: o sono intente ad attività noiose (per esempio guidano l’auto) o sono menomate nella vista. Dunque fabbrichereste surrogati di libro, per fornire una distrazione occasionale o un’opera buona. Come dire: la parola autentica è nel libro; chi può, risale alla fonte e se la legge a mente; chi non può, si deve accontentare. Allora il modello da seguire potrebbe essere la lettura del giornale radio (meglio evitare di trasmettere forti emozioni, per non provocare incidenti stradali).

Eppure, qualunque transeunte realtà commerciale ci sia sotto, si sa che semmai è il libro a essere un surrogato. La parola è voce. Senza voce, niente parola per dialogare, e per conseguenza (ricordate Kaspar Hauser, il ragazzo dei lupi?) niente parola per pensare in modo organizzato; e tanto meno libri. Perché non ascoltare la voce? Forse che si esegue e registra musica solo ad uso di chi non può leggere spartiti?

La scrittura è stata per millenni il solo tramite per conservare la voce, e ancor oggi è preziosa per il lettore quando gli occorra di esplorare il testo. La gran forza intatta della scrittura riguarda la composizione del testo: mettere insieme, poniamo, un Mahabharata (cito quello perché è il più grosso libro esistente, a quanto si dice) avrebbe ecceduto le possibilità della tradizione orale, e certo sarebbe stato scomodo anche disponendo di buoni mezzi per registrare le voci. Comunque, anche un cieco può dettare un capolavoro (così si favoleggiò avesse fatto Omero). Sono i sordi e i muti a essere condannati alla scrittura (talvolta gli astanti si commuovevano a vedere Beethoven che suonava un “pianissimo” senza che dal piano uscisse alcun suono).

Siamo abituati da sempre a considerare la parola scritta più autorevole di quella detta, forse perché l’autore ha pur scritto, o forse perché ci pare che tangibilità e permanenza fisica forniscano alla cosa libro un’autorità maggiore (persino nel mentire) rispetto all’evento voce. La voce è un atto, il libro è un idolo.

Fantastichiamo: è una gran rivincita, per la voce, aver trovato nella codificazione elettronica un modo economico e flessibile di conservarsi com’è, senza perdere inflessione né espressione, come avviene invece nella codificazione alfabetica. Ora un’audioteca può conservare tanti idoli quanti una biblioteca. Chissà che le religioni del libro non evolvano pian piano in religioni dell’audiolibro.

Certo, anche se i supporti durassero, hardware e software cambiano ogni giorno: la voce, per conservarsi durevolmente, deve saltare spesso da un tram all’altro. Ma anche la parola scritta e la musica sopravvivono nei secoli solo se hanno modo di cambiare tram. La perennità è sempre stata forma che fluisce.

Non potrete contare che la vostra piccola impresa desti tale interesse da esser conservata a lungo. Ma al momento state pur preparando una nuova edizione di un testo: perché tarparsi da soli? Sarà prudente non leggere in modo troppo banale, ma sforzarsi di fornire a chiunque ascolti qualcosa di più di una lettura mentale meno accurata. A questo fine il modello del giornale radio non serve, non perché lo speaker legga male, ma perché non legge testi letterari.

Come leggere

A guardare il testo come reperto bibliografico, segni stampati su foglio bianco, potreste supporre che la lettura ideale consista nel trovare il corrispettivo vocale di ciascuno di quei segni e consegnarlo alle orecchie degli ascoltatori – nudo, preciso, pulito da ogni respiro o segno emotivo, nero su bianco, voce piatta che alla fine sale di un grado se c’è il punto interrogativo o scende di un grado se c’è l’esclamativo. Fate senz’altro così, poverini, se la vostra mamma è una fabbrica di hardware e se il vostro ascoltatore è un altro congegno fabbricato nel reparto attiguo. Altrimenti lasciate perdere: il vostro modello scenderebbe dal giornale radio alle estrazioni del lotto (ma beninteso, anche quelle possono essere letture valide, dove il testo le richieda).

La pagina ricoperta di caratteri che cifrano la voce equivale allo spartito musicale per solista. Entrambi sono ben lontani dall’essere esaurienti. Anzi, se lo spartito è approssimativo e interpretabile in materia di tempi ed espressione, spesso il libro che non contenga un testo teatrale non ne parla affatto.

Se suonate al pianoforte l’Appassionata di Beethoven – ogni nota, ogni pausa – ma con il tempo e il pathos del Piccolo Montanaro, non rispettate lo spartito e vi esponete al ludibrio. Se leggete in modo equivalente la Divina Commedia, potreste provarvi a sostenere sfacciatamente di aver rispettato ogni indicazione esplicita del vostro spartito: si arrangi poi l’ascoltatore a sovrapporre mentalmente al vostro borbottio tutte le articolazioni espressive che gli sembrano adatte. Ma l’ascoltatore sghignazzerebbe e il ludibrio non sarebbe minore.

Ci sono modi adeguati e inadeguati di leggere, ma non si possono codificare. Forse in generale si può solo dire che espressione e tempi sono tanto più “giusti”, quanto più agevolano comprensione e coinvolgimento dell’ascoltatore (o magari straniamento, se il testo lo vuole). Il libro è un tramite, e anche la voce recitante lo è: alla fine il narrato riemerge alla vita nella mente di chi ascolta. Ecco il punto critico dell’audiolettura rispetto alla lettura a mente: idealmente in principio sta il verbo, ovvero la voce che parla; ma in effetti l’audiolibro la ricostruisce con un passaggio in più. Questo secondo passaggio non è mai neutro: se “giusto” offre un vantaggio, sennò è una sciagura.

E badate, non è detto che il massimo debba essere la lettura dell’autore. Ricordo di aver ascoltato, tanto tempo fa, Ungaretti leggere i suoi versi con voce cavernosa ed enfatica; a me lasciò l’impressione che si potessero legger meglio.

Ungaretti leggeva, ma può accadere che si registri il testo proprio mentre nasce parlato. Forse è quello l’ideale dell’audiolettura: che essa parli al vivo, evitando stereotipi d’intonazione da lettura e chiazze d’ombra, in cui cadiamo persino leggendo parole scritte da noi. Un oratore che prima si prepara con cura per non dire sciocchezze, ma poi parla sciolto senza leggere nulla, di solito aumenta assai le sue probabilità di essere ascoltato e preso sul serio. Ma naturalmente il testo può essere zeppo di stereotipi libreschi, e allora l’unico rimedio è di sceglierne un altro. In ogni caso nessuno è un ottimo lettore di qualunque testo.

Forse possono servire altre osservazioni a proposito della lettura di testi antichi. Sono antichi i testi, ma gli ascoltatori sono attuali; su di loro la narrazione può proiettare impressioni diverse dai lettori originari. Sarebbe falso e peregrino inventarsi un’espressività all’antica. D’altronde conviene allungare un poco i tempi, perché la comprensione è più difficile.

Fedeltà al testo

Occorre una buona corrispondenza fra i segni e la lettura (come occorre una buona pulizia della registrazione, affinché rumori o distorsioni estranee non alterino il risultato, così come l’inchiostro non deve macchiare la pagina scritta). Ma è altrettanto indispensabile che la precisione non emani disumanità, salvo che sia proprio il testo a essere disumano. Un buon concertista non è mai un pedante.

Aggiungiamo che l’istanza di fedeltà totale intransigente al testo è una delle tante teorie che piacerebbe tradurre in pratica, ma non si può; e non è neppure limpida come sembrerebbe a prima vista. Fedeltà totale a che cosa? Avete mai notato gli errori di stampa che contengono, non dico i libri qualsiasi, ma anche le edizioni critiche corrette da costosi comitati accademici? Persino antichi codici vergati di mano dell’autore pullulano, per esempio, di oscillazioni ortografiche probabilmente casuali, anche se alcune di esse hanno dato materia a elaborate tesi di laurea (zeppe d’errori di dattilografia). E ogni successivo passaggio lascia il proprio segno. Le acque un po’ limacciose della nostra tradizione letteraria scorrono nel tempo con il grado non eccelso di potabilità che noialtri, bipedi implumi affetti da respirazioni, traspirazioni e distrazioni, siamo capaci di realizzare. Dunque ci sforziamo di restar fedeli agli errori altrui (che non siano vistosi) senza aggiungerne troppi di nostri. Per restar fedeli portiamo correzioni alla nostra prima lettura, e in esse cadono nuovi errori.

E infedeltà

Per aver espressione la lettura richiede slancio, cioè il contrario del soffermarsi sui singoli segni. Il lettore ad alta voce ha bisogno di realizzare un equilibrio accettabile fra due esigenze propriamente inconciliabili. Allora egli scenderà a compromessi, e per giudicare se siano tollerabili o no occorrerà stabilire una scala di priorità. Poiché il fine è trasmettere il testo all’ascoltatore, l’espressività è più importante della fedeltà a quei segni che non interferiscano con il significato e con la sua agevole comprensione (e solo a quelli). A sua volta, l’espressione deve trasmettere il significato del testo, ma non una cosa diversa. Pertanto la scala di priorità pone il significato al primo posto, l’espressività al secondo e la fedeltà a ciascun segno al terzo. (Solo se non siete di questo mondo potete pensare che non ci debba essere nessuna gerarchia d’importanza, perché mai nessun errore è ammissibile).

Le pronunce locali

Differenze di pronuncia locale rispetto allo standard linguistico sono comuni ovunque. Nel nostro paese, dove nessun fattore politico ha mai imposto una “langue du roi”, si deve dire di più. Il nostro standard non coincide con nessuna lingua naturale. Esso è un artefatto costruito sulla parlata toscana, di cui però rifiuta molte parole, cadenze e fonemi. La nostra è una bella e dolce “lingua franca”, che – come la cucina italiana – trova un punto di forza nel miscelare a man salva reperti locali.

In varie regioni si sbaglieranno a dir poco le vocali chiuse o aperte, un toscano azzeccherà le vocali ma si tradirà in cadenze e fonemi, un romano lascerà trapelare impudicizia romanesca, e così via. Forse, per celare la propria area di provenienza, sarebbe il minor male fornire all’ascoltatore indizi contrastanti.

Poiché l’italiano puro è alchemico, ma bisogna pur leggere in italiano i testi scritti in italiano, ci si può proporre almeno di limitare l’insieme delle varianti (vocali chiuse/aperte, consonanti sorde/sonore, accenti tonici, cadenze, raddoppiamenti sintattici) a un’entità complessiva che non turbi troppo il colore del testo, e pertanto non nuoccia all’espressione. La valutazione non può essere “scientifica”, ma solo “clinica”, come direbbero i medici. Peccato che il giudizio, temo, possa essere diverso in diverse aree linguistiche del paese. Naturalmente le coloriture locali presenti nel testo giustificheranno, anzi richiederanno, una taratura a favore delle scelte linguistiche dell’autore.

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Noi non siamo attori, ma dove possiamo trovare altro modello da inseguire se non nella recitazione dell’attore? Anzi, dell’attore sobrio e corretto, non mattatore (che invade il testo per mettere avanti se stesso), né guitto, né caratterista. Alzare il bersaglio non costa nulla; però lui avrà preparazione e talento (e in più disporrà di mezzi tecnici) che noi non abbiamo. Perciò si dice: non incoraggiamo i dilettanti a prendersi confidenze con i testi, perché loro non sono mica giganti del palcoscenico.

A metà strada fra giganti e nullità c’è l’umanità intera. Se il violino, nelle tue mani, evoca troppo l’anima di budello di gatto delle sue corde, forse è meglio che ti accontenti di ascoltare concerti altrui. Ma non occorre che tu sia Yehudi Menuhin, e nemmeno primo violino d’orchestra; se suoni decorosamente, ascoltarti può dare un piacere che non si ricaverebbe mai dai sintetizzatori di suoni, con la loro eccessiva precisione e il loro alone di cosa morta. Sappi che se ti esponi – non c’è scampo – puoi essere confrontato, e ne uscirai perdente; ma almeno, escine vivo.

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