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TITOLO:

Racconti inverisimili di Picche

AUTORE: Verdinois, Federigo
TRADUTTORE:  
CURATORE:  
NOTE:  
DIRITTI D'AUTORE: no
LICENZA: Questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet: http://www.liberliber.it/biblioteca/licenze/
TRATTO DA: "Racconti inverisimili di Picche",
di Federigo Verdinois;
Casa Editrice Artistico-Letteraria;
Napoli, 1886.
CODICE ISBN: informazione non disponibile
1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 8 maggio 2006
INDICE DI AFFIDABILITÀ:
1
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0: affidabilità bassa
1: affidabilità media
2: affidabilità buona
3: affidabilità ottima
ALLA EDIZIONE ELETTRONICA HANNO CONTRIBUITO: Paolo Alberti, paoloalberti@iol.it
REVISIONE: Elena Macciocu, elena_672002@yahoo.it
PUBBLICATO DA: Catia Righi, catia_righi@tin.it
Alberto Barberi
HTML: Marco Calvo, http://www.marcocalvo.it/
EDITO DA: Liber Liber
http://www.liberliber.it/

Federigo Verdinois

Racconti inverisimili di Picche

Napoli
Casa editrice artistico-letteraria
Carogioiello a Toledo 9.
1886

I

LE DUE MOGLI

- E l'inferma guarirà? - domandai tutto trepidante al dottore.

- Guarirà di certo, se Dio vuole - rispose questi che già s'era levato da sedere e avea preso il cappello per andar via.

- Gli è che, vedete, tutta notte mi ha tenuto in pensiero con quella sua tosse ostinata. Ora però sta meglio. Non è vero che ti senti meglio, Emma?

- Oh sì! - rispose ella con la sua vocina sottile nella quale entrava una nota di fiduciosa allegria. - Non senti? da che il dottore è qui non ho tossito una volta sola.

- Brava! e non tossirete altro, ve lo garantisco - riprese a dire il dottore, seguendo sempre quel suo mirabile sistema curativo di non sentenziare in latino, di scrivere brevi ricette e di dare agli infermi suoi una perfetta sicurezza di guarigione - Il petto non è mica impegnato. Niente di grave. Con un po' di cautela, vi do parola che fra cinque giorni sarete fuori di letto.

- Oh grazie, dottore! - esclamammo ad una voce Emma ed io.

- Niente, niente. Che merito è il mio? Ringraziate la gioventù che è più forte di tutte le nostre bobe. La gioventù vi fa ammalare, la gioventù vi guarisce -.

E così dicendo, fece per uscire.

- Non gli dici quella cosa? - mi domandò Emma.

Davvero, io non ci pensavo più: una cosa da nulla, un vero capriccio di donna. Ora le tornava in mente, dopo che i timori del male s'erano dileguati. Risposi sorridendo che se ne sarebbe parlato altra volta e che anche troppo fastidio s'era dato al buon dottore.

- No, no! - insistette ella con quel tono bizzoso da bambina che le stava così bene. Il dottore s'era fermato sulla soglia a guardare verso la nostra parte. La sua persona alta e delicata, quella leggiera brizzolatura dei capelli che faceva così spiccato contrasto con le guance colorite, quegli occhiali d'oro di dietro ai quali splendevano due occhi vivaci e spiranti bontà, gli conferivano non so che forte simpatia senza nulla sottrargli della sua gravità serena di scienziato. Pareva una persona di famiglia. Si vedeva in lui l'amico, non il medico.

I medici, checché si dica e per quanto con l'arte salutare e col sacrificio si adoperino a lenire i mali dell'umanità sofferente, hanno sempre impresso nella persona un certo carattere sospettoso che li fa considerare dai più come nemici.

- Che cosa è che vuol sapere? - domandò dopo un poco.

- Niente, dottore; scusatela. Un desiderio infantile... No, non te l'avere a male... Dirò meglio, una curiosità femminile. Va bene così?

- Sentiamo la curiosità - disse il dottore.

- Egli non ve la vuol dire - venne su Emma, senza darmi tempo di mettere una parola, - non ve la vuol dire perché ha vergogna. O di che ti vergogni? Non c'è niente di male in fondo. Noi, donne, siamo più franche. Non ci preme niente affatto di parere istruite e spregiudicate. Che vuoi? Anche i pregiudizi son buoni a qualche cosa, e io ci ho i miei, e ce li voglio avere e ci tengo -.

Disse tutto questo d'un fiato e con tutta la sua grazia imperiosa. Quanto mi faceva piacere di sentirla così ben disposta! Era già mezza guarigione, capite. E lo dissi anche al dottore. Il morale ha una enorme influenza sul fisico; il corpo è valido quando l'anima sta bene.

- Ed è proprio di questo che si tratta dottore, - riprese a dire Emma che non si lasciava svolgere dalla sua fissazione. - C'è l'anima o non c'è? Io so che c'è. Lui dice di no: io dico di sì. Sentiamo voi, ecco -.

- No, badiamo - diss'io. - La questione non è proprio qui. Io non voglio passare per materialista...

- Ma se lo sei, Dio Buono!

- Adagio. Il dottore mi intende. Anche i medici sono un po' come me; un poco o molto non importa. A certe cose io non vado in fondo, nessuno di noi va in fondo. Ci basta di credere a quel che vediamo...

- E a quel che sentiamo, no?

- Anche a quello, bambina mia; anche il sentimento è una cosa che si vede, che è tangibile nei suoi effetti, che si spiega egregiamente con le funzione dell'organismo. Parlo da profano, si sa: il dottore ha tutte le ragioni di sorridere sotto i baffi e dietro gli occhiali. Io dico dunque che, in punto di materialismo, non tocca a me pronunziare una sentenza terminativa. Né a me, né a tanti altri. La scienza assoda i fatti, noi gli accettiamo. Ecco tutto. In somma, sono e non sono materialista -.

Il dottore disse semplicemente:

- Siete e non siete - e crollava il capo e seguitava a sorridere. - Di molte cose oggi si può dire lo stesso, di molti uomini anche; e di moltissime opinioni.

- Al Parlamento, per esempio?

- Lasciamo andare; ne torno or ora. Ma non si può dire lo stesso dell'anima. L'anima c'è o non c'è.

- E la scienza che dice?

- Che non c'è.

- E voi?... -

Il dottore tacque e restò pensoso. Emma lo fisava con quegli occhi profondi e chiari che il viso pallido e smagrito pareva ingrandire.

Era ansiosa; anticipava la parola di lui.

- Sedete, dottore - pregò.

- No, grazie - rispose egli -. Ne parleremo un'altra volta. Per ora lasciatemi andare. Non mi piace fermarmi su certe questioni.

- Perché? Perché? sentiamo il perché, dottore; fatemi a me questo piacere -.

Non è facile resistere a un desiderio di Emma. Quando vuole, non c'è verso di farla disvolere. Il dottore, nondimeno, non pareva darle ascolto: non udiva la melodia grave e insinuante di quella voce da fanciulla; prestava orecchio come a un suono lontano, a un ricordo, a un grido che il passato affievoliva. Gli occhi di lui, perduta un momento la limpidezza dello sguardo, si fisavano nel vuoto e nelle tenebre. Obbedì, senza saperlo. Si pose a sedere. Parlò dopo un momento, come a sé stesso, con lentezza grave:

- Io non vi dirò se l'anima esiste o non esiste. Dirò un fatto. La scienza non lo ammetterà mai, e nemmeno io lo ammetto. La cosa più difficile a giudicare, dice de Toqueville, mi pare, è il fatto. Ma si tratta della scienza. Il fatto è accaduto a me -.

Tacque di nuovo, come raccogliendosi. Emma ed io pendevamo dalle sue labbra, quasi dominati da un senso misterioso di apprensione, da un'ambascia indefinibile. Si sentiva che il dottore avrebbe detto cose gravi; gravi e dolorose. Non volevamo turbarlo con le nostre domande. Prima ancora di sapere il fatto, eravamo con l'animo sospeso, ci sentivamo trasportati fuori di quella camera, in mezzo ad altra gente, in tempi già morti.

Debbo dire la verità? Ebbene, simpatia segreta o attrazione dell'ignoto o allucinazione, ci ha dei momenti in cui ha si un'anticipata visione di cose e di persone che non si vedono. Si ha conoscenza di sé e di quanto sta intorno; ma intanto lo spirito soggiace a una specie di sdoppiamento, e soffre o gode, aspettando istintivamente di godere o di soffrire. Questa strana condizione dell'animo è chiamata dagli uomini presentimento, e forse la parola è giusta; gli uomini, più spesso che non si creda, riescono a definire le cose che non sanno, e si figurano così di saperle. Che cosa è il presentimento? Tutti lo intendono, tutti lo provano, nessuno lo spiega.

Il dottore incominciò, animandosi nella voce e nel gesto, via via che la narrazione procedeva:

- Il fatto è accaduto dieci anni fa; eppure questi dieci anni non mi pare che siano passati. Pur troppo la vita precipita, il tempo succede al tempo sempre più rapido, s'invecchia di fuori e di dentro. In una notte si vive molto e si fanno i capelli bianchi. Eppure da quella notte io non sento che i dieci anni siano trascorsi e la vedo ancora e l'avrò sempre presente e terribile. Sentite. Voi forse sapete, e se non lo sapete ve lo dico io, che mia sorella Emilia volle sposare per forza un giovane di Atina che a me non piaceva e a nessuno della famiglia. Era agiato e godeva fama di galantuomo: ma non piaceva a noi, sì perché era vedovo ed aveva dodici anni più di Emilia, sì perché la povera mia sorella sarebbe stata costretta a vivere confinata in fondo ad un paesello, lei così gentile, così vivace, così usata alla vita e al movimento di una città come Napoli. Bene. Fatto sta che sposò, non giovando a nulla i consigli miei, quasi le minacce, e molto meno essendo ascoltate le esortazioni affettuose di tutti gli altri. Deliberai di non vederla mai più; così, almeno, dissi e promisi. Emilia pianse e si disperò, mi domandò perdono; ma sposò lo stesso e partì subito, insieme con lo sposo, per Atina. Io che le volevo molto bene, mi sentii come strappare un lembo di cuore; perché, si ha un bel dire e farneticare sulle tragedie della gioventù e dell'amore, certo è che le più fiere amarezze son quelle che ci vengono dalla famiglia, come anche le gioie più squisite. Son così saldi i vincoli del sangue, che ogni più leggiera scossa produce l'effetto di un laceramento. Serbavo il broncio ad Emilia e mi cruciavo meco stesso di doverle sembrare il broncio, pure amandola come prima e forse più di prima. Mai più nella vita l'avrei incontrata; eppure, se avessi potuto vincere un mio stolto sentimento, anzi una bizza di autorità offesa, sarei corso il giorno appresso ad abbracciarla come la più cara sorella. Siamo fatti così: senza contraddizioni, non saremmo uomini.

Così passarono tre anni. Venne l'autunno, che è la stagione in cui mi riposo un poco nella pace campestre e in mezzo ai miei coloni. Il sentimento della proprietà, così insito all'uomo, quando è tenuto desto della stessa realtà che lo circonda, ci dà un vero benessere; il verde dei campi è nostro, gli alberi secolari sono nostri, è nostra la stessa aria che si respira; ed allora è che il mondo, per una superbia che ci piglia, sembra proprio fatto per noi. Fatti i bagagli, partimmo, mia moglie ed io, per Isernia. Ci aspettavano quei della villa, ai quali avevo dato avviso due giorni innanzi; e prima di tutti mi si presentò quel buon uomo del mio fattore, una specie d'intendente o di segretario, con un monte di carte e di libracci. Dovete sapere che per mio sistema, nell'interesse della mia tranquillità, io fo mandare laggiù tutte le infinite stampe, le relazioni, le discussioni, tante altre inutilità, di cui sono felicitati da Roma i rappresentanti della nazione. Ne fo un archivio o piuttosto un magazzino, nel quale vivono allegramente i topi e si delizia il mio segretario. Scarta ordina, fa polizzini, cataloga, mi serba - dice lui - il fior fiore. Quando càpito ad Isernia, si fa un dovere di offrirmelo insieme con la posta, che è sempre molto voluminosa e spesso fastidiosa e includendente. Allontanai i fogliacci, presi le lettere, scorrendone rapidamente le soprascritte. Ad un tratto mi fermai, tenendo in mano una sola lettera, lasciando cadere tutte le altre. Avevo riconosciuto il carattere della mia povera sorella. Strappai la busta con un senso di fastidio, lessi con ansietà e con vera compiacenza. Mia sorella stava bene, era contenta del suo stato, viveva felice tra l'amore del marito e quello della sua bambina. Solo le mancava una cosa; e finché non l'avesse ottenuta, non avrebbe avuto pace: le mancava il mio perdono. Me lo chiedeva a mani giunte. Dopo tre anni di lontananza, si potea dimenticare e perdonare; ogni rancore si cancella. Desiderava tanto tanto rivedermi, conoscere mia moglie, tornare ad essere per me l'Emilia di una volta. Le scrivessi subito; rispondessi due sole parole; le dessi questa sola consolazione. Me ne pregava anche in nome del marito, che era in fondo un cuor d'oro benché piuttosto ruvido, e in nome della bambina sua, una vera angioletta bianca e bionda.

Che potevo fare? Del resto, in certi casi, non c'è modo di deliberare. Si crede di volere, quando è la passione che fa impeto dentro. Mostrai la lettera a mia moglie. Trovò subito, con la prontezza delicata che hanno le donne, le parole che io avrei dette se avessi potuto parlare. Tradusse il mio pensiero. Detto fatto, fu spedita la lettera ad Emilia. Venisse presto, in giornata possibilmente, l'aspettavamo a braccia aperte; venisse anche il marito; avremmo passato insieme una buona settimana.

Feci apparecchiare i letti nella camera più bella ed ariosa di tutta la villa. Mia moglie si diè attorno, perché, arrivando da un momento all'altro, potessero trovare un boccone.

La dispensa fu visitata tre e quattro volte, e una delle volte ci entrai anch'io e volli da me stesso spiccare un presciutto. Pareva che la distanza del tempo avesse anche accresciuta la distanza dei luoghi: avevo quasi l'impressione che la mia Emilia, anziché dal villaggio presso Atina, dovesse arrivare dagli antipodi -. Questo ricordo portò un sorriso sulle labbra del dottore; ma il sorriso si dileguò presto. Emma, che ascoltava con l'interesse di una bambina e che a quella scenetta del presciutto non s'era trattenuta dal batter le mani e dal ridere, tornò seria un momento e ravviò il racconto, domandando:

- E vennero poi la sera stessa? -

Il dottore, stato un poco sopra di sé, rispose:

- No, vennero il giorno appresso, ben per tempo. Il fatto è che tutta la notte nessuno di noi aveva dormito, tanto ci tardava quell'incontro. È inutile che vi dica la festa che le facemmo a lei e alla bambina, la commozione, gli abbracci, l'allegria di mia moglie per quella benedetta pace che aveva tanto desiderata, benché non osasse dirmelo per il timore di farmi dispiacere.

- E anche il marito venne? - domandò Emma.

- No, il marito non avea potuto, per certi suoi conti da definire; prometteva di sbrigarsi sollecitamente; sarebbe stato con noi fra tre o quattro giorni. Per dire la verità, in quel momento nessuno pensava a lui.

- Nemmeno la moglie?

- Forse eravamo troppo contenti; avevamo da rifarci di tutto il passato, di tre lunghissimi anni. C'erano molte domande da fare, molte cose da dire, e tante e tante confidenze che Emilia e mia moglie, tutt'e due così buone, si doveano scambiare. Parevano fatte a posta per intendersi e per essere amiche tutta la vita; forse si dolevano di non essere state amiche molto tempo prima, fin dalla nascita. Le donne, anche fra loro, quando non si odiano a morte, hanno di queste affezioni violente che noi uomini non conosciamo e non ci spieghiamo.

Non vi starò a dire come passassero i primi due giorni e come le ore ci sembrassero brevi.

La notte ci sorprendeva, che non s'era fatto né detto niente di tutto ciò che si avrebbe voluto dire e fare. Arrivò il terzo giorno, quasi inaspettato, e doveva essere il più bello di tutti, perché lo avevamo destinato ad una scampagnata in uno dei miei fondi. Pochi e fidati amici; quattordici in tutti, noi compresi; una giterella in carrozza: una giratina pel bosco; una refezione sull'erba. Napoli e i miei ammalati, ve l'assicuro, erano molto lontani da me. Del resto, chi di noi era ammalato? Nessuno. Emilia aveva acquistato, dopo il matrimonio e per la vita calma del paesello, più sodezza di forme e un invidiabile rigoglio di vitalità; la bambina fioriva come una rosa in bocciuolo.

S'andò in campagna, si rise, si folleggiò come tanti ragazzi, si affrettò l'ora della refezione, e poco prima delle quattro, sotto il fogliame fitto delle querce che facevano un'ombra deliziosa sopra un pezzo di verde che pareva un tappeto orientale, ci mettemmo a sedere in giro, disfacemmo i canestri, e demmo l'assalto alle bottiglie e ai polli arrosto.

Chiacchierando o scherzando, felici di quella pace e di quell'affettuosa intimità, era così trascorsa un'ora e stavamo alle frutta. Di botto, Emilia che mi sedeva vicino, balza in piedi come spinta da una molla. Credo a uno scherzo, mi volto, fo per trattenerla, afferrandole il lembo della veste. Ma qual'è la mia sorpresa, quando alzo gli occhi a guardarla! Emilia stende le braccia in atto pauroso, guarda lontano aguzzando le ciglia, come se tra un albero e l'altro, dal lontano orizzonte, vedesse venire qualche cosa o qualcheduno. Guardo anch'io verso lo stesso punto; niente vedo.

«Che hai, Emilia?» le domando «Ti senti male? che cosa guardi?»

Emilia prima non risponde, poi dice come se parlasse sognando:

«Mio marito! mio marito! vedo mio marito!

«Eh via!» ribatto io. «Dov'è che lo vedi?

«Là, guarda. Esce ora dal villaggio... Ha lo schioppo a tracolla. Corre da questa parte.

«Dal villaggio! Ma se c'é più quindici chilometri. Orsù calmati. Si tratta di un'allucinazione.

«No, no! eccolo. Corre sempre. È affanoso. È strano che non mi veda, mentre è di me che cerca. Son qua, Roberto, son qua! Roberto!... Roberto!...»

E così chiamando ad alta voce, disperatamente, mi cadde convulsa fra le braccia e ruppe in singhiozzi.

Mi studiai in tutti i modi di farla tornare in sé e di calmarla. Tutti ci eravamo levati, tutti le stavano intorno con buone parole di persuasione. Anche la bambina, vedendo piangere la mamma, piangeva fra le braccia della balia. A poco a poco, mi venne fatto di scuoterla, di temperare la violenza di quella convulsione.

«Che scioccherie!» dissi, ridendo e carezzandola. «Tanto ti accora il non vederlo?

Non dubitare, lo avremo qui doman l'altro. T'è passata adesso?

«Sí » rispose con una voce sottile e piena di tremito.

«Non lo vedi più?

«No, non vedo più niente.

«Una bella vista davvero! Nemmeno un cannocchiale ci sarebbe arrivato, tanto più che v'è la collina di mezzo.

«No, te prego» disse «non scherzare lo so che hai ragione.

«Naturalmente.

«Eppure» disse dopo un poco «io l'ho visto. Era lui».

E così dicendo, ricominciava a tremare, ed era pallida come un cencio di bucato.

La ricondussi, facendola appoggiare al mio braccio, fino alle carrozze che ci aspettavano poco discosto. Riprendemmo subito la via di Isernia. Erano le cinque. Arrivammo a casa che la sera era già inoltrata. Ordinai un calmante per la povera Emilia, e dissi a mia moglie che al più presto l'avesse fatta andare a letto. Il riposo le avrebbe giovato.

- Sicché - interruppe Emma - non era vero che avesse visto il marito? -

Io mi mise a ridere.

- Con tutto il bene che mi vuoi - dissi - scommetto che quindici chilometri di distanza sarebbero troppi per potermi vedere.

- Chi lo sa? - esclamò Emma. - Non hai inteso il dottore? Non è forse vero, dottore che la nostra Emilia avea visto il marito?

- Eh via! - le detti io sulla voce. - Non capisci che si trattava un un'allucinazione?... Dottore, scusate; non v'interrompiamo più -.

Cercavo di assumere un tono leggiero e scherzoso. In fondo, mi tormentava un dubbio infantile e quasi avevo paura che il dottore continuasse a parlare.

Il dottore, che non mostrava essersi accorto di quella breve interruzione, raccolto com'era nei suoi pensieri, riprese a dire dopo un momento:

- Erano le dieci. Di lì a poco saremmo andati a letto, e intanto si discorreva sempre dell'incidente che avea disturbato la nostra gita della mattina. Io ne rideva, e la stessa Emilia, rassicurata in buona parte, ne rideva ogni tanto e si dava della scimunita. Quando siam lì per separarci e darci la buona notte, ci scuote d'improvviso uno squillo violento e prolungato del campanello. Una delle donne di casa corre a vedere chi mai può essere a quell'ora il disturbatore. Sentiamo un grido di esclamazione. L'uscio del salotto si spalanca e Roberto si mostra sulla soglia. Dico che Roberto entra in furia; è polveroso, trafelato, disfatto in viso. Ha lo schioppo a tracolla. Corre difilato verso la moglie. Nessuno di noi ha il coraggio di fiatare, tanta è la sorpresa e starei per dire lo spavento. Egli si china verso la moglie, le parla concitato e a bassa voce, non si cura di noi, in uno stato febbrile. Poi esclama ad un tratto:

«No ti prego, Emilia non dir niente. Sarà una fanciullaggine, ma tu non la dire, te ne supplico».

Emilia, se avesse voluto, non avrebbe avuto modo di dirla. Rideva con allegria sfrenata, tanto da averne le lagrime agli occhi.

«Che è? che è? - esclamammo in coro -. Vogliamo sapere di che si tratta».

«No, no - si opponeva Roberto -. Ma se vi dico che non ne val la pena! non voglio che ridiate alle mie spalle. No, Emilia, taci, Non ne parliamo più. Sarà servito per farmi venire più presto».

«Figuratevi - disse Emilia, frenando a fatica la sua ilarità e parlando a parole tronche - figuratevi ch'egli è venuto qui di tutta la carriera: non ha trovato carrozza pronta; a piedi; avea paura di non vedermi più, né me né la bambina; dice che non potea fare a tempo.

«Non capisco» dissi.

«E sapete chi l'ha fatto venire? - proseguì Emilia, ridendo sempre. - Ve la do a indovinare fra mille. Sapete che visita ha ricevuto ieri sera?»

E senza por mente all'impazienza del marito:

«Ha ricevuto - disse - sua moglie».

«Sì, lo spirito. Se l'è visto entrare in camera; non so davvero come non sia morto dalla paura. Gli ha detto di far presto, di non mettere tempo in mezzo. "Se non parti subito, se non arrivi laggiù prima di notte, non vedrai mai più né tua moglie, né la tua bambina... »

Emilia rideva sempre, e noi tutti ci unimmo a lei. Il povero Roberto era mortificato. Diceva di tanto in tanto, come per schermirsi:

«Ma se vi dico che io l'ho vista! proprio io! con questi occhi!» Poi, si dava anch'egli a ridere, ma lo faceva, com'ebbi a notare, con un certo sforzo. Si protrasse così la nostra veglia fino alla mezzanotte. Il buon umore era tornato in tutti, meno forse in me, che non mi rendevo ragione sufficiente degli strani fatti della giornata. A mezzanotte in punto, ciascuno di noi prese la via di camera sua. Io lessi un poco, come ne ho l'abitudine, prima di addormentarmi. Ma ero stanco, con tutto che una certa inquietezza mi travagliasse. Non lessi che mezza pagina di un romanzo noioso. Richiusi il libro, spensi il lume e appoggiai la testa sul guanciale.

Erano forse passati dieci minuti o quindici, non so bene, né ancora ero bene addormentato, quando fui scosso di soprassalto da un violento bussare all'uscio di camera mia. Mi alzo nel mezzo del letto. «Entrate!» dico. S'apre la porta, entra in fretta con in mano una bugia una delle donne di casa, chiama con voce affanosa: «Dottore! dottore!» Non rispondo subito. Ho incatenato la lingua da una forza misteriosa. La donna insiste vuole che mi alzi subito, affolta le parole. Appena riesco a coglierne qualcuna, a indovinarne il significato. Rabbrividisco. La signora, la bambina... Chi signora? chi? Pare che si abbia bisogno di me. Credo di aver capito che si tratti di Emilia. In un lampo sono in piedi, mi precipito fuori della camera, traverso due o tre stanze, respiro. Emilia mi viene incontro, proprio lei. Mi afferra pel braccio, mi trascina verso il letto, dove la bambina era coricata. «Salvala! - dice - salvala! la mia angioletta se ne muore!»

Infatti, era ghiaccia. Avea livide le occhiaie, lividi i ditini. Si torceva in uno spasimo.

«Calma, calma! - pregai -. Speriamo che non sia nulla. Vedremo. A tutto c'è rimedio».

«Non sapevo quel che mi dicessi. La madre si curvava con tutto il corpo sul corpicino della sua creatura, quasi volesse scaldarlo con la violenza del suo amore. Non piangeva; tremava tutta da capo a piedi. Alle mie parole si scosse un poco, ma non le balenò sul viso nemmeno un pallido raggio di speranza. Roberto era accorso in quel punto; anche mia moglie; tutta la casa era sossopra con un andare e venire frettoloso e tacito.

Apprestavo le prime cure: della neve, del laudano. Ordinai un bagno caldo. I sintomi erano di un male terribile. Né il male mostrava di voler cedere. In uno dei più violenti parossismi della bambina, mi sentii prendere pel braccio. Mi voltai impaziente. Era Emilia. Mi disse con voce tranquilla:

«Sai, sono stanca. Qui c'è troppo fracasso. Mi duole il capo. Vado un po' di là a riposare».

E senza aspettare altro, si allontanò con passo lento e abbandonato. La seguii con gli occhi, la vidi sparire in fondo al corridoio. Come mai, e perché e con che forza, s'era staccata dalla sua creatura morente? La bambina moriva; respirava appena; era irriconoscibile; me la sentii spirare fra le braccia. Eppure, non n'ebbi quel gran colpo che mi aspettavo. Mi tormentava non so che sospetto, mi bruciava una febbre. Domando di Emilia. La cerco per tutta la casa, la chiamo, sono guidato da un lamento fioco e lontano. Spingo un uscio, entro, la vedo giacente sopra un letto.

La terribile verità mi balena ad un tratto. Lo stesso male ha attaccato la mia povera sorella. Ho appena il tempo di abbracciarla, a stento le riesce di dirmi addio, sbarrandomi gli occhi in viso con un sguardo vitreo e profondo, pieno di spavento e di amore. La povera Emilia era morta -.

Il dottore tacque asciugandosi una lagrima. Emma piangeva. Forse nella sua squisita suscettività, vedeva presente quel pauroso spettacolo di morte, e vedeva anche, mille volte più pauroso, quel marito che accorreva affannoso dal suo paesello, vedeva la stessa visione della povera donna, vedeva l'anima di quella prima moglie entrare silenziosa in camera di lui, fargli cenno, ingiungergli di partire all'istante. Era atterrita. Io non osavo aprir bocca.

Il dottore soggiunse semplicemente:

- E quelli furono ad Isernia i due primi casi di colera...Addio, figliuoli miei, mi sono trattenuto anche troppo. Gli ammalati mi aspettano -.

Avrei voluto ringraziarlo e scusarmi. Non ne trovavo il modo. Lo rincondussi.

- Dottore - gli domandai - tornerete domani?

- Sì, sì a domani, a domani -.

E il dottore Antonio Cardarelli mi strinse la mano con forza e si allontanò gravemente.

II

LA SIGNORA BIANCA

A Salerno - la gente di là se ne ricorda ancora per una canzonatura poetica fattami da un giornaletto spiritoso - io avevo preso un alloggio tra cielo e terra, ma più in là che in qua, per la semplice ragione di essere io amantissimo della quiete e insofferente del frastuono della via, il quale né consente il riposo di notte né lo studio di giorno; e per un'altra ragione anche più semplice che non mette il conto di qui riferire. In una via secondaria, al quarto piano di un caseggiato vecchio e scorticato, dove si entrava per un portoncino che avea vergogna di farsi vedere e si andava su per ottantaquattro scalini che parevano un dirupo, io avevo una camera, una bella camera, una cameraccia, mobiliata meno che modestamente. Mi ero determinato a fissarla, prima perché se l'ingresso era dalla parte del vicolo, la finestra della camera dava in una via larga e signorile; e poi perché, in verità io ho succhiato col latte l'aborrimento di quel lusso che è il baco della società contemporanea. Cercavo aria, perché l'aria fa bene all'esercizio dei polmoni e giova allo sviluppo delle idee; e di aria ce n'era in abbondanza in quella camera, la quale era vasta quanto un cortile e la cui finestra, avanzando in altezza le case poste di faccia, ne sormontava i tetti e vedeva tutto il semicerchio dell'orizzonte con un po' di mare e un pezzo di montagna. Di più, lo spazio non era soverchiamente ingombrato, né a muoversi intorno ci si sentiva impacciati, come accade in coteste sale da sibariti, dove ad ogni passo s'incepisca in un tappeto, si rovescia una seggiola, o si corre il rischio di rompersi le costole nello spigolo di un mobile intagliato. La mia camera valeva a dare un'idea molto approssimativa del vuoto, e se ne faceva l'inventario con una occhiata. Un tavolino bianco davanti alla finestra, un cassettone dalle gambe lunghe e dai foderi ornati di borchie di ottone, un canapè preistorico dalla spalliera fatta a stecche come un pollaio e tre seggiole. Sul cassettone era uno specchietto a bilico, il quale aveva il gusto matto di canzonarvi, stirandovi la faccia di traverso e dipingendola di un colorito tra il verde e l'olivastro. Era fiancheggiato e guardato a vista da due sentinelle di gesso: un Turco colorato come un arcobaleno, il quale fumava una pipa turchina, ed un Napoleone a Sant'Elena che contemplava con una tenacità proprio napoleonica il fumo solido di quella pipa. Le pareti di quella camera, in corrispondenza della generale semplicità, erano nude e passate di bianco, fino ad una fascia nera ricorrente tutto intorno; e sotto il soffitto era infisso un gancio, servito un tempo ad appendervi chi sa che cosa. Il mio pensiero fisso era questo di adornare in qualche modo la nudità di quelle pareti; e dai primi giorni della mia istallazione avevo posto mano al lavoro, sospendendo sul canapè con bellissima simmetria non meno di sette calendari i quali aveano la singolarità che sopra ciascun giorno dei mesi era tirata una forte riga d'inchiostro, tanto che da lontano avevano tutta l'aria di carte di musica: quello dell'anno in corso non era ancora così listato che per sole cinque colonne. Si era in Giugno. Io avevo l'abitudine di cancellare il giorno passato con un tratto di penna, e chiamavo questo: ammazzare il tempo. Quando ero di malumore - il che sovente mi accadeva per motivi di ordine tutto psicologico ed economico - ne cancellavo fino a sette in una sera, per accorciarmi la vita. Una striscia di carta bianca ad arco l'avevo incollata intorno ai sei calendari consunti con sopra la scritta in caratteri cubitali: TEMPO PERDUTO.

Davvero ne avevo perduto molto... e ne perdevo. Un destino speciale mi è sempre stato adosso, pel quale io ho perduto molte cose, senza riuscir mai a guadagnar niente: e coteste perdite, volontarie o fatali, erano state di molte qualità, comiche e serie, qualcuna anche molto triste, della quale porto ancora dentro lo strappo, che non s'è più rimarginato. Ma qui non sono a contarvi storie pietose; e poi che importa altrui se il prossimo amato ha avuto un bel giorno la scapataggine, camminando nel sentiero spinoso della vita, di lasciarsi scappar di mano il fardello delle illusioni?...

Una tal notte - ma nemmeno questo vi racconterò, perché l'ho già detto altrove - quell'accorciamento della vita ebbe un commento lugubre e faceto; e quello specchietto verde oliva si trovò a riflettere il viso disfatto di un povero innamorato tradito, il quale s'accostava alle labbre tremanti un grosso bicchiere pieno fino all'orlo di cento biglietti di visita raschiati e deluiti in acqua. Ma era proprio l'amore che mi spingeva quella notte al passo fatale, dopo quale tanti altri - falsi qualche volta - ho dati nella vita? Diciamo la verità, o pure non diciamo niente. Certo è che oggi son vivo, come ero vivo allora; più o meno, poco importa.

Un particolare interessante, e che può spiegare nella sua volgare piccolezza gran parte del processo psicologico di un'anima in pena, è questo senza dubbio. Nelle molte ore, che io spendevo nella solitudine e nella meditazione, m'era di gran conforto il fumare; e già da due settimane, per una inesplicabile e nuova filossera, andava scemando e intristendo una pianta di garofani messa ad ornamento della mia unica finestra. La pianta - nemmeno quella! - era di mia proprietà; apparteneva alla vecchia padrona di casa: a foglie a foglie, delicatamente strappate e con molta cura seccate, io me l'aveva fumata tutta nella pipa. Poveri fiori! anch'essi hanno un destino qualche volta contrario alla loro natura. Chi può dire che quei miei garofani, nei loro sogni verdi come la speranza e accesi come l'amore non avessero vagheggiato di morire appassiti fra le trecce nere e profumate di una bella fanciulla?

In quel tempo dunque, amore e miseria che fosse, o altro motivo che mi spingesse, io fondai quel famoso giornale "L'Osservatore" che visse così poco e non riuscì ad osservare niente. Il mio stampatore era il signor Migliaccio, una brava persona, della cui temperanza nel trattar gli affari ho sempre serbato buona memoria e del quale ebbi poi notizie a Napoli in circostanze così straordinarie che mi hanno indelebilmente impresso il Migliaccio nel cuore. Senza scherzo, come allora non avevo punto voglia di scherzare, il mio "Osservatore" andava così male che peggio non era possibile. Nel manifesto io avevo parlato, con frasi sonanti, di un grand'uomo e di gran cosa: di Napoleone e della libertà. Il pubblico non si era commosso; non s'era lasciato conquistare dal mio giornale e avea voluto conservare la invidiabile libertà di non leggere. Era dunque un naturale atto di deferenza verso me stesso, che il giornale da me scritto me lo leggessi da me, cavandone un grande ed amaro ammaestramento sulla cecità ingrata degli uomini in genere e sulle condizioni dello scrittore italiano in ispecie. Era ancora più naturale che i conti presentatimi dal buon Migliaccio dormissero sul mio tavolino, che il buon Migliaccio fosse pigliato di tanto in tanto da una certa impazienza di riscossione e che io travedessi non lontano il giorno infelice della ritirata, in compagnia del mio Napoleone. Spuntò quel giorno pur troppo! e come tutto intorno, per quanto guardassi, mi pareva coperto di cenere! Quel giorno stesso un colpo crudele e finale era stato dato al mio amore da una gentile mano di donna: le mani delicate e bianche sono quelle che feriscono più forte. L'"Osservatore" era arrivato al suo numero 17, e non c'era segno che volesse dare un passo avanti per afferrare il 18. Da due giorni - tra per l'angoscia dell'anima, tra per altro - io non vedevo quella mia dolce mamma Rosa, alla quale era affidata la cura di nudrire con gran parsimonia la parte caduca del mio individuo. Ero abbattuto, sfibrato, mi sentivo venir meno. Io spero che il lettore possa non intendere uno stato simile, strascicavo il passo, aderivo sempre più alla terra, come se la terra mi chiamasse. Perché no? Chi potea dire che non si stesse meglio di sotto? Certo, si riposava. Né il riposo veniva da più notti a consolarmi. Mi gettavo sul letto mezzo vestito, sbarrando gli occhi dal fondo della mia alcova, verso l'uscio della camera: ero preso di tanto in tanto da uno sbadiglio spasmodico; mi assopivo a mezzo e dolorosamente; avevo certe scosse, per le quali balzavo atterrito e mi trovavo a sedere nel mezzo del letto, guardando più intensamente di prima, ficcando gli occhi nel buio, tendendo gli orecchi, cogliendo ogni menomo suono intorno, ogni scoppiettìo. In certi casi l'acuità dei sensi è così raffinata che si arriva a percepire l'inafferrabile: i rumori lontani si avvicinano, gli oggetti prendono forma e colore nel buio, i profumi più delicati offendono con la violenza dell'esalazione e dei ricordi, le mani si sentono come sfiorate da ali invisibili.

Quella notte - e non era già la notte del suicidio, la quale venne una settimana appresso - io era entrato in letto come in un rifugio, m'ero avvolto nell'oscurità come in un manto impenetrabile. Volevo dormire e dimenticare; non potevo; mi stavano davanti, e intrecciavano insieme uno strano ballo, la gentile fanciulla bionda che mi aveva tradito e il buono stampatore Migliaccio che voleva essere pagato.

A poco a poco, la stessa assiduità della visione mi insinuò un senso di fastidio e di stanchezza. Idee e immagini si confusero, si annebbiarono come in un orizzonte lontano. Mi pareva che tutte le cose, le quali allora mi accadevano, fossero già accadute da gran tempo, in un altro posto, in un'altra mia vita molto remota. Io me ne stava lì disteso, forse morto, a contemplare questo quadro lugubre di un mio passato. Di faccia a me, sul bianco della porta, che la povera luce penetrante dalla finestra facea travedere, correvano all'impazzata tante strane e terribili figure di donne amanti e di mostri alati, di creditori insaziati e di buoni stampatori. Veniva il sonno, o piuttosto mi opprimeva e mi soffocava l'incubo. Non potevo muovermi di una linea; ero inchiodato sul mio letto; avevo gli occhi chiusi: ma intanto sentivo di dormire, sapevo di essere solo ed al buio, vedevo, attraverso il velo delle palpebre, tutta l'ampiezza della camera e il sinistro biancheggiamento di quella porta. Non so come accadesse, né potrei dire adesso, dopo tanti anni trascorsi, per quale lento processo e per quante trasformazioni passasse quella mia visione. Certo è che la porta, come soleva tutte le sere, l'avevo chiusa io stesso a doppia mandata; è certo anche, come ebbi poi a verificare a giorno fatto, che nessuno l'aveva aperta. Notai pure che la superficie di essa era tutta bianca ed unita, meno beninteso i due riquadri che la dividevano per traverso e che non erano mobili, come nelle porte degli antichi castelli. Mi sembrò vedere che in quel biancheggiamento si muovessero certe ondulazioni, dapprima impercettibili, poi più evidenti. La porta si agitava con una molezza di stoffa, come se fosse una tenda o una veste; andava innanzi e indietro, da una parte e dall'altra, e nondimeno era sempre lì, immobile, al suo posto. Qualcuno l'apriva di fuori, o piuttosto (la cosa non è facile spiegarla per la indeterminatezza dell'impressione), o piuttosto la stessa porta, animandosi, passava attraverso di sé ed assumeva forme vive. Fui confermato in questa idea da un incerto luccicare che mi parve di scorgere in cima e che pareva lo splendore intimo di due occhi invisibili. Notavo tutte queste cose con una strana evidenza di visione, mentre il terrore mi teneva incatenato e mi mozzava il respiro. Ad un tratto, mosso non già dalla volontà, che in me non era viva, ma da una forza ignota, quasi da un'attrazione irresistibile, mi alzo a sedere nel mezzo del letto, sporgo il busto ed il viso, guardo, vedo quella figura bianca, dai contorni indefiniti, avanzarsi, ondulando, alla mia volta. Pareva portata da un vento leggiero, sorvolando. Il luccichio notato prima si faceva più vivo e fosforescente, benché vi si travedesse non so che di nero e di profondo. A poco, a poco, la figura bianca è a piedi del letto. In un lampo, guardo la porta; è spalancata; mostra le tenebre della camera appresso. La figura bianca fa ancora un altro passo, mi è sopra, quasi mi avvolge in una nube trasparente. Una voce susurrata che non mi colpisce l'orecchio, ma che nondimeno sento spiccata e mi si ripercuote dentro, in tutte le fibre del mio essere mi dice: - Aspettami non ti abbandono mai -. Sento anche adesso il suono misterioso di quelle parole e forse lo si potrebbe rassomigliare a un lieve e prolungato tremito di corde mosse da un'aura di vento. Nel punto stesso la figura bianca si allontanò, indietreggiando, guardandomi sempre, parlandomi sempre con l'eco anzi col suono stesso costante di quelle parole, giunse alla porta, mi fece come un cenno di saluto con un sorriso più vivo degli occhi neri e fosforescenti. Poi, di un colpo, non so come, si andò spianando, s'assodò si confuse con la porta che tornò a biancheggiare immobile al suo posto. La porta era passata attraverso sé stessa. Mi destai in un balzo, trasalendo, tremante con un ribrezzo di febbre. Fui in piedi, era giorno chiaro, spalancai le imposte della finestra, corsi alla porta, più e più volte ne tentai la superficie, la osservai con gli occhi, misi la mano con gelosia paurosa sulla maniglia e sulla chiave. Come l'ho detto più sopra, la porta era sempre chiusa a doppia mandata. Non c'era un dubbio al mondo. La mia era stata una solenne allucinazione, un effetto dell'incubo, forse anche dei nervi sofferenti dello stomaco. Feci a me stesso questo ragionamento, ponderai, discussi, mi rimproverai, tornai in calma perfetta. Mi stava sempre davanti agli occhi quella parvenza bianca, mi suonava sempre nell'orecchio l'eco fievole di quale parole. Ma che voleva dir ciò? Permanevano gli effetti dell'agitazione della notte, come, dopo la burrasca, la superficie del mare s'increspa senza alito di vento. Dovevo uscire, prendere una boccata d'aria... possibilmente qualche altra boccata di altro genere. E non c'era anche il buon Migliaccio, che urgeva col suo onesto desiderio di riscossione? La vita reale con le sue asprezze mi traeva a sé. Così la voragine, irta di punte, attira il disgraziato che vi si precipita.

* * *

La scena di otto giorni dopo tra il buon Migliaccio e me è breve, efficace e indimenticabile.

Dopo essermi ucciso in quel modo che sapete, io dovevo tornare a Napoli, strappandomi ai miei sogni, che erano dileguati, ai miei dolori, che mi avrebbero seguito, ai miei debiti, che avrei lasciato. Sento bussare, entra Migliaccio.

- So che dovete partire - dice. - Se non vi dispiace, vorremmo prima aggiustare quel conticino.

- Non mi dispiace - rispondo -. Soltanto vorrei modificare quel vorremmo. Io, per esempio, non vorrei. Il vostro conticino, caro signor Migliaccio, è fenomenale -.

In effetto, il conticino ammontava a 1534 lire e venti centesimi. Ammontare é ben detto. Quella somma era per me a dirittura l'Himalaya.

Migliaccio si fa cupo, tutto chiuso nei suoi pensieri. Alla fine gli balena sulla faccia una luce, come se avesse fatta una scoperta. Così era.

- Non avete il denaro? - domanda.

- Se permettete, mio buon Migliaccio, coreggo anche qui. Non solo non ho il danaro, ma ho danari.

- Niente?

- Niente

- O allora come si fa?

- Trovate voi, ve ne prego. La buona intenzione c'è; è naturale che voi non ve ne contentiate.

- Ma sì, ma sì, quando non c'è altro. E dunque assodato che danari non ce ne sono...

- Perfettamente.

- E che per ora non ne aspettate da nessuna parte -.

Stetti un poco sopra di me. Mi susurrava nell'orecchio «quell'aspettami!» che mi avea fatto tanta paura e che ora mi sorrideva come una promessa. Risposi scoraggiato:

- Pur troppo!

- Bene - riprese Migliaccio come se quella mia esclamazione disperata lo empisse di gioia, - allora mi firmerete una cambiale. Volete?

- Voglio sicuro.

- A tre mesi...

- Come vi piace.

- No, è la consuetudine. Troverete intanto due firme.

- Due che?...

- Due firme, ho detto; due persone che vi garantiscano, via! Beninteso, persone solvibili.

- Mi dispiace assai, caro Migliaccio, ma qui torniamo a discordare. Fra le persone di mia coscenza non se ne trovano di solvibili.

- No?

- No naturalmente. Voglio dire, mio buon amico, che se ce ne sono, non faranno mai la pazzia madornale di garentire in me una solvibilità che non esiste. Attesterebbero una bugia.

- E allora come si fa?

- Trovate voi, anche questa volta. Per me, se ve l'ho da dire, non c'è che un mezzo.

- Sentiamolo.

- Che vi contentiate della sola mia firma.

- Ma è una cambiale di nuovo genere che voi mi proponete.

- Non dico di no; è l'unico genere che sia a mia disposizione.

- E come volete che faccia a girarla?

- Giratela da quella parte che volete. Io non c'entro. È tutto quello che posso fare, mettendomi in mano vostra -.

Migliaccio torna a tacere e medita. Dà intorno un'occhiata. Si ferma a guardare i calendari, l'oggetto più vistoso di tutta la camera, e ne attinge qualche idea salutare.

- Quando è che partite? - chiede.

- Domani. A mezzogiorno non mi trovereste più.

- Ebbene, quand'è così - e tirava fuori il suo pingue portafogli - firmate -.

Era la prima volta che mi vedevo davanti una di quelle strisce bianche. Si vede che il buon Migliaccio, da uomo previdente, avea subodorato il caso. Firmai senza un momento d'esitazione. Migliaccio guardò alla firma, vi soffiò sopra, ripiegò accuratamente la striscia, se la ripose fra le sue carte e rintascò il portafogli.

Ci demmo la mano con una stretta piena di significato. Io pensavo: "Addio" egli volea dire "A rivederci!'.

- Siamo ai 30 di Giugno - disse.

- Per l'appunto.

- Dunque, sarà per Settembre.

- Il 30. Non dubitate. Come volete che me ne scordi? -

Se n'andò tutto contrito. Era veramente un brav'uomo e mi voleva bene.

* * *

Tornai a Napoli, dove m'aspettava tutt'un'altra vita: una vita di calma e di ordine. Mi pareva essere uscito da un sogno tormentoso; avevo dormito male, tutto da una parte, e la persona n'era indolenzita. Dopo pochi giorni, com'era il mio dovere, mi presentai all'Intendenza di finanza e presi possesso del mio ufficio. Era un certo ufficio complicato, dove si spiccavano ordini di pagamento per 50 centesimi, dopo aver registrata la cospicua somma in tre squarcetti, due moduli e cinque protocolli. La cosa mi distraeva da altri pensieri, come è proprio di tutte quelle occupazioni meccaniche nelle quali il pensiero si addormenta: l'uomo divenuto macchina, agisce, non pensa. I superiori e i colleghi mi onoravano della loro stima; mi tenevano per una macchina eccelente. Qualunque fosse il numero dei miei giri in un mese, mi si retribuiva con 77 lire e 33 centesimi. Erano veramente 83, ma poi c'erano le così dette ritenute, per le quali il governo partecipava modestamente ai miei lucri, contentandosi di lire 5,67.

Come avrei potuto con quella somma pagar la cambiale? Non ci pensavo più, passavano i giorni e le settimane. Di tanto in tanto, all'impensata mi suonava come da lontano quel misterioso «aspettami!» dell'allucinazione. Ma io niente aspettavo, niente speravo, niente tentavo. Che cosa avrei tentato? I miei amici erano danarosi o non erano. Che peccato che i non danarosi non si trovassero nelle condizioni di quegli altri! tutti, nessuno escluso sarebbero venuti in mio soccorso.

Così un giorno dopo l'altro, arrivò il giorno 28 di Settembre. Avevo riscosso il giorno innanzi il mio stipendio, il quale si trovava già ridotto a lire 25,20: un pezzo d'oro, uno d'argento, due di bronzo. Sono scrupoloso nei particolari, perché importano molto all'intelligenza di quel che segue. Viene l'usciere ad annunziarmi che due signori desiderano parlarmi. Entrino pure. Mi salutavano cortesemente, ma con gravità. Uno di essi mi dice:

- Scuserà se siamo venuti qualche giorno prima. È stato per semplice ricordo. Doman l'altro scade la cambiale.

- Ah!... la cambiale di Migliaccio?

- Per l'appunto. L'ha girata a noi -.

L'avea dunque girata, egli dicea di non saper come fare per girarla! Non mi scrollai. Davanti ai solenni avvenimenti della vita si è o non si è eroi.

- Bene, - risposi - ringrazio lor signori della cortesia. Vengano doman l'altro e saranno soddisfatti -.

Mi parve di scorgere loro in volto una gioconda maraviglia. S'inchinarono e voltarono le spalle. Rimasi solo.

La posizione era terribile. Per la prima volta, mi trovavo in una stretta come quella. Due giorni sarebbero passati presto, se due mesi erano passati come un lampo. Che cosa fare in due soli giorni? pagare era impossibile; non pagare era impossibile lo stesso. Delle 1534 lire della cambiale non ne possedevo che 25,20. Troppo poco. Non c'era via d'uscita. Tutti gli ordini di pagamento e i moduli e i protocolli mi balenavano davanti agli occhi con le loro cifre derisorie. 150 centesimi mi diventavano sotto la penna 50 e 500 lire. Non potevo star fermo; avevo bisogno di moto, di aria, di frastuono, di gente; tutto ciò era facile trovarlo. Avevo anche bisogno di danaro: ma questa era un'altra faccenda.

* * *

Fu allora che richiusi i registri, presi il cappello e scesi in fretta le scale di palazzo San Giacomo. Dieci minuti dopo, andavo su e giù in piazza Plebiscito.

Perché andai a passeggiare in piazza Plebiscito?... Non l'ho mai saputo. Gli è forse che tutti i disperati cercano lo spazio e la solitudine. Camminavo adagio, con le mani in tasca, a capo basso; non già che cercassi in terra qualcosa, - no. Dico, per la verità della storia, che camminavo a capo basso. Non pensavo a niente, il che, checché i filosofi ne dicano, è perfettamente possibile. Avevo così misurato cinque o sei volte la vasta piazza, mi trovavo rivolto verso il palazzo della Prefettura, ma davvero non lo sapevo, non avevo coscienza del luogo e del tempo. Avrei camminato a quel modo per tutta l'eternità, novello Ebreo errante, ahimè! tutt'altro che Ebreo... Fu un attimo; per miracolo non fui schiacciato o arrotato. Dallo sterrato della piazza, sto per mettere il piede sulla striscia di via lastricata. Una carrozza chiusa, a tutta corsa, viene da destra rumoreggiando, mi è sopra, fo appena in tempo a ritrarmi d'un passo. Una figura di donna si sporge dallo sportello, il viso quasi mi tocca, mi abbaglia. Con una voce strana, che mi pare venir di lontano e che pure mi suona dentro e mi fa fremere per tutte le fibre, dice: - Gioca 3, primo -. Sparisce. La carozza è passata, monta al trotto per la via di fronte, non si vede più.

Questo ch'io racconto l'ho detto in troppe parole. Il pensiero è meno rapido di tutta quella scena. Io ero desto e la luce del giorno era chiara. Così pure, in quell'attimo, era stata chiara e spiccata e tangibile la mia visione. A Napoli, nessuno mi conosceva. La donna mi pare di vederla anche adesso. Era vestita di bianco. Gli occhi e i capelli le nereggiavano. Quella voce lontana io la conoscea: somigliava un lieve e prolungato tremito di corde mosse da un'aura di vento. Era stata un'illusione? No, non era stata. Lo giuravo a me stesso; l'ho giurato dopo; lo giuro adesso che lo scrivo, trascorsi tanti anni.

Non ebbi tempo a deliberare. Di fronte a me, sotto il palazzo della Prefettura, mi spalancava la porte, starei per dire le braccia, uno di cotesti botteghini del lotto. C'è ancora. Entro, vado diritto al banco, dove una ragazza dalla faccia tonda e scialba fa da commesso.

- Giocatemi 3, primo estratto - grido. La ragazza fa stridere la penna sul registro. - Quanto? - Mi chiede.

Caccio le mani in tasca, getto sul banco i miei quattro pezzi di moneta: l'oro, l'argento, il bronzo.

- Sta bene - dice, e torna a scrivere.

- Quanti pezzi?

- 360 -.

Piglio il biglietto, lo piego, lo intasco. Quando sono fuori, sento ad un tratto che la vista mi si snebbia. In verità, sono pentito e mortificato. Che pazzia mi ha preso? Non ho più un centesimo: non ho da comprare un sigaro; tutta la mia proprietà si riduce a un cencio di foglio turchino... È vero; sono forse 360 pezzi; 1800 lire... Eh via! Dove mai s'è dato un caso simile, che le signore diano i numeri dagli sportelli delle carozze?... Non racconterò il fatto a nessuno; non mi farò canzonare. Torno a casa, evitando la gente, in una affliggente depressione di spirito. Era un Venerdì. Un granello di speranza mi avanzava sempre. I giocatori di lotto m'intendono; la speranza decresce in ragione inversa del tempo. Quando s'arriva al Sabato, si spera meno; quando scocca l'ora dell'estrazione, la speranza è perduta affatto.

Così pure accadde a me. Non chiusi occhio per tutta la notte, un po' m'assopii verso l'alba; tutta la mattina me ne stetti in casa. Dove sarei andato e a che fare?

Erano battute le quattro, quando mi decisi di uscire. Sempre solo, più desolato di prima, mi avvio a caso. Traverso piazza Municipio, vado verso il mare, eccomi in via del Piliero. La verità è che tremo un poco, ma non so perché: forse perché la cambiale scade il giorno appresso. Si pagano di Domenica le cambiali?... Non lo so, non mi ci fermo, tutti i giorni sono uguali per chi è sempre eguale a sé stesso. Nella tasca sinistra dei calzoni giace il biglietto turchino, ultima àncora di salvezza. Lo tengo forte con la mano, lo stringo, lo gualcisco, come se volessi spremerne magari la mia giocata. C'era o non c'era stata la visione della signora bianca?... Vado avanti, sono un po' miope, mi par di vedere un gruppo di persone raccolte davanti a una bottega chiusa e con le facce volte in aria, a guisa dei ciechi quando vogliono parlare. È così senz'altro. Quello è un botteghino di lotto, e il cartellino dell'estrazione dev'essere appiccicato all'imposta. Quelli lì sono giocatori disillusi. Rallento il passo e tremo più forte. Mi accosto alle spalle del gruppo, alzo gli occhi per guardare... C'è in alto il cartellino manoscritto. Tutto è perduto!... vedo, non so bene, un 30 o un 33. Non so, dico. Non mi preme di accertarmene, mi allontano e procedo. Vado dove il caso mi porta, dove le gambe vogliono, che non hanno più forza e si piegano.

Venti passi più in là, ad una cantonata, discorrono fra loro con voce grossa alcuni cocchieri di carrozzella. Sono discesi dalle serpi e discutono. Hanno in mano e si vanno mostrando certi biglietti turchini. Fanno gesti violenti e gridano parolacce. Mi fermo, mi fo animo. Domando timidamente a quello che mi sembra il meno irritato:

- Brav'uomo, che numeri son sortiti? - Mi si rivolta contro come morsicato da un aspide e mi risponde con una bestemmia: - È asciuto u 3 primm'aletto...

- Il 3! il 3! hai detto il 3!... -

Prendo una corsa disperata, son fuori di me; mi fermo ansante, dopo venti minuti. Respiro e mi guardo intorno. Mi trovo, con mia grande sorpresa, sotto la grande tettoia della stazione della ferrovia. Perché? domandate voi. Non lo so, è un fatto. Dipingevano di bistro il fondo di quella tettoia. Alcune gocce di colore mi caddero dalla impalcatura sul cappello e sui calzoni.

Ma io ero un signore, la mia fortuna era fatta. Con un orgoglio da re aspettai la mattina del Lunedì che si venisse a riscuotere da quella gente. Pagai. Mi avanzavano oltre 200 lire. La sera andai a ballare a casa del mio amico Garofalo. Tutto il giorno appresso, e molto tempo dopo, ed anche oggi, pensai e penso alla signora bianca dagli occhi neri o fosforescenti. Chi sa...?

III

IDA

Quando la porta si chiuse, mi sembrò dal rumore che me la chiudessero sul cuore. Provai una fiera stretta, e un grande abbandono mi pigliò tutte le membra, come deve accadere a chi abbia bevuto o fumato un soporifero. Più che addolorato ero stanco; non volevo pensare, e quasi mi piaceva di soffrire, di raggomitolarmi sotto il mio dolore, sotto lo spasimo, come sotto una bella coperta calda. Sdraiato nella mia poltrona, avevo a destra il caminetto nel quale scoppiettavano gli ultimi ceppi, e una fiammolina azzurrognola andava vagando di qua e di là, staccandosi e attaccandosi, come per fuggire la soffocazione imminente della cenere.

Essendo quel salottino il più bel posto di tutta la casa, vi si faceva un po' di conversazione tutte le sere: lo zio, Ida, la signora Luisa, alcuni villeggianti de' dintorni. Andavano via verso le nove, piuttosto prima che dopo, perché in campagna si va a letto presto e ci si leva col sole, se si vuol davvero vivere in campagna. Poi, partiti tutti, io apriva la finestra che dava sul giardino, stavo così un momento a pigliare una boccata di aria fresca, mi ritiravo in camera mia, ed a rivederci al domani.

Che quella sera fossi addolorato era naturalissimo; e l'avrebbe trovato così chiunque sapeva delle nostre relazioni, di tutto quello che c'era stato prima tra noi. Ida ed io ci volevamo bene, e poi il bene s'era mutato in amore; un amore che non doveva finir mai, come tutti gli amori. Si stava in campagna, io con lo zio, lei con la mamma, in due quartini della stessa villetta: c'era anche fra noi non so che parentela, oltre a quell'altra che ci sarebbe stata appresso, e che nessuno ignorava. Ecco perché dico che ognuno avrebbe trovato naturale il mio stato e mi avrebbe dato ragione. Ci accordavamo così beni nei gusti, nei desideri, nei discorsi, perfino nelle parole, che eravamo veramente tutt'una cosa e non si potea stare l'uno senza dell'altra. Così sempre era stato, fin da bambini. Quando sentivo parlare, come si suole in ogni conversazione, di amori e di amoretti che si mutavano come le camice, e si barattavano da una mano all'altra come moneta spicciola, mi veniva da ridere e capivo subito che in quei casi lì non si trattava di amore. Anche Ida ne rideva qualche volta, e mi dava del matto per questi miei paragoni. Del rimanente non ci poteva essere amore fuori di Ida, ed era curioso che tutte quelle persone di cui si parlava non fossero innamorate di lei. Forse c'erano al mondo delle altre Ide, che io non conoscevo. Conoscevo tanto poco il mondo, e così poco mi premeva di fare la sua coscenza! Ida dunque mi amava ed io amava lei per tante ragioni tutte eccellenti, che se non ci fossero state l'avrei amata lo stesso; ed anche forse in piccola parte, perché si chiamava Ida, cioé con un nome romantico. Con questo però ella non era romantica niente affatto; invece ragionava molto bene, faceva con me degli stupendi disegni per l'avvenire, dei castelli in aria, mi consigliava, m'incorragiava, e così a discorrere di queste cose, passavamo insieme tutte le sere: perché di che altro si sarebbe parlato? degli altri? e chi erano gli altri per noi? In somma una vera donnina a modo. Qualche volta ci si bisticciava per un fiore chiesto e negato, per un nastro, per una parola, e poi si faceva la pace, ed ella ricadeva subito in pensieri, e si metteva di malumore, come se io avessi commesso qualche gran fallo: dubitava che la pace non fosse sincera, e per farla meglio, riappiccava la guerra sopra un niente di questo genere. Avea voluto, fra le altre cose, che io pronunciassi, tutte le sere e tutte le mattine, dieci volte di seguito il suo nome, perché, diceva, questo mi avrebbe portato fortuna, mi avrebbe dato animo a lavorare. Ed io ubbidivo tanto volentieri, e le confessavo poi scrupolosamente se l'avevo ubbidita o no, benché in qualche caso mentissi per la gola, come quando mi accadde, per esempio, per una naturale smemoraggine, di pronunciarlo da trenta a quaranta volte: ma, dopo essere stato un bel pezzo sulla corda, le spiattellai spudoratamente la colpa e la menzogna, ed ella me ne assolse abbandonandosi alla più matta allegria e se ne fece un gran ridere tutta la sera. In camera mia, tutte le mattine, trovavo dei fiori; un semplice mazzolino, colto allora allora, fresco, e che non si capiva in che maniera fosse penetrato in camera, per la porta o per la finestra o pel buco della chiave: ma io credo che il più delle volte me lo portasse dentro la cameriera, profittando del momento ch'io sonnecchiava ancora e non mi potevo accorgere di chi entrava o di quel che m'accadeva vicino. Ma erano scherzi e piacevolezze come portava la sua indole di bambina, e non c'era in tutto questo niente di romantico. Quando per caso la sorprendeva un senso di tristezza senza nessuna ragione apparente, se ne scendeva tutta sola in giardino, verso l'imbrunire, e se n'andava in fondo al viale più oscuro come per nascondersi agli occhi di tutti. Là, si metteva a sedere sopra una panca di marmo, presso la fontana, e non voleva in nessun modo che la si disturbasse. Pensava, si tormentava, era pallida, sfogliava un fiore, forse piangeva, fuori o dentro di sé.

Ma in somma non era romantica niente affatto; e da questo lato io era perfettamente tranquillo; quando guardavo all'avvenire, alla mia professione, a tutte quelle facende nelle quali si ha bisogno di gran fredezza di mente, di ponderazione, e di aver con noi una testa che pensi con noi e per noi.

Ma un caso come quello lì non era avvenuto mai, epperò io n'ero tutto conturbato ed abbattuto. La mia grande tristezza l'avevano notata tutti, perché io non mi so vincere e mi si legge in viso come in un libro. Che Ida fosse mutata di botto non si poteva supporre; e d'altra parte nulla c'era stato dal canto mio che giustificasse quello strano contegno: forse dal canto suo, sì; ma che cosa? ma perché? ma in che maniera? ma dunque tutto era finito fra noi? Basta dire che mentre stavamo seduti vicino, come al solito, si era levata di scatto ed era andata a sedere lontana da me, e tutta la sera aveva avuto il coraggio di starsene lontana, mentre sapeva benissimo - ed io glielo aveva detto tante volte - che quando non me la vedevo vicina, ne soffrivo assai, come se l'avessi perduta. Non mi bastava guardare da lontano, e a vederla a parlar con altri o guardare in altra parte, mi faceva un certo effetto come se un pezzo mi si staccasse dall'anima. Le avevo poi domandato, andandole vicino, che cosa avesse, e mi aveva risposto senza sorridere di non aver niente e che non capiva che mi volessi dire. Naturalmente, ero tornato al mio posto più sconfortato e desolato che mai. Di più, la mattina stessa l'avevo veduta in giardino, stando io alla finestra, e mi aveva salutato come al solito. Stava presso la fontana e s'era mossa dalla mia parte per parlarmi, ed io le avevo fatto segno che sarei subito disceso per raggiungerla. In effetto, lasciando la mia finestra m'ero slanciato fuori della camera; ma poi, nel momento che mettevo il piede sulle scale, mi aveva fermato lo zio che tornava non so più di dove e m'aveva fatto un certo suo discorso di affari gravi, appoggiandosi al mio braccio e riconducendomi dentro. Sicché non avevo più potuto scendere, e la povera Ida aveva aspettato inutilmente. Forse era stato questo; ma infine io gliene avea chiesto scusa, gliene avea detto il motivo; e non c'era da pigliarsene tanto, specialmente essendo ella così ragionevole come io l'aveva sempre conosciuta.

Ed ora tutto ad un tratto, mentre ci volevamo tanto bene, ecco che Ida mutava; e non calcolava neppure che, così facendo, m'avrebbe fatto passare una nottata terribile; il che, senza dubbio, dava a vedere un cattivo cuore, una specie d'insensibilità, cosa della quale non m'ero accorto fino allora. In verità, quando eravamo bambini, io le dicevo sempre, scherzando: - Io sono lo scultore, tu sarai la statua.- Ed ella piccina com'era e proporzionata, se ne stava immobile in un atteggiamento studiato, né batteva palpebra, né muoveva muscolo del bel viso; aveva scolpito sulle labbra semiaperte il sorriso né di una linea lo mutava; non rifiatava pareva inchiodata in terra; era impietrita la vestetta bianca, erano impietriti gli stessi capelli sui quali passava invano l'ala del vento. Era bianca bianca. Io le giravo intorno, scimieggiando l'artista che si contempla tutto soddisfatto l'opera sua; e quando, per riscuoterla, facevo atto di prenderle le mani, gliele trovavo fredde come di marmo. Ma, in somma, conoscendo il mio carattere, perché mai tormentarmi a quel modo? La vedevo ancora e le parlavo, perché non mi facevo capace ch'ella fosse andata via dandomi appena due dita della mano. E poi la rimproveravo, le facevo mille domande, riuscivo a farla sorridere, e tutta la gran tempesta finiva in un bacio. Una gran tempesta come sono quelle dell'Oceano, come qualche volta, da bambini, ne avevamo fatto nascere nella fontana del giardino per veder sommergere miseramente delle flotte di carta che avevamo fabbricato insieme coi giornali dello zio. Era un Oceano in piccolo, questo si capisce. In fondo al viale c'era, come ho detto, questa fontana, con la vasca scavata in terra e intorno una ringhiera di ferro a bastoni diritti. Nel mezzo sorgeva uno scoglio, tutto adorno di larghe e verdi ninfee, e dal fogliame e sopra il sasso usciva un puttino di marmo che vi stava seduto molto comodamente, nudo come se nessuno lo vedesse. L'ho da dire?...

Ebbene sì; il puttino era il ritratto preciso della mia Ida; ed ella mi diceva spesso, sapendo di farmi arrabbiare: - È mio figlio, sai -. Teneva la destra e un po' indietro con un boccale inclinato, dal quale scaturiva un getto abbondante cadendo in un gran piatto spaso, ch'ei reggeva con la sinistra, e riservandosi di fuori, prima in una bella frangia d'argento poi in una pioggia sottile e brillante. Alzava un po' il capo e guardava a quello zampillo con occhio curioso; e per questo si trovava a dover torcere il busto con una grazia infantile e con tanta movenza che poteva parere di carne. Poi, il sole, l'acqua, l'erba, il tempo gli avevano dato un colore vivo, una tal quale trasparenza che accrescevano l'illusione. D'inverno, quando gelava, accadeva sovente che gelasse anche lo zampillo e dall'orlo del piatto pendessero tanti diacciuoli lucidi come argento e acuminati come aghi; l'acqua della fontana si faceva liscia e dura come uno specchio e allora lo stesso puttino pareva di neve. Ma al primo raggio di sole, dimoiando, si sarebbe detto che anche il puttino si sciogliesse da quell'intirizzimento, e gli si vedevano sul corpo certe ombre e certi riflessi che a dirittura lo facevano muovere.

Mi fisavo con la mente in queste immagini, perché ad ogni modo mi volevo distrarre dal pensiero cruccioso del momento; e forse questo medesimo sforzo accresceva la mia sposatezza e quasi mi chiudeva gli occhi al sonno. Sarei andato a letto, ma guardando per caso all'orologio sulla mensola del caminetto, avevo visto che erano appena le nove: una buona diecina d'ore per giorno chiaro; avrei passato una pessima nottata. Mi stirai nelle membra mi adattai meglio con la persona contro la spalliera della poltrona, e pensai che anche questa poteva passare per un letto eccellente. Ad un tratto, mi sentii un'aria fresca alle spalle, anzi mi parve proprio che qualcuno mi soffiasse nel collo. Mi voltai. Era la porta rimasta socchiusa. Mi alzai pigramente per andare a chiudere e tornare subito al posto: ma poi, non so come, macchinalmente, mi sentii trascinato ad uscire. Traversai una camera, poi un'altra, poi un'altra ancora, sentii da capo il fresco che questa volta mi soffiava sulla faccia, e mi accorsi con molta sorpresa di essere disceso in giardino. Ecco il viale, ecco la fontana là in fondo. Ebbene, andiamoci. Andiamo a pensare. Era una bella serata, calma, asciutta, con un cielo limpido e tante stelle che tremolavano come pel gran freddo. Mi pareva vederle a specchiarsi nel cristallo dell'acqua. Si sa, erano fantasie, ma il fatto è che io le vedevo e le contavo. Il puttino bianco era là sul suo scoglio, versando acqua dal boccale, e quel rumore assiduo e monotono della cascatella mi accarezzava l'udito, e negli sprazzi dello zampillo che percoteva nel piatto vedevo scintillare tante altre stelle che s'andavano a gettare ed a spegnere nella fontana. Uno spettacolo incatevole, come se ne vedono nei sogni. Non so dire adesso se il mio fosse un sogno; sapevo di stare a occhi aperti e sentivo di pensare con la testa mia. Bambino com'era quello lì dello scoglio, doveva piacere anche a lui lo spettacolo e forse si andava figurando che quelle stelle gli uscissero dalle mani e fossero cosa sua: stava immobile, col mento in su. Così pure era Ida, quando da bambina faceva la statua. Lo guardai bene in viso: era di marmo, ma sorrideva. Gli luccicavano gli occhi maliziosi. Gli scendevano abbondanti i capelli per le guance; e per effetto dell'ombra o di altro che fosse, parevano neri come quelli di lei. Ora più che mai quel marmo si poteva scambiare per carne. Certo è che a poco a poco, fisandolo sempre, lo vidi in certo modo animarsi. Niente di strano, poteva anche essere una illusione, anzi era certamente. Pareva che volesse scendere dalla sua base, che ci stesse a disagio. Mosse prima un braccio, poi una gamba. Tornai a guardarlo in viso, e più che mai lo vidi sorridere; i capelli erano proprio neri; un lieve incarnato gli copriva le gote; gli occhi splendevano come quelli di lei; anche la piccola persona avea preso linee più dolci, più femminili e, per naturale pudore, s'era andata facendo una veste capricciosa delle foglie stillanti delle ninfee.

Poteva mai essere lei? Io non dormivo. Il puttino non era più al suo posto. Ida, tutta incappucciata, stretta nello scialle, con la sua cara vivacità temperata dalla malinconia, con quei suoi occhi pieni di luce che parlavano e mi ricercavano l'anima, mi pose una mano sulla spalla, e prima ch'io pensassi a muoverle un rimprovero, mi pregò a bassa voce che non facessi il cattivo, che le perdonassi.

Mi promise che non l'avrebbe fatto più.

Io la guardavo e stupivo. Era quella la sua persona; eppure non poteva esser lei, in quel luogo, a quell'ora, come in un sogno.

- Che è stato? - le domandai trepidando.

Dubitavo che rispondesse, di nuovo volevo sentirne la voce.

- Nulla - rispose. - T'ho veduto così triste e non m'ha dato l'animo di domandartene il perché. Ora però me lo dirai. Che avevi?

- Io? nulla. Ero triste perché non t'avevo vicina e ti credevo sdegnata -.

Mi guardò co' suoi occhi lucenti e tranquilli, quasi due stelle inchiodatele in mezzo della fronte.

- Sdegnata? - esclamò. - E di che cosa?

- Di nulla, di nulla, non è vero, Ida? -

Sentivo il bisogno di afferrarle la mano, di toccarla e di sentirla. Mi prese un riso nervoso, al quale ella rispose ridendo. Che follie erano le nostre! Tanto valeva parlare. Ci promettemmo solennemente di non farlo più, senza sapere con precisione che cosa non si dovesse fare. Eravamo contenti, ed ella si appoggiava e si stringeva al mio braccio e mi andava ripetendo a bassa voce di volere essere perdonata. Di che cosa? Ci amavamo. Rientrammo insieme, ed io la vidi che spariva nelle sue camere, camminando in punta di piedi per non far rumore e non essere sgridata dalla mamma. L'aria della notte le avrebbe potuto far male. Dal fondo del corridoio mi salutò mandandomi un bacio e la buona notte. - No - dissi - non me lo mandare. Dammelo -. Tornò correndo alla mia volta. Nessuno ci poteva vedere. Me la strinsi forte al cuore e le diedi un bacio. Era freddo. Tutta lei era fredda. Ritentai la prova, prendendola per le mani. Non rispose alla mia stretta, sentii che mi sfuggiva. In verità - fremo anche adesso in pensarlo - io avevo dato un bacio a due labbra di marmo. Alzai gli occhi verso lo scoglio. Il puttino di marmo era tornato al suo posto e non si moveva; versava le stelle nel piatto; sorrideva come lei: e l'acqua della fontana era liscia come uno specchio, tranquilla, morta.

Era tornato in camera mia e sulla mia poltrona. Come?... non so. Avrei pensato volentieri di aver fatto un brutto sogno, se ancora non mi avesse gelato le ossa il freddo dell'aperto, e più terribile, più penetrante, il freddo di quel marmo. Sì, era stato un sogno. Volli leggere, presi un libro, lo buttai all'aria. Il fuoco del camminetto s'era spento. Mi raccolsi meglio nella poltrona, e col capo piegato da una parte stetti a guardare nelle brace con gli occhi fisi e sorridendo. Sorridevo di me stesso, dello strano mio caso, del sogno, del piacere che avrei provato nel contarlo a lei il giorno appresso. Purché non mi serbasse più il broncio... L'avrei condotta in fondo al giardino, presso la ringhiera, per rinnovar la scena tale e quale... Anche il bacio ci doveva essere... Che avrebbe detto il suo figliuoletto di marmo?... Ah, ah!... A poco, a poco, mi addormentai di un sogno angoscioso, e tornai a vedere in sogno il puttino, Ida, le stelle e l'Oceano in miniatura.

* * *

Quando fu fatto giorno, volli ancora vederlo. Aprii la finestra, guardai in fondo al giardino, mi fregai gli occhi come per destarmi meglio. Nulla vidi. Dico che il laghetto era sempre là, calmo e scuro, e in mezzo al laghetto lo scoglio tutto verde dalle ninfee stillanti. L'acqua veniva fuori dallo scoglio, gorgogliando come da una polla. Il puttino non c'era più... Cercai il motivo di quell'assenza, che al primo colpo mi faceva tanta impressione, e lo trovai di lì a poco. Era il più naturale motivo del mondo. La nottata aveva dovuto essere burrascosa. Un colpo di vento aveva abbattuto il povero puttino, spezzandone un braccio e la brocca sulla ringhiera di ferro. Giaceva in mezzo all'erba, col viso rivolto al cielo, raggiante al primo sole, sorridendo sempre.

Stavo per riscuotermi dalla muta contemplazione e per scendere in giardino, quando mi colpì non so che rumore di passi e di voci.

A quell'ora della mattina, la cosa era insolita. In fretta, uscii a vedere. Mi passò davanti, correndo con in mano un vassoio, Rosa la cameriera. - Rosa! - chiamai - Rosa, dico! Che è stato? Non mi rispose, non si voltò alla mia voce. Le corsi dietro, arrivammo nel momento stesso davanti alla camera della mia Ida. Mi si voltò contro, respingendomi: Non entrate - gridò - non si può; la signorina è ammalata -. E disparve.

Tutto il giorno, me ne stetti lì in un cantuccio, anelante, sempre in orecchi. Per quanto pregassi, non ci fu modo che mi si permettesse di entrare. Di tanto in tanto, qualcuno veniva fuori da quella camera - non so chi, perché non riconosceva più nessuno - e mi diceva di non dubitare, che non c'era pericolo di niente, che andassi via. Non potevo, tutta la mia vita era là, in quella camera, in quel buio, dietro le cortine di quel letto. Non avevo più coscienza del tempo. Con un moto involontario delle labbra contavo da uno fino a cento, cinque e dieci volte. Aspettavo dopo non so cosa. Quella costante ripetazione di numeri mi pareva una preghiera.

Sul tardi, venne il dottore. Lo seguii con gli occhi prima e dopo; non ebbi cuore d'interrogarlo. Poi tornò ancora altre ed altre volte; avevo imparato a riconoscere il passo discreto; lo vedevo passare come un'ombra; scomparire in quella camera, riapparire e sparir di nuovo. Quanto tempo rimasi a quel posto? quanti giorni erano passati da quella notte? come fui scardinato da quell'angolo e trascinato in camera di lei? che mano fu quella che mi menò presso le bianche cortine e mi fece chinare su quel letto di dolore?...

Erano gli ultimi momenti. Ida moriva. Mi fisò in volto gli occhi grandi, appannati, tranquilli, quasi distraendoli dalla visione di un altro mondo più vasto e più tenebroso. Mi sorrideva sempre col suo sorriso da bambina, con le labbra pallide, co' dentini bianchi, più marmorea che mai. - Senti! - mi susurrò con un filo di voce, e perché la udissi meglio nella intimità di una lugubre confessione, mi trasse a sé appoggiandomi dietro il capo una manina scarna e fredda - senti, io t'ho sempre voluto bene. L'alito di lei mi gelava la faccia, le tremavano le labbra, sempre più bianche. Un nodo mi facea groppo alla gola; volli parlare; non seppi; ruppi in un singhiozzo interno che mi spezzava il petto. - No - disse con voce più fievole - tu non devi piangere. Io starò sempre con te, sempre. Ecco -. E le nostre labbra si congiunsero in un bacio di addio; e il gelo di quel bacio mi ricercò tutta la persona, mi fermò il sangue, mi penetrò fino al cuore. Con uno sforzo mi strappai da quella mano che mi teneva avvinghiato. Guardai Ida: era morta. Sorrideva sempre, mi fisava sempre con gli occhi spalancati e senza luce.

Mi ricordo in confuso di un gran pianto che suonò per tutta la casa: ma non so dire se fosse il mio o di altri. Mi ricordo di un incubo crudele, con certi canti monotoni che mi suonavano all'orecchio, con un fiammeggiare di ceri giallognoli davanti agli occhi, con tanti colpi di martello che mi rintronavano nel cuore. Poi non mi ricordo altro. Un sonno interminabile, simile alla morte, mi tenne. Tornai alla vita debolmente, a grado a grado; ma anche questa vita era manchevole per qualche parte, forse a motivo della lunga e dolorosa convalescenza. Il dottore mi garantiva una completa guarigione. Io non gli prestavo fede, perché ero ben sicuro del contrario, perché il sangue non mi batteva nei polsi, perché mi sentivo sempre sulle labbra quel bacio marmoreo dell'addio, che mi avea penetrato le carni e mi aveva assiderato il cuore. Né il cuore si scaldò più mai da quel tempo. Ida stava sempre con me, e il mio cuore s'era fatto di marmo.

Tutti gli anni torno in campagna e in quella medesima cameretta. La sera, apro la finestra e guardo in fondo al giardino. Il piccolo Oceano è sempre là, calmo e scuro, col puttino bianco sullo scoglio, con le verdi ninfee tutt'intorno, con lo zampillo che sparge le sue stelle in mezzo alle tenebre della notte.

IV

L'ANELLO DI PEPE

Si è parlato molto a suo tempo di un dramma misterioso, del quale sarebbe stato eroe (secondo lo stile dei giornali, i quali non affermano altrimenti che dubitando) il più bravo galantuomo, il più tranquillo borghese di questo mondo. Si cercò in tutti i modi di caricar le tinte e di dare al fatto una intonazione equivoca, nella quale non avrebbe fatto male la giustizia a metter la mano. Si parlò di rivalità femminili, di cupi tradimenti, di vendette familiari, dichiarando sempre che non si poteva uscire dalle generali e che, per delicatezza prudente, non si doveva sollevare il lembo di quel velo che nascondeva segreti di famiglia. In verità la prudenza era una scusa, perché nessuno sapeva niente, perché delle cose dette una buona parte era anche inventata, e perché finalmente, ad onta di ogni più curiosa ricerca, non venne fatto di scoprire il minimo lato drammatico nella vita o nel carattere del supposto eroe. Via via, le voci si diradarono; la curiosità pubblica fu chiamata altrove; e di questa, come di tante altre cose, non si disse più una parola.

Come ho detto, il signor Pepe era un galantuomo della più limpida acqua. Si chiamava Giacomo. Una pinguedine incipiente, o per meglio dire un certo arrotondarsi di tutta la piccola persona, gli dava una impronta più chiara di onestà contenta e di posatezza borghese. Un viso aperto e colorito, che due sottili fedine bionde circoscrivevano, una fronte che sarebbe stata bassina senza gli assalti di una calvizie precoce, un sorriso bonario che invitava alla confidenza, faceano traspirare da lui, da tutti i pori della pelle liscia e lucida, la soddisfazione calma di un uomo che non può essere scontento dell'oggi perché è sicuro del domani. Parlava piano, con una risatina costante nel discorso, con un dolce accarezzamento delle mani con un battere frequente delle palpebre sugli occhietti grigi. Vestiva sempre corretto, avendo della propria persona una vera gelosia. Sempre pulito, sia che uscisse di casa, sia che vi tornasse; sempre con la cravatta bianca bene insaldata e col suo panciotto che smagliava di bianco sporgendo in bella curva dalle ali aperte del soprabito nero; sempre coi suoi scarpini di pelle lucida, tersi come specchi e scricchiolanti a misura; sempre con la sua canna d'India dal pomo d'avorio.

Non mancava alla sua felicità che una cosa sola, ed ebbe anche quella: certi uomini nascono vestiti. Molte volte mi aveva confidato che la sua più ardente aspirazione era quella di mettere su casa. Gli pesava la vita da scapolo, gli anni andavano di galoppo. E quando io gli domandavo perché indugiasse tanto a decidersi, egli si faceva serio per un momento e si sforzava di tacere. Poi, misurando bene le parole, per tema forse di dir troppo, rispondeva col solito suo risolino: «Vedremo, vedremo! per ora, il momento buono non è venuto. Non dubitate, non mi scordo degli amici. Gli assaggerete anche voi i miei confetti». E troncava subito il discorso, allontanandosi con un comico sospiro soffocato e col solito scricchiolio degli scarpini.

Il momento buono, come egli lo chiamava, arrivò finalmente. Ed era buono davvero, a giudicarne dalla scelta ch'egli avea fatto, o meglio dalla fortuna che gli era piovuta addosso. Buono e bello. Ho sempre notato questo singolare destino che accompagna gli uomini grassi e attempati e anche quelli che hanno dimensioni non comuni e che sono alti e costoluti, i quali incontrano il più delle volte sul loro cammino le donnette più piccine e sottili che abbiano mai rappresentato la delicatezza femminile. La sposa del signor Pepe era una di coteste donnette: un tipo di gioventù fresca, di proporzionata piccolezza, di forme svelte benché non magre, con certi piegamenti da fiore, che il vento muovesse leggermente. Aveva, quasi in contraddizione della personcina, una enorme massa di capelli neri ch'ella costringeva a fatica in groppi ed in trecce, ma che pure, mal suo grado, sfuggivano di qua e di là in ricciolini, rompendo il freno delle forcinelle. Gli occhi erano anch'essi grandi e neri, con uno sguardo eloquente che anticipava i sorrisi e le parole della bocca. Era pallidetta, ma di un pallore piuttosto appassionato che malaticcio. In somma, un fiorellino vero e proprio, il quale volgevasi con tutta la schietta verginità dei suoi profumi a farsi spiccare dalla mano grassotta e liscia del signor Pepe. Certamente, a vedere, ella amava lui o gli voleva bene; mentre egli, dal canto suo, si sentiva preso da una contentezza espansiva, da una impaziente e non grossolana febbre di anima, se così si può dire, per quella idealità squisita di donna. Doveano essere felici, e così senz'altro sarebbero stati: l'uno e l'altra insieme avrebbero goduto in quella pace del novello regno, della casa coniugale, dov'egli avrebbe riposato come in un comodo nido ed ella avrebbe brillato come un sole di amore e di pace.

Questo pensai, quando imparai a conoscere la fidanzata del mio amico; né però gl'invidiai una sorte per afferar la quale, secondo me, si dovea prima sottomettersi ad una cura ricostituente di animo e di corpo e acquistare in proporzioni quel che si perdeva in illusioni giovanili. Veramente, a vederlo, si sarebbe detto che il buon Pepe, per cogliere quel fiorellino, si fosse voltato indietro tornando di molte miglia sui suoi passi: tanto era più giovane nelle parole e negli atti, tanto gli premeva di far presto e così insolitamente snodati erano i suoi movimenti, l'andatura frettolosa, il girar del capo. Lo aveva pigliato una gioconda impazienza. Così almeno mi sembrò alla prima, quando una mattina gli feci i miei rallegramenti e gli auguri. Se non che, per una certa fastidiosa disposizione all'analisi che m'ha sempre infelicitato, credetti di scorgere di lì a poco che quell'assalto di gioia poteva bene essere un accesso di febbre e che quella impazienza che trovava posa si potea meglio definire per nervosità. Il sospetto non era affatto senza fondamento, perché se pure avessi voluto dubitare delle mie preoccupazioni, sarei stato confermato in quello, e fui infatti confermato, dalla domanda che mi fece due giorni dopo un amico comune, il conte d'Abresci, tenente dei bersaglieri. Mi venne incontro tutto sollecito e dopo avermi stretto la mano, mi domandò a bruciapelo:

- Che cosa ha quel povero Pepe? -

Risposi con un'altra domanda e quasi in tono di soddisfazione:

- Ha dunque qualche cosa?

- Mi pare. So che s'ammoglia. Ma non può essere questo; il matrimonio non è cianuro di potassa che produca subito i suoi effetti: è un veleno lento.

- Già - dissi - è morfina. Ma tu che cosa hai notato? Per conto mio, ti confesso di averlo visto più gaio e rubizzo del solito. Gli traspira la contentezza da tutti i pori -.

Giocavo di finzione per avere il riscontro della mia analisi e la sicurezza del controllo.

- Contentezza? - esclamò d'Abresci. - Ho in mente, caro mio, che ti manchi il bernoccolo dell'osservatore.

- Può darsi benissimo.

- O non hai visto che non gli riesce più di azzeccare due parole che abbiano senso? non hai notato quella contrazione spasmodica della bocca? Poi, sul più bello del discorso, ti volta le spalle e ti pianta in asso. Per me, dico che il matrimonio comincia male.

- Sarà - risposi; - per me credo il contrario -.

Lo lasciai, persuaso anche questa volta e mortificato di aver mentito. Il povero Pepe, non c'era più dubbio, era tormentato da qualche cosa. Più i giorni passavano, più s'accostava il termine fatale, e più lo vedevo nervoso, a momenti ilare senza una ragione al mondo, rannuvolato come se gli fosse piombato addosso il guaio più massiccio. Ancora, mentre prima si contentava di farmi ogni tanto una visitina rapida, ora me lo vedevo davanti a tutti i momenti e si tratteneva con me delle ore, e s'indugiava nel punto di andar via, come se da me aspettasse una interrogazione o mi volesse fare una confidenza che gli bruciava la punta della lingua. Un mistero ci doveva essere. Ma di che natura? ma da quando in qua? e come si potea pensare che una brava e tranquilla persona come il signor Pepe chiudesse un mistero, più o meno drammatico, nella sua onesta pinguedine? Inutilmente mi stillavo il cervello; non trovavo alcuna spiegazione plausibile.

Giunse alla fine il giorno della rivelazione; e fu proprio la vigilia delle nozze: una rivelazione delle più comiche, come del resto c'era da aspettarselo, e che mi fece scoppiar dal ridere non senza suggerirmi le più pietose riflessioni sulla debolezza delle facoltà mentali largite al più perfetto essere della creazione.

Pepe venne di buon'ora, entrò in camera mia muto come un pesce e tragico come un tiranno da scena, non mi salutò, mi si pose a seder di faccia con la mazza dal pomo d'avorio fra le gambe, le gambe slargate e le mani sulle ginocchia: quelle sue belle mani grassotte e bianche. Lo guardai fiso e in tono interrogativo.

Non rispose nulla, altro che ficcando i suoi occhi nei miei. Poi gli abbassava a guardarsi le mani, com'era sua abitudine e suo innocuo compiacimento; poi, da capo, gli alzava verso di me.

- Bene - cominciai, vedendolo così ostinato in quel movimento automatico da bomboccio cinese - voi avete un groppo nella gola e un peso sullo stomaco, caro signor Pepe. Dite su. Per quanto è da me, sarò felice di darvi una mano e liberarvi -. Egli muoveva le labbra come per dir qualche cosa; balbettava, tornava a tacere con più ostinazione di prima e a guardar me e le sue mani: più le sue mani che me.

- Andiamo, via, signor Pepe. Vi rimetterò io sulla buona via. Vediamo un po'. Domani voi sposate -.

Egli si riscosse come allo squillo d'una tromba ferale e interrogò con voce sepolcrale:

- Domani?...

- Se non lo sapete voi, figuratevi! Non mi spiego il vostro stupore, mio buon amico. Sarebbe forse spuntata sull'orizzonte qualche difficoltà?

- No, no, vi pare. Tutto è disposto a dovere, niente è stato dimenticato. Però...

- Però?....

- Se avessi voglia di ridere, starei per dire che una sola cosa manca: una cosa da nulla.

- Le carte?

- No

- Il consenso della sposa?

- Nemmeno.

- Quello dei parenti?

- Eh via!

- Ebbene allora, non indovino.

- Ve lo dirò io in tre parole: manca lo sposo -. Mi levai di scatto; guardai fiso il mio interlocutore, temendo che avesse dato di volta. No. Il signor Pepe era sempre lì a sedere con la usata pacatezza, con le mani aperte sulle ginocchia, con la faccia rivolta a me in un godimento intimo della mia sorpresa.

- No - disse - il vostro sospetto è infondato; ve l'assicuro io. Godo di tutta la mia ragione; non sono mai stato così lucido come adesso. Eppure vi dico e vi ripeto che a queste nozze manca lo sposo.

- Avete mutato di parere?

- No.

- Avevate qualche legame precedente?

- Non ci siete.

- Siete morto?... - esclamai.

Il signor Pepe si diè a ridere a questa mia scappata con un riso a scatti che gli faceva balzare il petto e la pancia.

- No, sentite - riprese a dire quando si fu alquanto calmato - voi non potete indovinare. Vi dirò tutto e voi mi darete un consiglio. Bene, così; tornate a sedere e state bene attento. Voi non avete badato al mio anello.

-Io?... no davvero -. Così dicendo, mi chinai ad osservarlo, mentre il signor Pepe alzava un po' la mano sinistra dall'appoggio del ginocchio e un po' sollevava il mignolo. Era un anello poco vistoso: due cerchiellini d'oro saldati insieme che si fermavano di qua e di là ad una cornicetta quadrata, nella quale s'incastonava una corniola rossiccia. Sulla corniola, guardando meglio, scorsi una sottile incisione, quasi capillare, raffigurante un Ercole con la clava.

- Ebbene? - domandai, quando questo mio esame fu finito.

Il signor Pepe abbassò di nuovo la mano sul ginocchio e rispose lentamente:

- Quest'anello ha una storia.

- Che voi mi conterete.

- Son venuto per questo... È antico di molti anni.

- Lo vedo.

- E me l'ha dato, in punto di morte, mia madre.

- Ah!...

- Voi dite: questa è tutta la storia? No, c'è dell'altro. Né vi aspettate, com'è vostro solito, una storia complicata. In poche parole vi avrò detto tutto. Mia madre, nei suoi ultimi momenti, mi chiamò al suo capezzale e pregò che tutti si allontanassero. Volea confidare a me solo un segreto. Mi prese per mano come per farmi animo e insistette perché non piangessi e perché non dimenticassi una sola delle sue estreme raccomandazioni. «Ne dipende la tua felicità - disse -. Ecco. Ti do per memoria di me, che ti starò sempre vicino, che ti proteggerò in ogni momento più grave della tua vita, ti do questo anello». E in così dire, si tolse dall'anulare questa corniola e me la pose al mignolo. Poi, dopo un minuto di silenzio, nel quale parve riprender lena proseguì: «Tu lo terrai sempre al dito; non te ne separerai mai. Un giorno, la pietra di questo anello, senza che tu te ne avveda, cadrà. Qualcuno si chinerà a raccattarla; una donna; e una mano di donna te la porgerà». Io stavo in ascolto, trattenendo il respiro. Mia madre sollevò un poco il capo dal guanciale, mi fisò gli occhi negli occhi e mi susurrò, scolpendo le parole con un movimento preciso e misurato delle labbra: «Quella donna sarà tua moglie. Giuralo». Io giurai. Poi, spossata dal grande sforzo, ella ricadde, fattasi più pallida. Né mi riconobbe più, né mi disse altro fino al punto di morte. Quell'estremo consiglio, quel comando mi rimaneva improntato nel cuore. Giurai a me stesso, come avevo giurato a quella povera anima, che non sarei venuto meno alla volontà di mia madre. Aspettai gran tempo. Adesso vi potete spiegare le mie indecisioni e gl'indugi che a voi parevano irragionevoli. Un bel giorno - forse dovrei dire un giorno disgraziato - conobbi Caterina incominciai ad andar per casa; tutte le sere ero da lei; mi sentivo preso. E tutte le sere, a tutti i momenti, guardavo con impazienza al mio anello per vedere se la pietra se n'era staccata. Niente, era sempre lì, più salda che mai. Debbo dire che tentai anche segretamente, e forse senza pur saperlo, di agevolare l'opera del destino? Fatto sta, che più d'una volta mi sorpresi a stringere e scuotere col pollice e l'indice della destra il castone dell'anello. E poi, che v'ho da dire?... non seppi più stare alle mosse. Feci una subita e solenne rivoluzione. Domandai la mano di Caterina. Voi capite il resto, amico mio. La corniola è sempre al suo posto; siamo alla vigilia delle nozze, e non c'è segno che si voglia muovere -.

Il signor Pepe non avea mai fatto un discorso così lungo. Involontariamente, benché fossi sicura della cosa, tornai a guardare quell'anello sacro e misterioso. Ne avrei riso di cuore, se non mi avesse trattenuto il rispetto di quella memoria, ed anche in parte la singolare agitazione da cui vedevo preso il mio amico. Mi studiai nondimeno di rassicurarlo, prima augurandogli che la pietra cadesse in tempo, poi voltando il fatto in burletta e facendogli notare che, in tutt'i casi, per quanto valore possa avere una promessa fatta al letto di morte a una persona adorata, un galantuomo deve soprattutto tenere alla sua parola.

Ed egli la tenne; e non c'è mai stato uomo che con tanta trepidazione stendesse la mano a una cosa desiderata o che con tanto terrore guardasse la propria gioia. Non dimenticherò mai quel suo aspetto contrito e raggiante; quella mortificazione di essere troppo contento, quel rimorso, stampatogli sulla fronte depressa, di fare una cosa che gli piaceva. Prendeva forza, deliziandosi nella contemplazione di quella bellezza serena della sua Caterina, un vero fiorellino nella sua veste da sposa, un fiorellino di un nitore smagliante che da un mite raggio di sole avesse ricevuto vita e sorriso. Non sapeva stornare gli occhi da lei, quasi stupiva che tanta fortuna fosse proprio incolta a lui; eppure, di tratto in tratto, per un moto nervoso che gli scuoteva tutta la persona e lo afferrava al collo, egli abbassava e rialzava il capo come un fantoccio, a scatti improvvisi, e gettava un'occhiata rapidissima, un comico lampo dei suoi occhietti grigi sul dito mignolo della mano sinistra. E ogni volta gli balenava sulla faccia un guizzo di luce ed un'ombra, una subita tristezza e un sorriso confidente. Per quanto la cosa fosse ridevole, il povero signor Giacomo mi faceva una vera pietà; perché io ho pensato che i dolori e i piaceri ci feriscono e ci esaltano, non già secondo la forza loro, ma a quel modo che l'animo nostro è disposto a riceverne l'assalto: così è che un bambino, cui si spezzi nelle mani un balocco, può soffrire quanto Bonaparte dopo Waterloo; così una bambina che veda il suo cardellino dar gli ultimi tratti può versare le stesse lagrime amare della classica Niobe. Il signor Giacomo, nel giorno stesso della sua massima felicità, era il più miserabile fra tutti gli uomini. Per buona sorte, non essendo uomo di lotta, avrebbe prima o dopo ceduto a uno dei due sentimenti che lo tenevano e in quello si sarebbe acquetato.

Così avvenne di fatto. La cerimonia si svolse e si compiè senza incidenti notevoli. Gl'invitati complirono la coppia avventurata, lasciando loro i più schietti rallegramenti e portando via il loro diritto inalienabile di menar le forbici sulle persone che gli avevano accolti come amici. Ultimo di tutti, io mi accomiatai dall'amico Pepe e dalla sua graziosa metà. A cose fatte, egli era già entrato in un periodo di calma. Ancora pochi giorni, e lo incontrai che se n'andava a spasso, sorridendo alla propria contentezza. In capo ad un mese, la vittoria era assicurata a uno dei due sentimenti che se lo dividevano.

- Vedete? - mi disse, e ridendo di cuore mi mostrava il mignolo della sinistra -. Ercole al bivio non s'è mosso.

- Gli è che ci trova il suo tornaconto - risposi.

- Già, come me. Chi sta ben non si muova. Quanto siamo sciocchi alle volte, eh? -

E si allontanò a passo più franco dell'usato, più che mai cigolando sugli scarpini lucidi, e lasciandomi solo sotto l'impressione mortificante di quel plurale.

* * *

Nella mia qualità di vecchio amico di casa fui, invitato anch'io a quella bella gita a Maiuri, che mi diè occasione di conoscere tutta la famiglia Calitri - era questo il casato della signorina Caterina - e specialmente di ammirare la signorina Lucia, sorella minore di lei. Ammirare non è forse la parola giusta; se mi fosse lecito, esprimerei il mio pensiero con quello stare degli Inglesi, al quale non c'è termine corrispondente nella nostra lingua. La signorina Lucia non era bella. Aveva in tutta la persona la stessa delicatezza minuscola e proporzionata della sorella, senza però averne la svelta pieghevolezza. Si muoveva piano e parlava piano; ma con questo non c'era cascaggine in lei; anzi la circondava una grazia composta ed uniforme, tanto più efficace quanto meno era dato scorgere da che derivasse. Un pallore più diffuso e costante che la sorella non avesse facea meglio spiccare uno sguardo pensoso che non vi veniva incontro ma piuttosto rimaneva e s'indugiava nel fondo degli occhi nerissimi. Così pure da quel pallore era meglio rialzato il volume scuro e abbondante dei capelli. C'era in somma tra l'una e l'altra una grande somiglianza di famiglia: la signorina Lucia era come un'ombra di Caterina che si mostrasse all'ora mesta ed incerta del crepuscolo; la signora Caterina era una Lucia che apparisse ad un tratto insieme con la luce del giorno e sotto lo zaffiro del cielo.

La conoscenza fu fatta presto con quella semplicità di modi e di affetto che non è ancora perduta in provincia come non si trova più nei grandi centri. Eravamo buoni amici, dopo poche ore di conversazione, e ci conoscevamo da un anno, quando la sera ci raccogliemmo sulla terrazza a discorrere del più e del meno e a contemplare l'ampia distesa del mare. Dopo un'oretta passata a questo modo, il signor Calitri padre propose che si andasse di là, nel salottino, così per ripararsi dall'umido come per dar prova del suo riconosciuto valore al gioco del tressette. Erano venuti, come solevano tutte le sere, i tre suoi compagni, senza dei quali non gli pareva di poter vivere e co' quali si scambiavano a tavolino le più fiorite insolenze e le più iraconde minacce. Per farlo contento, lo seguimmo tutti: e noialtri, i due sposi e la signorina Lucia ed io, sedemmo poco discosto dal campo dei giocatori, un po' guardando alle vicende della lotta, un po' ripigliando il filo d'un discorso, ch'era poi rotto sul più bello dagli scoppi di voce o dai pugni energici di uno dei giocatori.

Fu rapida la scena che seguì fra noi e parve non avere importanza, a giudicarne dal silenzio che l'accompagnò e che quasi la lasciò cadere nell'indifferenza. Le due sorelle naturalmente, non se ne impensierirono; e, se debbo dire la verità, io stesso non ne fui colpito così forte come si potrebbe credere. Caterina e Giacomo si dicevano non so che cosa a bassa voce con quella intimità che è la voce stessa dell'affetto. La signorina Lucia era volta dalla mia parte con la serenità pensosa dei suoi grandi occhi neri che vi guardavano dentro. Taceva, né io osavo disturbare quel suo silenzio. Si riscosse ad un tratto, come se una mano la sfiorasse sul collo o una voce misteriosa la chiamasse. Si chinò sollecitamente, raccattò qualche cosa che non mi riuscì alla prima di distinguere.

- Signor Giacomo - disse, piegandosi un po' con la seggiola verso di lui e sporgendo il braccio - v'è caduta la pietra dell'anello -.

Era niente, ma fu pel povero mio amico un vero colpo di fulmine. Si volse e fece per parlare; ma la sua bocca ebbe quella medesima contrazione che il tenente d'Abresci aveva già notato altra volta.

Gli tremavano le labbra fattesi bianche. Si guardò prima alla mano sinistra. Allungando poi le dita per prendere la pietra che gli era presentata dalla signorina Lucia, fisò in volto di costei gli occhietti grigi e lucidi per una scintilla che vi guizzò dentro. Né disse motto. Evitò di guardare in tutti i modi dalla mia parte, e soffriva molto - come io vedevo bene - dal sentirsi osservato. In silenzio e con atto involontario trasse di tasca un suo portafogli, lo aprì, vi ripose dentro la corniola, lo rintascò, si abbottonò il soprabito dall'ultimo al primo bottone. Tacevano tutti. Alla signora Caterina l'incidente non era sembrato di tale importanza da meritare una qualunque osservazione. Un momento, quando il marito aveva preso la pietra dalle mani della signorina Lucia, avea fatto per stendere la mano e per vedere; ma il signor Giacomo a quell'atto naturalissimo avea risposto ritraendo la propria con prestezza e nascondendo l'oggetto raccolto. Dopo un poco, durando il silenzio e l'ostinazione di lui a non voltarsi dalla mia parte, io chiesi il permesso di ritirarmi in camera mia. Ci alzammo tutti, anche i giocatori che intanto aveano aggiustati i loro conti. Ci separammo, dandoci la buona notte. Dovendo io tornare a Napoli il giorno appresso e partire nelle prime ore del mattino, mi accomiatai ringraziando. Il signor Calitri e la signora Caterina furono soli a darmi il buon viaggio; la signorina Lucia si contentò di stringermi la mano, in quanto al signor Pepe, non diè segno di avvedersi di me: seguitava a tacere e a tener gli occhi inchiodati in viso alla giovane cognata. Non era più di questo mondo. Io lo compativo dal fondo del cuore; ma anche questa volta pensai, mentre me n'andavo a letto, che l'agitazione del mio povero amico avrebbe prima o dopo trovato il riposo e la calma.

M'ingannavo. Tutti gli avvenimenti che seguirono parevano apparecchiati a posta e guidati da una mano cappricciosa e maligna che si volesse prender giuoco delle previsioni più sicure sulla nostra facoltà di analisi e sulla superba nostra conoscenza del cuore umano. Non si è mai dato il caso, per quanto io ne sappia, che un carattere si sia svolto in condizioni così contrarie alla sua stessa natura e che un uomo si sia mostrato così diverso da sé stesso. Ho pensato tante volte, quando questa storia m'è tornata in mente, a quella singolare pretensione dei critici di arte, i quali cercano e vogliono così nelle commedie come nei romanzi che le creature della fantasia «conservino il loro carattere» dal principio alla fine dell'azione. Si vuole, in altri termini, trovare nella copia quel che non è nell'originale; alla vita fittizia si chiedono quei caratteri che mancano alla vita reale.

Ebbi dal tenente d'Abresci le prime notizie di quella trasformazione. Non vi prestai molta fede, ma una curiosità istintiva mi pungeva perché andassi a vedere. D'Abresci era stato a Maiuri a fare una visita agli sposi, e vi s'era fermato due giorni, costretto da ogni sorta di cortesia dal vecchio signor Calitri, che aveva scoperto sotto la divisa dell'ufficiale un perfetto conoscitore del tressette e di altri giuochi affini. Anche questa volta, come la prima, egli mi domandò che «cosa avesse» quel povero Pepe, quasi io ne potessi essere informato meglio di lui che veniva di là.

- Ma che ha? - domandai a mia volta.

- Ha che non si riconosce più. È diventato mezzo. Si vede che il matrimonio gli ha fatto male. Non te lo dicevo io? -

Il tenente era di quelle persone che prevedono tutto, che sempre si trovano di aver detto tutto, e che un suicidio o un assassinio mette al colmo della gioia, perché viene a provare luminosamente la loro seconda vista. Quando ebbi sbrigate alcune mie faccende, scrissi due righe al signor Pepe, avvertendolo della mia prossima visita. Non n'ebbi risposta, il che non valse che ad accrescere la mia curiosità. Partii senza aspettare altro: volevo vedere e toccare con mano.

Al mio primo giungere, mi avvidi che su quella casa incombeva un'aria greve di mistero e che da tutte le persone di famiglia, per quanto si studiassero di atteggiarsi alla spensieratezza ed al sorriso, si stava nell'aspettazione di qualche cosa. La signora Caterina e il padre mi accolsero con molta festa, e vidi in effetto che la mia presenza li rincorava come quella di un amico. Dopo un poco, che si stava così sui convenevoli e sulle espansioni, apparve la signorina Lucia, nella quale mi parve di scorgere una pallidezza più tetra e una più profonda nerezza di occhi. Mi porse la mano amabilmente, ma senza fare atto di sorpresa o di molto compiacimento nel vedermi. Come l'altra volta, mi fisava senza guadarmi. Mi sedette vicino e rispose piano e breve a qualche mia domanda, chiudendosi subito dopo in quella nube di silenzio che l'avvolgeva. Il signor Calitri faceva di tutto per tener su la conversazione, parlandomi a sbalzi delle vicende della sua partita. La signora Caterina dissimulava molto bene una sua nervosità, alzandosi a tutti momenti, col pretesto di «andare a vedere» come mai quello smemorato di Giacomo non si mostrava, pur sapendo del mio arrivo. Alla fine, per toglierli da quell'impaccio tormentoso, feci io stesso la proposta di andare un po' sulla terrazza a prendere una boccata d'aria. Né di Giacomo si parlò altrimenti, né all'ora del desinare lo si vide a tavola. Mandò a dire che un fiero mal di capo lo tratteneva in camera e che desiderava di abbracciarmi.

Non me lo feci dire due volte e andai subito a trovarlo. Entrate - mi disse - rispondendo alla mia bussata. Si alzò da sedere e mi venne incontro stendendomi la mano. Non l'avrei forse riconosciuto senza di questo. La mano era scarna e ardeva come per febbre. Tutto lui, nella persona e nel viso, mostrava una floscezza morbosa com'è quella di certi uomini grassi che si affidano per dimagrare alle droghe dei cosidetti segretisti, il viso, tutte rughe, era coperto di un pallore cadaverico: solo i pomelli erano rossicci: e così pure negli occhietti grigi si concentrava un lustro dell'antica vitalità, tenuti aperti da un fremito e nervoso, quasi un sussulto, delle palpebre grinzose e molli.

- Mio buon signor Giacomo - gli dissi - ho da farvi i miei rimproveri, perché rispondete così male all'affezione che vi porto. Perché non mi avete scritto? Sarei venuto prima, se avessi saputo che potevate aver bisogno della mia amicizia.

- Grazie - rispose finalmente, e ritirò la mano dalla stretta della mia. Tornò a sedere nella sua poltrona accanto alla finestra e ripetette due volte, forse senza saperlo: - Grazie, grazie.

- Grazie di che? - esclamai, studiandomi di dare alle mie parole un tono alto ed allegro e di riscuoterlo a questo modo -. O si è amici o non si è, che diamine! Ho bisogno dei vostri danari, vi scrivo; avete bisogno dei miei servigi, me li chiedete. C'è un po' d'egoismo in questo, capite. Do ut des. Ma l'egoismo è pure un bel sentimento, quando trova corrispondenza. Non pare così anche a voi? Due egoismi presi insieme fanno un'amicizia o un amore -.

Mi accorsi che non mi ascoltava; forse non mi udiva nemmeno. Ma non mi diedi per vinto; avendo soltanto tastato il terreno, volli procedere animosamente e attaccare il nemico corpo a corpo.

- Bravo! - dissi - il vostro silenzio è una approvazione o una confessione. Alzo la mano e vi assolvo. Ma perché non dirmi subito l'animo vostro? che cosa vi accadeva? che cosa vi accade?-

Avevo colpito giusto.

- Che m'accade? - domandò trasalendo. - Niente accade che non debba accadere.

- Già, il Fato antico; ma con questo non mi avete risposto.

- Che volete sapere? già sapete tutto voi.

- Può darsi, e non voglio insistere. Non vi domando dei fatti, non cerco rivelazioni. Mi contento di molto meno, caro signor Giacomo. Come state? ecco tutto. Mi preme sopra ogni cosa la vostra salute.

- Vi pare ch'io stia male?

- Oh no, non dico. Un po' giù, ecco, un tantino diverso da quello d'una volta -.

Crollò il capo lentamente e un sospetto di risolino gli contrasse le labbra.

- Una volta - balbettò dopo un poco - io ero quello che sono adesso. La giornata di oggi non ci potrebbe essere senza quella di ieri. Tra l'una e l'altra passa la notte, questo sì. Che cosa accade nelle notte? Si sogna. Quando la luce torna, i sogni se ne vanno lontano nella ragione delle ombre? Io ho sognato, ho sognato, ho sognato -.

Alla terza ripetizione, detta con voce sempre più fioca, alzò gli occhi dalla mia parte e mi fisò stupito come se in quel punto si accorgesse della mia presenza. A poco a poco, brillò in quegli occhi una luce di ricordo e d'intelligenza. Non so bene se fosse una luce o una lagrima. Appoggiò le mani ai bracciuoli della poltrona, si levò a grado a grado, fisandomi sempre, fece un passo dalla mia parte. Poi, in un impeto irrefrenabile, gettandomi le braccia al collo, nascondendo la faccia sulla mia spalla, si diè a piangere e a singhiozzare come un bambino.

Sperai che quello sfogo gli avrebbe fatto bene e non ne lo distolsi. Ma anche questa volta la mia speranza fu vana. Dopo cinque minuti di quel pianto infantile, il signor Pepe tornò in calma, si asciugò gli occhi e mi diè la buona sera. Era un congedo bell'e buono. Inutilmente lo interrogai; non mi venne fatto di cavargli di bocca una sola parola. Uscii da quella camera col cuore stretto e col fermo proposito di agire più energicamente il giorno appresso, giovandomi del concorso del signor Calitri, della signora Caterina ed anche, occorrendo, della signorina Lucia.

* * *

Quello che vidi però valse a fare abortire i primi miei tentativi. Le mie domande, per discrete che fossero, erano accolte con una paurosa diffidenza, la quale si nascondeva ora dietro un sorriso, ora dietro una distrazione, ora dietro un subito mutar di discorso. Era forse gradita la mia compagnia; non così il mio spirito inquisitore. Lo stesso signor Giacomo, uscendo di camera sua e girando per la casa, mi facea quasi veder chiaro di non voler essere colto a quattr'occhi e sottoposto a un altro interrogatorio come quello della sera precedente.

Non potendo altro, stetti in osservazione, e trovai intanto un pretesto plausibile per giustificare la mia partenza di lì a tre giorni, mentre prima avevo detto di trattenermi da loro una settimana.

Osservai molte cose e nulla; ripartii per Napoli, profondamente turbato da niente. Il mistero rimaneva per me un mistero ancora più fitto prima; disperavo di scoprirlo. E d'altra parte, che interesse poteva essere il mio d'immischiarmi nei fatti altrui?

Questo vidi in quei tre giorni, che così all'ora del desinare come a quella della cena, il signor Giacomo non si fece attendere, anzi fu sempre il primo ad occupare il suo posto. La conversazione, a tavola, non era molto vivace; e la sostenevano con grandi sforzi il signor Calitri e la signora Caterina, ai quali io mi studiavo di soccorrere alla meglio, benché fossi distratto da altro. Guardavo di sfuggita, e quando potevo esser sicuro di farlo impunemente, ai due personaggi muti che sedevano di fronte l'uno all'altro. La signorina Lucia taceva, forse per indole; l'altro, per quello strano male che lo avea preso, e che mi pungeva di sapere. A momenti un gran silenzio piombava su tutti, ed era solo interrotto dal rumore che facevano insieme le scodelle portate via dalla fantesca. Notai che, dei cibi serviti in tavola, il signor Giacomo poco o nulla assaggiava. Di rado abbassava gli occhi nel suo piatto. Li teneva fisi di fronte a sé quasi attratti da un potere sovrumano sulla personcina delicata della signorina Lucia, su quel visino cereo splendente sotto quella massa magnifica di capelli neri. Ella non si sottraeva a quella ostinata contemplazione, forse non la sentiva; forsanco la circondava quella sua abituale tranquillità di persona assorta. Nondimeno, se per caso le si volgeva una domanda, non rispondeva subito o anche non la udiva. Agli scoppi di voce del padre, alle risate della signora Caterina che volevano essere ed allegre, né trasaliva né rideva. Alle frutta, si levava dal suo posto, faceva un piccolo cenno del capo, si allontanava prima ancora che il caffè fosse servito. Noialtri si rimaneva in tre, ma per poco. Il signor Giacomo era preso da una certa apprensione; si voltava intorno con sospetto; si scoteva ad ogni menomo rumore; origliava: prendeva a due mani la tazza del caffè; se l'accostava alle labbra tremando, la vuotava in un sorso. Poi si alzava anch'egli da sedere, usciva sulla terrazza, guardava in giardino, tornava dentro, girava per tutte le stanze, evitava la compagnia nostra.

- Così fa sempre - mi disse la signora Caterina. - È la sua passeggiatina del dopo desinare. Bene bene non sta; ma come si fa a star sempre bene? -

Quello stesso secondo giorno, volli anch'io uscire sulla terrazza, precedendovi il signor Calitri che intanto dava fuoco alla sua pipa. Mi accostai al parapetto e mi vi appoggiai sopra. Naturalmente, guardai di sotto; e la prima cosa che chiamò la mia attenzione fu una figurina di donna che leggermente si muoveva in fondo al giardino, quasi temesse di calpestare l'erba dei viali. Era la signorina Lucia. Dopo un poco, da un altro viale vidi spuntare il signor Giacomo, il quale andava verso quella medesima parte senza distorglierne gli occhi un momento, senza badare dove mettesse i piedi e se urtasse in una siepe o calpestasse un'aiuola. Ma la distanza tra le due figure non mai scemava di un passo. In lei, si sarebbe detto, c'era il senso e la paura di quella muta persecuzione. La personcina leggiera percorreva tutto il viale, entrava in un altro, si avvolgeva fra l'ombra delle piante, scompariva ricompariva; e sempre dopo di lei, con lo stesso passo, col medesimo sguardo fisso, con la stessa ansietà misurata, appariva e scompariva l'ombra del signor Giacomo. Non mi allontanai dal mio posto di osservazione, nemmeno quando il signor Calitri e la signora Caterina mi vennero a fianco e tentarono con modi accorti di ricondurmi dentro; non me ne allontanai, se non quando vidi tornare verso la casa la signorina Lucia, e dopo un poco il signor Giacomo; rientrare, girar per tutte le camere, e poi anch'essi sulla terrazza, non tanto per raggiungere noi, quanto per cercarvi un luogo di rifugio e di riposo.

Anche questo inseguimento, come altre cose nella vita dell'amico Pepe, aveva in sé molta parte di comico e molta di mistero. Questo era certo che di mente o di corpo egli non era sano.

Che ci poteva fare io? e d'altra parte chi è che mi chiamava a far qualche cosa? Una idea rapidissima m'avea rischiarata la mente per ripiombarla subito dopo nelle tenebre più fitte, al modo stesso di un lampo in una notte burrascosa. Credetti scorgere che in quel punto stesso la signora Caterina mi guardasse con apprensione; ma forse m'ingannavo, perché, voltandomi a lei, la vidi sorridere con piacevolezza e la sentii dire un sollecitudine:

- E così, gli è proprio vero che ci lasciate subito?

- Domani di buon mattino. Come si fa, quando si è legati alla catena del lavoro?

- Tornerete?

- Se non vi dispiace.

- Oh, vi pare, Può anche darsi, se non fate presto a tornare, che veniamo noi a farvi una visitina a Napoli.

- Ah?...

- Sì, verremo tutti, anche il papà e Lucia.

E allora vi piglieremo con la forza e vi ricondurremo qui -.

Si studiava di essere scherzosa. Né il marito né la sorella misero una sola parola nella breve conversazione. Solo il signor Calitri la punteggiò di «oh» e di «ah» che volevano essere espressione di cortesia, di rammarico, di desiderio o di niente.

Meno informato di prima, e certamente molto più impensierito, partii la mattina seguente, proponendomi di stare un bel pezzo per tornare a Maiuri, anzi di aspettare con pazienza di essere pigliato di peso e portato via. Non avea detto la signora Caterina che sarebbero tutti venuti a Napoli?

* * *

E così fu che accadde precisamente il contrario: L'uomo propone e Dio dispone. E così fu che tre mesi passarono - né lunghi né brevi - perché gli è già gran tempo che la mia vita non ha le impazienze tormentose che la indugiano né gli struggimenti che l'accorciano. I venti giorni trascorsi in un'ora e il minuto che vale un secolo sono misteriose esagerazioni a cui soltanto l'amore si aderge; quando l'amore, per fiacchezza di ali, si contenta di essere terragnolo, i giorni si succedono ai giorni e son tutti della stessa misura. Dicevo dunque una cosa vecchia, cioè che l'uomo propone e Dio dispone. Ricevo una mattina un telegramma. Apro, leggo: «Venite subito, indispensabile vostra presenza - Caterina ». Era da Maiuri. Arzigogolai un pezzo, come si suol fare con una lettera prima d'aprirla per indovinare chi l'abbia scritta, quando sarebbe tanto più semplice strappare la busta e guardare alla firma. Che poteva essere accaduto? a che potea giovare l'opera mia? che novità mi aspettava? E via di questo passo. Ne tenni parola anche al conte D'Abresci, al quale feci pure la proposta di venir con me. Accettò di buon grado, dopo avere anch'egli cercato inutilmente di penetrare il mistero. Tutto il giorno se ne passò a questo modo. Partimmo alla mattina seguente, sforzandoci di persuadere a noi stessi che il nostro ritardo non avrebbe portato alcun danno e che sempre a tempo saremmo arrivati sul teatro degli avvenimenti.

Ho nominato il D'Abresci, perché é oggi l'unica persona che potrebbe e vorrebbe attestare la verità dei fatti, così variamente interpretati. Con me egli ne fu testimone. Son passati oramai parecchi anni da quella sera spaventuosa: il signor Calitri non è più di questo mondo e la signora Caterina, partita dopo poco da Maiuri, l'ho perduta di vista.

Prima o dopo che fossimo giunti, le cose non avrebbero mutato aspetto. Credo anche adesso che la signora Caterina, in un'ora di turbamento, m'avesse battuto il telegrafo obbedendo a quella esaltazione che nelle donne è così frequente e che muta le cose di sana pianta o le crea. Mi venne incontro frettolosa, non appena m'ebbe scorto di lontano; non s'accorse lì per lì dell'amico che m'accompagnava. Con parole rotte e confuse e con le lagrime agli occhi mi parlò della disgrazia terribile che li minacciava tutti; una doppia disgrazia; non c'era più rimedio; da più di un mese Giacomo era mutato affatto, ma, in questi ultimi giorni, avea dato in frenesia, era diventato spaventevole. No, non già che fosse ammalato; non avea la febbre. Non si sapeva, o forse si sapeva troppo, quel che avesse. La mia presenza lo avrebbe forse ricondotto ad altri pensieri. Farneticava sempre con quel suo anello maledetto. Che storia era quella? La sapevo io? In somma, non c'era da perder tempo; entrassi in casa, vedessi da me. Almeno una delle due sventure si potesse scongiurare! una sola: l'altra era scritta nel libro del destino.

La signora Caterina non aveva mai detto tante parole insieme e così disordinate. Per una parte, ebbi subito a riconoscere che le sue erano esagerazioni; o almeno, se avea detto il vero, la condizione delle cose da un momento all'altro era mutata. Vidi il signor Giacomo di lì a pochi momenti. Mi salutò con affetto, abbracciandomi. Era più calmo dell'altra volta. Si scusò pel il momento non mi teneva compagnia, come sarebbe stato suo desiderio. Doveva andar di là. Io stupivo, e mi voltai verso la signora Caterina che in un cantuccio della stanza parlava a bassa voce col D'Abresci. Quando fu giunto sulla soglia si fermò in tronco come risovvenendosi; mi si accostò di nuovo. - Parleremo stasera, disse; non posso per ora -. E tirandomi a sé e mettendomi le labbra all'orecchio, mi susurrò con una voce tremolante e piena di lagrime: - Sapete? mia moglie muore -.

La sera venne, ma non venne il signor Giacomo in camera mia. Né io lo aspettavo. Tutta la gionata, un silenzio triste, lugubre, pesò sulla casa. Io non osavo romperlo, non mettevo il piede fuori di camera mia, di tanto in tanto sporgevo il capo dall'uscio per fare qualche domanda, per avere qualche informazione, per cogliere qualche parola. Di ora in ora, di momento in momento, le notizie erano più gravi; alla nessuna speranza era succeduta la certezza della disgrazia, e quasi - debbo dirlo? - l'impazienza. Non mi fermo su questo strano sentimento, da cui son prese tutte le persone che assistono un moribondo, siano o non siano parenti. La signorina Lucia moriva. Una malattia che non perdona, la più tremenda di tutte benché da chi non la conosce sia reputata la più poetica, consumava le ultime stille di quella giovane vita. L'agonia, come seppi dopo, fu lunga e tormentosa. Verso sera, non ebbi più notizie di alcuna sorta, non vidi più nessuno, il silenzio crebbe, o forse mi pareva più profondo, perché nessuno pensò a venire in camera mia a portarmi un lume. Ad un tratto, fu rotto da un clamore alto e sinistro che mi si ripercosse nel fondo del cuore, da uno scoppio di pianti che si ripercossero per tutta la casa, come se le stessi pareti avessero grida e singhiozzi. La tragedia era compiuta. La povera fanciulla era morta.

Si vegliò tutta la notte, né io voglio ora rattristare il lettore con una enumerazione di particolari noti, purtroppo! a ciascuno di noi. Una volta, poco dopo la mezzanotte, volli entrare anch'io nella stanza mortuaria. Quattro suore grigie, sedute ed a capo basso, salmodiavano. Splendevano, immobili nell'aria greve, le fiamme gialle dei ceri intorno al letto verginale. Mi accostai trepidando; mi chinai su quel corpo disteso che la bianca veste faceva parere più etereo. Avea le mani intrecciate sul petto stringendo un piccolo crocefisso di avorio. Il viso, avendo la medesima pallidezza che io prima le conosceva quando la povera ragazza era viva, non si sarebbe detto di persona morta. Piuttosto, era stanca e riposava: stanca della vita, chiusa ostinatamente in quella meditazione intima, che era il carattere degli occhi di lei. Ora quegli occhi erano chiusi per sempre e forse splendevano altrove. Le labbra non s'atteggiavano al sorriso; ma avevano forse sorriso altra volta, quando la vita le si apriva davanti con tutte le sue promesse? Uscii di là col cuore stretto come in una morsa. Rividi il giorno appresso; e mi studiai di confortare il buon signor Calitri, la signora Caterina, lo stesso Giacomo: conforto difficilissimo, perché in casi simiglianti si cercano invano delle parole nuove ed efficaci a una lingua ignota. Nei grandi dolori, il cuore non parla; si contenta di piangere, e forse coteste sue lagrime sono il conforto più eloquente e più sicuro d'effetto.

Il mortorio ebbe luogo la sera appresso, un'ora dopo il tramonto. Non vedemmo, trasversando la casa, nessuno della famiglia, perché tutti, come suole, erano stati accolti da certi loro amici vicini e così tenuti lontani dalla scena di dolore. D'Abresci ed io ci unimmo al modesto convoglio, proponendoci di seguirlo fino al cimitero di Maiuri e di assistere alla tumulazione. In pochi minuti ci trovammo fuori dell'abitato. Il tempo era scuro; e la sola luce che ci rischiarava la via campestre era quella rossiccia delle fiaccole che precedevano e seguivano la bara. Entrati in un sentiero traverso, costeggiammo un muro basso. Un cancello cigolò nell'ombra, aperto da un uomo con in mano una laterna. Passammo oltre, calpestando un terreno molle che ammortiva il rumore dei passi. Eravamo nel cimitero: un breve recinto, senza ricchezza di vegetazione o lusso di monumenti. Qua e là si alzava una croce o biancheggiava un marmo. Nella tenebra, in un punto che pareva molto remoto per lo stesso inganno degli occhi, si vedeva raccolto un gruppo di persone, rischiarate sì e no da una luce guizzante. Ci aspettavano. La cassa fu posata a terra.

- Badate - mi disse una voce e nel tempo stesso una mano mi trattenne. - C'è la fossa -.

Ci fermammo. Una curiosità dolorosa mi faceva stringere gli occhi e spingere gli sguardi in fondo a quella buca che vaneggiava ai nostri piedi. Un uomo ne venne fuori, portando in spalla una vanga.

- È fatto - disse, e si accostò alla cassa e fece atto di sollevarla. - Datemi una mano -.

Ci fu un rumore di funi striciate e poi uno sfregamento pesante della cassa sul terreno. Vidi quella massa nera che s'avanzava verso l'abisso. Vidi anche, in un momento che il raggio di luce girò rapido intorno a noi per un subito voltarsi dell'uomo dalla lanterna, vidi una figura genuflessa dall'altro lato della fossa. Mi parve, in quell'attimo, di riconoscerla. Nel punto stesso, D'Abresci, che mi stava accanto, esclamò:

- il signor Pepe! -

Avrei voluto andargli vicino, ritrarlo di là, ricondurlo a casa. Non n'ebbi il tempo. Un urto senza eco ci avvertì che la cassa era arrivata in fondo. Mi sentii sulle mani uno spruzzo d'acqua che mi gelò il sangue: era l'ultima benedizione del prete. Una voce bassa intuonò il requie pei defunti. Tutti cademmo in ginocchio, tutti pregammo e forse, nell'ombra che ci avvolgeva, piangemmo tutti. Io tenevo sempre gli occhi fissi verso quella parte, dove un momento avevo intraveduto l'amico Pepe. Non mi parve che la sua voce di preghiera si unisse a quelle degli altri. L'uomo dalla vanga e un suo compagno si avanzarono.

- Si farà presto - disse uno dei due uomini - la terra è molle, perché scavata di fresco -.

E diè della vanga in un monticello nero che gli sorgeva vicino. Si udì come una cascatella di terreno e poi un lieve percuotere di pietruzze sul legno.

Nel silenzio solenne e lugubre si levò un grido. Due volte fu ripetuto, e la seconda suonò con uno schianto, con un laceramento doloroso di voce e di anima: - Moglie mia! moglie mia! - Accorremmo tutti verso il signor Giacomo. Seguì un rotolamento ed un tonfo. Il giorno appresso, nel piccolo cimitero di Maiuri si dovette scavare un'altra fossa. E così fu che il signor Pepe scomparve, e il suo anello, dalla scena del mondo.

Tornado a Napoli, tra D'Abresci e me non fu scambiata una sola parola.

V

IL CASO DEL CAPITANO CANDIOLO

Parlo di persone vive. Anche a te, per un momento, darò parte della mia vita. Anche tu, dal regno delle ombre verrai qui, evocata dalla memoria del mio cuore. Prego la morte che ti dovrà tenere così lungamente che un solo instante ti ceda a me, che ti renda alla vita del mio pensiero stanco, del mio cuore assopito, che mi ti faccia vedere in viso come in quelle brevissime ore che passavamo insieme sul poggiuolo della terrazza, nelle tacite notti rischiarate dalla luna.

Solo, chiuso dentro me stesso, interrogando il mio passato, figgendo con ostinata impazienza gli occhi della mente nelle tenebre degli anni, io ti rivedo adombrata in una forma eterea e fuggevole, e sento quanta immensità d'ignoto ti separa da me, e mi crucio al pensiero desolato che forse nessun tempo verrà mai in cui potrò essere ricongiunto alla tua vita, ai tuoi sogni, alla tua gioventù fiorente, alla tua bellezza luminosa e terrena.

Le persone vive, che nominerò qui appresso, hanno tutte conosciute Manina. Il nome le stava bene per la piccolezza della mano, ed io così le dicevo; ma era veramente un vezzeggiativo di Maddalena. La chiamavano anche l'Andalusa, per la perfezione delle forme e la brunezza olivastra della carnagione. Era delicata senza esser magra, di giusta statura, vivacissima negli atti come sono un po' tutte le brune, mutevole nell'espressione del viso. Sorridendo, abbagliava; perché una stessa luce facea risplendere i denti bianchissimi fra le labbra fresche e coralline e la pupilla grande e nera dietro le lunghe ciglia. Se non che, sottentrava subito al sorriso un'espressione pensosa e maliconica, la quale era in lei più frequente, anche nei momenti di gioia. Si sarebbe detto che una naturale trepidazione la persuadesse a contenere i moti dell'animo. Certi sentimenti hanno la tenuità dei profumi delicati. Ella vi s'intrinsecava, li meditava, ne assoporava tutta la soavità, li voleva suoi. Non era triste in quei momenti, come ad alcuno pareva; e così pure non era lieta, quando facea suonar per la casa la nota squillante della sua risata. Allora io le domandava, per tormentarla: - Che cosa ti fa piangere? - Tutta quella luce ch'ella si spandeva intorno mi faceva male agli occhi; preferivo l'ombra mite del crepuscolo e il silenzio della notte. Perciò, quando me la vedevo comparire davanti tutta seria e raccolta, con quel viso bruno ombreggiato da un arruffio di capelli nerissimi, con quello sguardo profondo che mi fisava senza sorridere, le stringevo la mano rallegrandomi; ma non troppo forte, quasi mi pigliasse timore di destarla, o che davvero mi stesse davanti l'immagine della notte. - Adesso -, ella diceva, - sei più contento. Tu preferisci la notte -. E sorrideva un poco.

Questa non è una storia d'amore, né la stessa Manina vi ha gran parte; se mi son fermato a parlar di lei, gli è che ridestando il passato e indugiandosi in esso, ci si forma un momento la grata illusione di una gioventù rinnovellata. Se mi fosse lecito e se mi lasciassi andare al mio desiderio, la narrazione procederebbe qui per lo stesso corso, e del capitano Candiolo e del suo caso singolare non si parlerebbe altrimenti.

Col capitano e col prete de Paoli ci vedevamo tutte le sere in casa di Manina: strana compagnia. Ma il prete, come tutti sanno quelli che lo conoscono, è la persona più spregiudicata che abbia mai vestito sottana e ha molto minore dimestichezza con la Somma o con La città di Dio che non coi poeti di tutte le letterature e con le più libere filosofie. A volte prendeva a discutere col capitano su questo o quell'argomento, e la discussione, se pure s'alzava di tono, non diventava mai acre o personale. Tra i due, per dire, la verità, non sempre toccava al capitano il vanto di libero pensatore. C'era più libertà di raziocinio nella fede del prete che non ce ne fosse nell'ateismo del capitano. Questi negava, non tanto di proposito, quanto per quella infingardaggine di spirito che costituisce il fondo del nostro indifferentismo; quegli, prima di affermare, dubitava. - Per arrivare alla certezza - diceva - bisogna passare sul ponte del dubbio.

- Bravo! - ribatteva Candiolo - purché non si rompa. Quando una nostra compagnia ha da traversare un ponte, noi comandiamo: «Rompete il passo». Così il ponte resiste. Perciò, voi dubitate a modo vostro ed io a modo mio.

- Negando?

- Negando.

- Vale a dire affermando. La negazione parte dal no per arrivare al no e per affermarlo; il dubbio è più logico: parte del se per arrivare al sì -.

Qui la discussione si scaldava; e, come suole, dopo molte parole scambiate, i due avversari si tenevano ciascuno la propria opinione e la suggellavano in una stretta di mano e nella promessa di riprendere a miglior tempo l'argomento.

Una sera, fra le altre, si venne a mezza spada. A de Paoli sfuggì una frase imprudente, cioé che le parole se le portava il vento e che la questione era di fatti, non di altro. Candiolo lo strinse da vicino, dicendo di voler vedere i fatti: allora soltanto avrebbe creduto. Ma che specie di fatti? Anche Manina, punta dalla curiosità, si mostrò disposta a parteggiare pel capitano. Io tacevo e guardavo il povero de Paoli, per vedere come se la sarebbe cavata.

De Paoli si strinse nelle spalle e crollò il capo.

- Forse avete ragione - disse; - certe cose non si toccano con mano. Si potrebbe tentare, però.

- In che modo? - domandammo ad una voce.

Egli non rispose e ci guardò uno dopo l'altro con l'occhio del magnetizzatore che cerchi un soggetto: un occhio acuto e sfavillante. Il capitano rideva sotto i baffi, aspettando.

- E così? - domandò dopo un poco.

- Ecco qua - rispose de Paoli - l'esperimento non si può fare, perché voi riderete.

- No, no staremo seri.

- Se fosse possibile. Ma qui si tratta nientemeno d'interrogare una tavola.

- Ah, ah! - fece il capitano. - Capisco. Ho assistito a molti di questi esperimenti. E poi?

- E poi si vedrà.

- Si vedrà che la tavola gira?

- Può darsi: ma non è questo che voglio dire. Si vedrà se c'è fra noi quattro il mezzo di ottenere i fatti.

- Caro de Paoli - venni su io; - siate franco: voi non volevate dire il mezzo; volevate dire il medium. Non è così? -

Senza volerlo, ridemmo tutti: anche de Paoli.

- Già - disse - avete indovinato il mio pensiero. Ma vedete che a ridere sono io il primo. E non è lecito ridere.

- Sfido io! - esclamò Candiolo. - Come si fa a star sulla sua, quando si tratta di ammettere in conversazione anche i tavolini e le seggiole? Non c'è più verso di star soli. Io non so sopra quali uomini mi metto a sedere e che re e imperatori mi vengono a scricchiolare in camera. Ve lo figurate? Ebbene, l'altra sera capito in casa dell'amico Marino: un uomo di talento, come sapete. Parlava da solo. Lo saluto, non mi risponde. Se ne sta in atto d'ossequio chinato davanti a un suo tavolinetto a tre gambe e lo chiama Maestà. Ci volle il bello e il buono per farlo tornare in sé. Sapete a chi parlava? Ve la do a indovinare fra mille. Parlava nientemeno a Stanislao, re di Napoli -.

Il capitano era molto contento della sua storia. In quei giorni si parlava molto a Napoli, e si discuteva con calore, d'ipnotismo, spiritismo, tavole volanti, medianità e altre diavolerie. I begli umori vi si esercitavano; i credenti nella novella fede dei mobili se ne stavano cupi e stizzosi, quando non pigliavano a battagliare con parole dette o stampate. Tra gli uni e gli altri, come suole, c'erano i neutrali che si contentavano di ascoltare e di sorridere; quei cosiffatti neutrali, ai quali è data la profonda sapienza di stare a vedere quel che gli altri fanno e di non farsi mai vedere a far qualche cosa.

Dunque, ci accordammo subito, vincendo le ripugnanze dell'amico de Paoli, il quale non cercava di meglio che di lasciarsele vincere. Detto fatto, fu presa una tavola, vi ci mettemmo a sedere intorno, giurammo con una solennità, nella quale entrava una punta di comico, che avremmo taciuto con reverenza, cedendo al prete la direzione della cosa.

Non starò a descrivere i particolari e l'andamento del rito. Son cose note e non fanno al proposito. La tavola era quadrata e d'abete grezzo. Noialtri ci eravamo posti uno per lato, con le mani distese sul piano bianco, co' visi intenti, in aspettazione di non si sapeva che cosa. Passarono dieci minuti, che mi parvero un'ora; venti e trenta, che mi fecero l'effetto di un secolo. Niente accadeva, all'infuori di qualche scricchiolio come quelli che fanno le fibre del legno quando soffrono del caldo o del freddo.

De Paoli disse con voce imperiosa:

- Silenzio! -

C'era stato uno scricchiolio più forte. Nessuno parlava. Il capitano sorrideva sempre sotto i baffi, benché si facesse pigliare da un certo sopore che stava lì lì per risolversi in uno sbadiglio.

- Che fai? - chiesi a de Paoli, vedendolo che alzava la mano sinistra.

- Interrogo - rispose.

E diè tre colpi con le nocche delle dita sul piano della tavola.

- Se ci siete - disse - rispondetemi allo stesso modo -.

C'era da tenersi i fianchi dal ridere, ma non bisognava farsi scorgere. Tanto per mostrare il grande interesse che si prendeva all'esperimento, piegammo tutti un po' il capo e tendemmo l'orecchio.

- S'ha da abbassare il lume? - domandai come se facessi una mezza insinuazione.

- No, aspettate - rispose de Paoli.

Aspettammo. Realtà o illusione che fosse, qualche cosa si udì. La udimmo tutti, e però l'illusione, se tale era, fu di tutti. Tre colpi ben distinti, a distanza eguale, furono battuti nel legno. Non venivano di sotto; nessuno di noi gli avea battuti di sopra; uscivano, dirò così, dalle viscere dell'abete. Il capitano ed io ci guardammo. Manina, nella sua semplicità tranquilla, disse semplicemente:

- Ha risposto. Vuol dire che c'è.

- C'è - confermò de Paoli. - Lasciatemi interrogare -.

E chinandosi sulla tavola e parlandole come a persona viva, soggiunse:

- La solita convenzione. Tre colpi per rispondere «sì», due colpi pel «no». Siamo bene intesi? - Da capo si udirono i tre colpi, più deboli questa volta.

- Bene - proseguì de Paoli. - Se voi avete avuto modo di manifestarvi, vuol dire che fra noi quattro c'è un medium. Sono io il medium? -

La risposta si fece attendere; fu appena percettibile. La tavola, o chi le stava in corpo, diceva di no.

- È medium il mio amico a destra? - Due colpi.

- È medium il capitano?

- Oh, oh! - fece il capitano. - sarebbe bellina davvero. O che le piglia alla tavola? Non fate il chiasso, vi prego; non spingete.

- Ma io non spingo - assicurai. - Vedete come tengo le mani -.

La risposta c'era stata. La tavola avea dato due colpi violenti urtando nella pancia del capitano.

- Non sono scherzi che si fanno - disse questi. - Ma io vi giuro...

- Permettete - s'interpose de Paoli. - Parlo io. Non resta che una sola persona. La signorina Manina è medium? - La risposta fu punta ed energica. La tavola si sollevò dalla parte di Manina, la quale sedeva dirimpetto a de Paoli, e battè in terra co' due piedi tre colpi.

Il capitano disse:

- Bravo de Paoli! -

Io ero perplesso. Manina non rideva. De Paoli guardò con occhio pietoso al capitano e poi tornò ad interrogare la tavola:

- Scusateci. Siamo tardi e grossolani. Vorremmo una risposta più precisa, più vostra.

È medium la signorina Manina? -

La tavola, questa volta, rimase immobile.

Tre colpi poderosi rintronarono, facendo tremar la camera. Venivano dall'alto della parete a destra, come se la palma di una mano gigantesca vi avesse percosso. Tutti alzammo gli occhi. Il capitano sorrideva un po' meno, ma sorrideva. In quanto ad aver sonno e a sbadigliare, non ci pensava più.

- Grazie - bisbigliò de Paoli.

- Grazie che? - venne su il capitano. - Io non ho visto niente. Che la signorina Manina sia medium, mi fa tanto piacere. Capirete però...

- Capisco tutto - interruppe il prete. - Non vi basta la tavola.

- Niente affatto, a meno che non fosse imbandita.

- Non fate dello spirito, ve ne prego.

- O che solo le tavole ne hanno da avere?

- Voi volete vedere altro.

- Naturalmente. Vedere, non già sentire, intendiamoci bene.

- E non avrete paura?

- Oh, oh!

- Nemmeno se lo spirito si mostrasse in persona?

- Graziosa davvero! Vorrei proprio vedere com'è fatta la persona dello spirito.

- E se poi viene?

- Venga. Venga pure chi vuole. Allora crederò a tutte le vostre stregonerie. Venga Alessandro il Grande, venga Leonida, venga Ildebrando, siamo qui.

- E se viene un vostro parente?

- Venga, tanto meglio. Crederò più presto -.

Il capitano era nervoso, benché si sforzasse di fare il disinvolto. Non avevamo più le mani sulla tavola. Manina s'era alzata ed era andata a sedere nel suo cantuccio di canapè. Io la guardai e feci per andarle vicino. Era pensosa, seria, fisava nel vuoto quella sua pupilla nerissima. Più che mai mi parve l'immagine della notte.

De Paoli si accostò al capitano, gli posò una mano sulla spalla, gli bisbigliò qualche parola all'orecchio.

- Che sciocchezze! - esclamò il capitano. - E sia, ci consento.

- De Paoli - domandai io - che cos'ha Manina?

- Niente, niente. Incomincia lo stato ipnotico. - Avete detto...?

- Lo stato ipnotico. Lasciate fare -.

Alzò la mano verso il lume e ne sbassò la fiamma. Rimanemmo in una mezza oscurità.

- Adesso aspettiamo - disse de Paoli a voce contenuta. - sediamo qui, vicino alla signorina. Voi tacete -.

Poi, volgendosi a parlare a un essere invisibile, soggiunse:

- Voi avete inteso il desiderio del capitano? So che non è facile. È una grazia speciale che vi domando. Ipnotizzate il medium, come vedo che già tentate. Credo che sia la via migliore -.

Stette un momento in sospeso e porgendo l'orecchio, poi riprese a dire:

- Formulerò meglio la domanda: il capitano Candiolo vorrebbe ottenere di poter comunicare con un suo caro parente.

- Prego, prego - s'interpose il capitano - non vorrei che si tirassero in mezzo le cose sante. Si scherzi finché si vuole -.

De Paoli che, pareva non averlo udito, prese un tono solenne e disse con voce alta ed imperiosa:

- Il capitano Candiolo desidera parlare con l'anima di sua madre. È possibile? Rispondete -.

Il silenzio era profondo e pauroso. Un suono fioco rispose dalla parte di Manina:

- È possibile -.

E nel punto stesso, volgendoci tutti verso di lei, la vedemmo che reclinava il capo e lentamente s'abbandonava con tutta la persona sul canapè. Ve l'adagiai meglio, non senza provare un tormentoso batticuore. Non indovinavo quel che stesse per succedere. La voce di Manina non era stata la solita. Manina dormiva.

Quel che seguì è così fuori dei limiti del naturale, che non troverà fede presso i lettori. Ma chi di noi può dire con sicurezza quali siano i limiti del naturale? Io narro, non discuto: non difendo l'ipnotismo o lo spiritismo: lascio i miracoli agli uomini della scienza. Certo, se potessi tornare indietro con gli anni, se mi fosse dato far rivivere i morti, se mi si proponesse di ripetere il terribile esperimento di quella notte, darei piuttosto dieci anni di vita.

La respirazione di Manina era lenta e affannosa; ma sul viso, non che rivelarsi alcuna sofferenza, le si dipingeva una gioia serena, una ineffabile soavità di sorriso.

- Mi udite? - domandò de Paoli chinandosi verso di lei.

- Sì - rispose ella debolmente.

- Potrete rispondere alle mie domande?

- Provate, non so.

- Dove siete ora? -

Il sorriso di Manina divenne luminoso; ma nessuna parola ne venne fuori dalle labbra.

- Dove siete? - insistette de Paoli.

- In alto, in alto. Una regione abbagliante di tanti soli. La luce mi penetra ed io la respiro. Non mi fa male. Non posso dire altro. Non m'interrogate. Sono con lei che m'accompagna e mi sostiene.

- Con lei, chi? - domandò de Paoli.

Nessuna risposta. Il volto di Manina si fece un poco più pallido e il sorriso disparve. Dopo un poco, disse senza muovere le labbra, con parole sospirate più che articolate:

- Avrò paura. Mi lascerà sola. Non so dove sono. La vostra luce le farà male. Così dice.

- Dobbiamo spegnere?

- Sì.

- Allontanarci?

- Sì, meno lui.

- Candiolo?

- Sì. Basta. Non dite altro -.

Queste ultime parole furono appena udibili.

Suonarono come un addio lontano. Nel momento che de Paoli spegneva il lume, in quel rapido passaggio nell'ombra, io notai che il viso di Manina si faceva di una pallidezza cadaverica e che tutto il corpo s'irrigidiva. Forse era un giuoco della stessa luce o della fantasia esagitata. Ci ritraemmo in fondo del salottino, di faccia al canapè. Solo il capitano rimase al suo posto, sulla sua poltrona, aspettando.

Passarono così alcuni minuti. Il silenzio era profondo com'era profonda l'oscurità. Una strana oppressura ci mozzava il respiro. Di lì a poco si udì un bisbiglio; ma non pareva vicino a noi, tanto somigliava ad un'eco: l'eco di una melodia stanca, di una cantilena malinconica fatta di poche note appena sfiorate sopra una corda.

Mi sentii correre un brivido per tutta la persona. Mi protesi per afferar meglio quei suoni debolissimi. Un'altra voce vi si mescolava; una voce umana; pareva quella di Candiolo. Mi sembrò di udire; anzi udii certamente, un gemito represso, e poi due sole parole che m'agghiacciarono il sangue: - Mamma, mamma! - Il bisbiglio continuava; e così il gemito, che si mutò subito in un pianto trattenuto a stento. Sentii ancora la voce di Candiolo, che diceva: - Parla, parla - e poi da capo quel lungo bisbiglio che s'andava affievolendo, e poi un singhiozzo disperato. - Grazie, mamma - disse Candiolo - Sei sempre così buona. Io non ti vedrò più, non ti vedrò più! -

E scoppiò in singhiozzi convulsi, strazianti. Il bisbiglio misterioso era cessato. Ci levammo in fretta ed accorremmo. De Paoli accese il lume. Il capitano, con le braccia incrociate sulla spalliera della poltrona, col viso nascosto fra le braccia, piangeva come un bambino. Ci accennò con una mano di non volere essere disturbato, che ci scostassimo. Io guardai a Manina, fui preso da un terrore folle, gettai un grido, me le chinai sopra, la chiamai due volte per nome.

- Morta! morta! - gridai.

È impossibile descrivere lo spavento e la confusione di quell'ora. Anche il capitano si levò. De Paoli era atterrito, balbettava appena. Non si sapeva che fare. Manina era livida, fredda, stecchita. Le sollevai delicatamente le palpebre. Le pupilla era appannata, perduta nel bianco della cornea. Le posi una mano sul cuore. Non batteva.

- Un dottore! un dottore ! - esclamai, e feci per uscire.

Il capitano mi trattenne. Avea ripreso il domino di sé stesso. Avea da dire qualche cosa; nel momento supremo dell'addio l'avea dimenticata. Stessi fermo, gli dessi retta, rientrassi in me.

Udivo appena le sue parole, non le intendevo, guardavo esterrefatto a lui, a de Paoli, torcevo gli occhi da Manina.

- A che serve? - soggiunse Candiolo. - Il dottore non potrebbe far nulla. Non temete -.

Era un'irrisione quel suo conforto a non temere. De Paoli, che s'era chinato sul canapè, venne verso di noi. Era disfatto in viso, irriconoscibile. Aveva in mano uno specchietto.

- Ebbene? - gli domandai.

Rispose debolmente:

- Il polso non batte. La circolazione del sangue è arrestata. Le ho accostato lo specchio alle labbra. È morta...

- Sì, - confermò Candiolo - è morta. Ma non temete -.

Quella sua sicurezza era spaventevole. Temevo della mia ragione.

- Parlate - gli dissi con voce soffocata e stringendogli il polso fra le dita frementi -.

Parlate, ve ne scongiuro? Se è morta, non c'é da temere, lo so; ma nemmeno da sperare. Candiolo, ve ne prego, rientrate in voi stesso, lasciatemi andare!

- No - egli rispose - calmatevi voi. Io ho parlato con lei, con la mia cara mamma. Ve lo giuro sulla salvezza dell'anima mia, ve lo giuro per la mia parte di paradiso. Ebbene, me l'ha detto nell'ultimo momento, nell'addio, me l'ha susurrato. Ha portato l'ambra grigia. Bisogna bruciarla -.

Lo credetti pazzo. Non capivo il senso stesso delle sue parole.

- L'ambra? che ambra? Via, Candiolo, spiegatevi meglio.

- Ecco qua state fermi. Dev'essere qui. -

E con sicurezza andò verso uno scaffaletto, stese la mano in un vassoio, prese una cartellina.

Era trionfante, e rideva e piangeva ad un tempo dalla violenta commozione. Ci stringemmo ai suoi fianchi, spiammo l'atto ch'egli faceva di aprire la cartellina, trattenemmo il fiato. C'erano dentro cinque granellini neri, qua e là punteggiati di grigiastro lucido, con una polvere sottile, anche grigia, che faceva da letto.

Mi volsi a Manina. Giaceva sempre sul canapè, stecchita, cadavere.

Candiolo ci fece cenno di star fermi, di non dargli molestia. Era tranquillo e sorridente. Prese dal caminetto una palettina d'ottone, vi pose sopra con delicatezza i cinque granelli, vi scosse sopra il fogliolino per farvi cader la polvere. Accese quindi una candela e alzò la palettina sovrapponendola alla fiamma. Noi lo guardavamo fare, in ansiosa aspettazione.

Vedemmo in principio alzarsi una nuvoletta di fumo leggerissimo. Via via, questo si fece più denso. Un profumo acre, penetrante, se ne andò sprigionando e pervase tutta la camera. Eravamo come in una nebbia.

- Badate - disse Candiolo. - Statele vicino -.

Obbedimmo. Io non so dire con precisione quel che avvenisse. Certo, l'immobilità rigida di Manina era la medesima; certo sul bianco viso di lei non si colorava una tinta, né un muscolo tremava, né un leggerissimo moto facea fremere le palpebre. No. Eppure, mi parve che qualche cosa come uno soffio le passasse sul corpo e l'avvolgesse tutta. Potrei dire di averlo sentito sulla faccia e di averlo veduto; potrei giurare, per poco che s'intenda la mia affermazione, che in quel punto Manina rivivesse, rimanendo cadavere. Sembrò che quel soffio a poco a poco la penetrasse. Vidi, e questa volta non era il mio un inganno degli occhi o della fantasia, vidi il seno di lei mosso da un alenare breve e leggerissimo. Le tremarono appena le labbra livide. Dal profondo del cuore, mentre le lagrime mi empivano gli occhi, io ringraziai Dio misericordioso e mormorai una preghiera. Il fumo dell'ambra si faceva sempre più fitto e l'odore più acre.

Eppure - debbo dirlo? - un senso inesplicabile, intimo, mi dava la paurosa sicurezza che Manina, ad onta di quei segni della vita che tornava, non riviveva. Avrei voluto interrogare de Paoli; temevo di averne una risposta che confermasse quel mio sospetto. Mi volsi al Candiolo. Avea finito di bruciare l'ambra grigia e venne dalla mia parte.

- Lo sapevo - disse, dopo aver osservato i piccoli fremiti delle labbra di Manina. - Non mi poteva ingannare quell'anima buona. Adesso interrogatela.

- È viva? - gli domandai.

Il capitano sorrise stranamente, crollò un poco il capo e rispose:

- Non v'ho detto d'interrogarla? - Abbassando la voce, quasi non volessi turbare quel sonno profondo, che somigliava il sonno che si dorme nel sepolcro, io la chiamai per nome. Non rispose; soltanto le palpebre ebbero un battito istantaneo.

- Manina - insistetti - tu mi ascolti?

- Sì - rispose, senza che le labbra in alcun modo si muovessero. - Parla. Io non sono qui.

- Dove sei?

- Lontano, molto lontano. Vi vedo, vengo verso di voi. Ero più lontano poco fa.

- Dove?

- In alto, in alto. Non ero sola. Ero con lei che mi accompagnava e mi proteggeva. Era bello e terribile.

- Che cosa, Manina?

- Non posso rispondere. Poi, eravamo laggiù. Era un paese deserto, arido. Si chiamava Tayakand. Una immensa pianura gialla avvolta in una nube. Vi siamo discesi un momento, sfiorando la terra -.

La voce s'era fatta più ferma, più articolata; l'anelito era regolare, benché affannoso, Eppure, nessun movimento si determinava nelle labbra, non un velo d'incarnato le si stendeva sulle guance.

- Ebbene? - dissi - Continua. Io ti ascolto.

- Lo so. Tu sei ancora lontano; ma io vengo dalla vostra parte. Ha preso l'ambra grigia. Io no, è stata lei. Poi, mi son trovata sola; ero sola, nell'infinito. Sognavo.

- Ed ora dove sei, Manina?

- Vedo laggiù una costa bassa. Com'è triste e desolata! Un lungo e angusto canale, due navi vi s'incrociano, si salutano, lentamente si allontanano. Come vanno lente, lente. Ecco il Nilo, ecco il mare immenso ed un gruppo d'isolette -.

Seguì un momento di silenzio. Poi una luce, che pareva venir di dentro, le rischiarò il viso.

- Sono ancora lontana - proseguì - eppure tanto vicina a voi. Ancora un braccio di mare, ancora un altro. Qui è Cadice, ecco Lisbona. Trasvolo. Viaggia il pensiero. Laggiù, quelle onde agitate e scure, la Manica. Oh! finalmente, ecco la terra, gli uomini, la vita.

- Dove sei? - Domandai. La sicurezza mi era tornata. Provavo uno strano diletto in quella rapida corsa, alla quale mi pareva quasi di prender parte. - Dove sei? - ripetetti.

- Son qui, più e più vicina a voi. A Parigi -.

Mi balenò un'idea singolare. Le chiesi titubando:

- Puoi seguire il mio pensiero?

- Parla - rispose.

- Ho un amico a Parigi.

- Lo so, lo conosco. Tu parli del marchese Nicolai. - Sì. Lo vedi?

- Non lo vedo. Dimmi dov'è.

- Rue du Bac, 105.

- Bene. Ci sono. Tutta la casa è sottosopra. Egli si apparecchia alla partenza per Seraievo. Sulle casse è scritto: Marchese Pappalepore Nicolai, r. console italiano - Seraievo (Bosnia-Erzegovina).

- Ed egli è in casa?

- Sì, in salotto. C'è con lui una signora che non conosco, appoggiata alla spalliera della poltrona. Leggono insieme un giornale.

- Che giornale?

- Il "Gil Blas". Aspetta; leggo anch'io -.

Stette un poco, poi con voce più lenta e quasi scadendo le parole, pronunciò:

L'ASSASSINAT DE LA RUE DE LA GAÎTÉ

Les scellés qui avaient été apposés chez M. Riollet, le distillateur assassiné au mois de janvier dernier, rue de la Gaîté, ont été levés, bier, avec toutes les formalités d'usage. Or, en faisant l'inventaire des objets garnissant le domicile de M. Riollet, on a retrouvé tous les titres, toutes les valeurs, tous les bijoux que Mion est accusé d'avoir volé et qu'on recherchait comme ayant été vendus par lui ou par ses prétendus complices.

Cette importante découverte va modifier toute la physionomie de l'affaire; à quoi ont donc servi les perquisitions et les recherches?".

Come se questa lettura l'avesse affaticata più che non le consentissero le sue forze, Manina tacque. Mossi ancora qualche interrogazione, ma invano. Anelava più forte, quasi l'avesse presa un sentimento di terrore.

- Dove sei ora? - domandai per la terza volta.

Rispose con un lungo sospiro di sollievo, e un tremito le scosse tutta la persona. Le palpebre le si agitarono con moto febbrile e due lagrime le scorsero lente lungo le guance.

- Manina - dissi - sei qui?

- Non ancora. Però sono felice. Sono felice e ho paura. Torno a voi, vi vedo bene adesso. Ecco la curva dolce del golfo, le case biancheggianti alla luna, la nostra casa. Vedo me stessa, distesa in fondo alla camera. Ero morta, sono ancora morta -.

Fu un solo momento di spasimo terribile, inenarrabile. Manina, giacente lì, sotto i nostri occhi, ebbe un sussulto, come se scossa da una pila. Le si contrassero tutti i muscoli della faccia, le si strinse la gola in una soffocazione angosciosa, le ansò rumorosamente il seno. Tutta la persona tremò. Ma non fu che un momento solo. Con uno sforzo disperato, due volte ripetuto, sollevò il busto. Io la sorreggevo. Aprì gli occhi grandi, profondamente neri, smarriti ancora nel sogno. Ci guardò tutti, uno dopo l'altro, e domandò sorridendo:

- Ho dormito molto? -

* * *

Com'ebbi a verificare in seguito, Manina nulla si ricordava delle cose vedute, dello stranissimo viaggio nelle regioni dell'ignoto e del sogno.

Per quella sera, si stette ancora un poco prima di separarci; ma né de Paoli volle insistere nel riandare le fasi dell'esperimento, né il capitano, si vede, era molto disposto a parlarne. Era tutto pallido e conturbato e di tanto in tanto borbottava una parola sottovoce e si asciugava una lagrima.

Io domandai soltanto:

- Quanti ne abbiamo del mese?

- Diciassette - rispose de Paoli. - Perché lo domandi?

- No, per sapere -.

De Paoli ed io accompagnammo il capitano fino alla porta di casa sua, e là ci demmo la buona notte.

- Per me no - disse Candiolo. - Sarà buona, ma non dormirò. Io sono un altro uomo. A rivederci. -

E disparve nell'androne buio.

Tre giorni dopo, il 20 di maggio 1886, seguendo la mia idea, aspettai con ansia che capitasse al caffè il fattorino dei giornali.

- Hai il "Gil Blas"? - domandai.

- È arrivato adesso, - e così dicendomi porse il giornale.

- Quanto?

- Sei soldi.

- Ecco -.

Più che aprirlo, lo spiegazzai. In seconda pagina, all'ultima colonna, l'occhio corse rapidamente in fondo, attirato da un titolo in maiuscoletto. Lessi:

L'ASSASINAT DE LA RUE DE LA GAITÉ

Les scellés qui avaient été apposés chez M. Riollet, le distillateur assassiné au mois de janvier dernier, rue de la Gaîte, ont été levés, hier, avec toutes les formalités d'usage. Or, en faisant l'inventaire des objets garnissant le domicile de M. Riollet, on a retrouvé tous les titres toutes les valeurs, tous les bijoux que Mion est accusé d'avoir volé et qu'on recherchait commé ayant été vendus par lui ou par ses prétendus complices.

Cette importante découverte va modifier toute la physionomie de l'affaire; à quoi ont donc servi les perquisitions et les recherches?

VI

IL RE! IL RE!

Dirigevo in quel tempo - una diecina di anni fa - il "Giornale di Napoli". Tutte le mattine, dalle otto alle undici, ero in ufficio; tutte le sere, dalle nove alle dieci. Per dir la verità, la fatica era scarsa: tanto vero che l'amico Lorenzo Rocco, il quale era incaricato di darmi braccio forte nella compilazione del foglio, non trovava sempre occasione di darmi prova della sua forza. Veniva o non veniva in ufficio; e quando non veniva, io pensavo ragionevolmente ch'egli andasse in cerca di cotesta occasione per portarmela all'impensata. Molti giorni me ne stavo tutto solo, ora spiegazzando giornali, ora leggendo il primo libro che mi capitava alle mani, ora dormicchiando sugli Atti Parlamentari, ora anche rintagliando tutte le figure dei giornali illustrati e incollandole poi in bella disposizione sulle pareti. (Questo passatempo mi ha sempre procurato grandi soddisfazioni, e non lo trascurai nemmeno più tardi, quando mi trovai alla direzione del "Corriere del Mattino", come anche oggi si può vedere nelle sale del medesimo). Per quanto però mi piacesse di svolgere nella solitudine cotesta mia forte manifestazione artistica, non accoglievo male le visite degli amici, quando gli amici si ricordavano di me.

Una sera del settembre me ne capitò una molto singolare. Sento spingere l'uscio a vetri della stanza precedente. - Avanti! - dico. Odo un passo frettoloso, si presenta l'amico D'Aulia. Voi forse l'avete conosciuto, forse no. Era un uomo più vicino a' cinquanta che non fosse lontano dai quaranta; lungo, secco, giallognolo, sempre vestito di grigio e con certe cravatte bizzarramente colorate, di cui egli solo conosceva la clandestina manifattura. Discorreva in fretta, a periodi brevi, ma con un vertiginoso inseguimento di parole, come se temesse di non fare a tempo; e nel discorrere vi sbarrava in viso tanto d'occhi, che a tutti i momenti minacciavano di schizzargli dalla fronte. Nel restante, la più brava e ragionevole persona di questo mondo: assiduo al suo ufficio di computista demaniale, servizievole con tutti, innamorato della moglie. Prendeva tabacco. Non fumava che due sigari al giorno; e se qualche volta si concedeva il lusso di un terzo sigaro, gli è che questo terzo sigaro egli lo avea preso per distrazione sul tavolino di un amico.

Ce n'erano cinque sulla mia scrivania, nel momento che D'Aulia entrava. Non ne prese, non li guardò neppure. Era turbato. Pareva più secco e più giallo del solito, e già gli occhi gli schizzavano dal capo prima ancora di aprir bocca.

- Che c'è? - domando io, vedendolo a quel modo. - Vi è successo qualche guaio, caro signor D'Aulia? Prendete un sigaro, vi prego -.

D'Aulia non risponde. Cade a sedere, respira con forza, si asciuga il sudore, ed ha tutta l'aria di un uomo che abbia qualche gran cocomero in corpo. Alla fine, quando s'è alquanto rassettato, apre la bocca e mi dice con voce cavernosa:

- Sì, mi è successo un fatto terribile.

- A voi?

- A me. Era l'anno 1835 -.

Guardo l'amico D'Aulia con una certa apprensione e fo un piccolo atto per scostarmi con la seggiola. Eravamo nel 1875. Possibile che lo commovesse tanto un fatto di quarant'anni addietro? In tutti i modi, bisognava dire che l'impressione del fatto arrivava con un certo ritardo.

- Ebbene - lo incoraggio io, vedendolo tutto assorto e taciturno - siamo rimasti al 1835. Dicevate dunque...

- No, no, mi pare di non aver detto niente. Niente ho detto. Sono passati tanti anni da quella sera. Io stavo al Teatro dei Fiorentini e si dava La moglie del Corsaro. Me ne ricordo come se fosse ora. A metà del secondo atto, succede un movimento in tutto il teatro, tutti dalla platea guardano in su. Alzo gli occhi anch'io, per guardare. Al palchetto reale entra la Corte. Bene. Viene avanti Maria Cristina. Voi avete conosciuta Maria Cristina?

- No, non ho fatto a tempo. Son venuto al mondo troppo tardi.

- Non importa, io sì. L'ho conosciuta, ah! se l'ho conosciuta. Vi giuro sull'onor mio che l'ho conosciuta.

- Non ne dubito punto.

- Viene avanti, dunque, prende posto, saluta con un sorriso il pubblico reverente, abbassa quegli occhi profondi e celesti che voi sapete.

- Perdonate. Mi pare di avervi detto...

- Ah sì! non importa. In somma abbassa gli occhi, lasciamo stare il colore, guarda in platea. Voi non indovinate chi è che la Regina guardava?

- No.

- Guardava me.

- Voi?

- Me, me! Vi ho detto che guardava me. Una specie di fascino. Mi guardò tutta la sera. Io non badavo più alla Moglie del Corsaro. Ero attratto, mi voltavo; sapete, forza di magnetismo. Non potevo star fermo.

- Potevate prendere un torcicollo.

- Precisamente, ma non importa. Non so quante ore passassero, un giorno o una vita, un minuto o un secolo. Mi sentivo pietrificato. Avevo messo radici sul mio scanno. Ci era una gran luce nel palchetto della Corte. Il Re c'era o non c'era. Io non vedeva più niente; gli occhi mi balenavano. Uno sciame di calabroni mi ronzava nel cervello; e non li potevo scacciare, e non volevo. Poi, di tanto in tanto, la musica mi destava. Di dove veniva? Voi dite dall'orchestra, sta benissimo. Io dico di no. Veniva dal cielo, me la sentivo scendere nel cuore, m'invadeva come un filtro velenoso, mi facea fremere tutto. La Regina mi guardava sempre.

- Guardava voi?

- Me, me, vi dico. Non c'era da pigliare abbaglio. Una cosa simile non m'era più accaduta.

- Lo credo.

- A nessuno era accaduta. Questo proprio mi domandavo io: è vero o non è vero che questa cosa accade? è possibile? è verisimile? dove mi trovo adesso? Di botto, quasi sotto un soffio potente, tutti i lumi si spensero.

- Rimaneste al buio?

- Sì e no. Tutti ci vedevano. Le lampade ad olio erano sempre accese e mi parevano moccoletti spenti. Spenti sì, non distinguevo più niente, guardavo sempre in su. Nessuno guardava me. La Regina se n'era andata.

- Che peccato!

- Voi volete scherzare.

- No, caro signor D'Aulia, ve lo assicuro. Capisco che per voi dovette essere un gran dolore. Non mi riesce però di vedere come mai dopo tanti anni...

- Aspettate. Gli anni passano, questo si sa. La Regina è morta da un pezzo. Io non ci pensavo più, benché vedessi sempre quegli occhi grandi e profondi che voi sapete...

- Scusate, io vi ho fatto notare...

- Per l'appunto. Io non ci pensavo più, non mi ricordavo più i particolari di quell'avvenimento, mi figuravo di aver fatto un sogno. Questo pensiero mi ha perseguitato per molto tempo. Ieri sera l'ho riveduta.

- Chi?

- Ho riveduto Maria Cristina.

- Avete riveduto...?

- La Regina.

- Voi avete riveduto la Regina? Non capisco, caro signor D'Aulia.

- Sì, verso la mezzanotte, a casa mia. È venuta a trovarmi -. Mi scostai ancora di qualche linea. Guardai fiso il mio interlocutore. Egli non dava segni di volere scherzare, era serio, quasi tragico, volea dire qualche altra cosa.

- Dite, dite! - lo stimolai. - Non capisco ancora; vuol dire che capirò appresso. La cosa ha un'importanza capitale e non potrebbe essere più interessante. La Regina è dunque venuta da voi e voi l'avete ricevuta.

- Naturalmente.

- E che v'ha detto?

- Niente. Guardava e taceva. Io me le son gettato ai piedi. Le ho detto tutto; tutto quel che mi stava nel cuore da quella sera famosa. Non è proibito alla gente di potere amare. O si ama o non si ama. Me le son gettato ai piedi, ho abbracciato le ginocchia dell'augusta donna, le ho detto tutto, l'ho fatta parlare.

- Parlare?

- Sì. Mi ha risposto com'io mi aspettavo. Il fatto del Teatro dei Fiorentini non era un sogno; la Regina mi aveva guardato; la Regina mi amava; io non ne sapevo niente. Come mi potevo figurare una cosa simile? Poi erano passati tanti anni e non me l'aveva mai detto. Una sofferenza atroce, povera donna! Mi amava, e mi ama. Adesso non c'è più il tiranno, non c'è più.

- Caro signor D'Aulia, calmatevi, vi prego.

- Sono calmo, lo vedete. Dico solo che il fatto sta così. Così sta il fatto, come vi dico io.

- Maria Cristina vi ama?

- Non ci credete?

- Anzi, vi pare, vi credo benissimo. Non si sa mai... All'altro mondo non ci sono stato ancora, per fortuna. Vi ha detto dunque? -

Il signor D'Aulia vorrebbe rispondere e non può, tanto è commosso. Si strofina gli occhi, si passa le mani nei capelli, prende un'enorme quantità di tabacco come per provare a sé stesso la propria esistenza. Poi accostando il suo viso al mio, quasi a toccarmi, spalancando gli occhi smisuratamente, con una voce susurrata che sembra venir di lontano, mi domanda:

- Sapete?...

- Non so - rispondo io, preso da un involontario terrore.

- Torna stasera.

- Chi?

- La Regina.

- A casa vostra?

- In camera mia!... A mezzanotte. Mi ha detto ieri sera, nel momento di dileguarsi: «Aspettami. Verrò domani». (La voce del signor D'Aulia si facea più fioca, quasi strozzata). «Battendo la mezzanotte, entrerò da quella porta. Non mancare. Ti farai trovar solo, come adesso. Ti amo!» Ed è sparita -.

Alla meglio, e con buone parole, cercai di ricondurre un po' di calma nell'amico D'Aulia. Gli offrii quel sigaro, ch'egli non avea preso, tanto era turbato. Volli che venisse con me a fare una giratina, tanto per pigliare una boccata d'aria, e fare insieme quattro chiacchiere. Mi premeva di distrarlo. Scendemmo verso S. Lucia, discorrendo di giornali, di teatri, di libri, di politica, di elezioni comunali, di altre seccature. Ad un tratto, egli si arrestò sotto un lampione e cavò fuori l'orologio.

- Le undici e mezzo, - disse.

- Sì, - risposi, guardando al mio.

- A rivederci.

- Mi lasciate così presto?

- Voi lo sapete. A mezzanotte aspetto qualcuno.

- Via, signor D'Aulia, parliamoci chiaro. Tutto quel vostro discorso...

- Che volete dire? - esclamò egli, fulminandomi con un'occhiata.

- No, niente. Mi pareva veramente...

- Vi pareva che avessi mentito?

- Oibò!

- Che avessi voluto far la burletta?

- Nemmeno per sogno. So che non potete mancare.

- Per tutto l'oro del mondo non mancherei. È già tardi. Addio!

- Ci vedremmo domani? mi farete saper qualche cosa?

- Non mi rispose. Era già lontano e andava via come una saetta.

* * *

Non potrei negare, senza venir meno alla verità, che tutto il giorno appresso e la sera stetti ad aspettare con una certa impazienza la visita dell'amico D'Aulia. La singolarità di quel suo racconto insieme con la sicurezza di lui nell'affermare la verità del fatto mi aveva non poco impressionato. Non già che gli prestassi fede; ma è certo che lo straordinario esercita sempre un fascino potente sull'animo umano e seduce le più torpide fantasie. Naturalmente, tutto ciò che D'Aulia mi aveva narrato era una superlativa abberrazione. Ma come mai, egli, così temperato e ragionevole, vi s'era lasciato andare? Come mai il fatto s'era verificato nella pace delle pareti domestiche, le quali son fatte a posta per moderare ogni più violenta concitazione dell'animo, per addolcire ogni amarezza, per far dileguare ogni fantasma dalla mente più ammalata? Questi interrogativi m'impensierivano. Volere o no, e per quanto s'indaghi, e per quanto ci si sgobbi a studiare, la vita è come una selva di punti interrogativi. Dietro ogni problema ce n'è un altro; dopo il vero, che vi è dato raggiungere per via dei sensi, sorge lontano il reale, velato e intangibile... perché la sola idea di tatto presuppone una relatività che è distruzione dello stesso reale. Il noto è chiuso nei limiti della nostra povera scienza; l'ignoto non ha confini. Ecco perché il saggio greco «sapeva di non saper niente».

Io invece sapevo qualche cosa. Sapevo, per esempio, che l'amico D'Aulia da un pezzo si occupava di spiritismo. Ma che cosa era lo spiritismo?... Lo ignoravo. Qualche volta se n'era parlato insieme, ma il discorso non avea menato a nulla di concludente. Parole vaghe, vaporose elucubrazioni (forse anche spropositate) sull'immortalità dell'anima e intorno a una vita futura. Poi si scendeva nei fatti; e poiché ciascuno di noi, nessuno escluso, ha nella vita qualche fatto strano e inesplicabile accadutogli, così egli mi narrava i suoi - l'uno più meraviglioso dell'altro - ai quali io non credevo niente affatto; io ribattevo coi miei - l'apparizione e la risurrezione - che egli metteva in dubbio. In somma, senza ammettere per un solo momento la possibilità di quell'amore di oltretomba, io non potevo fare che non vi pensassi. Poi, in un senso confuso di pietà e di allegria, esclamavo sospirando: - Povero D'Aulia! -.

Basta. Viene la sera. Le dieci son trascorse di qualche minuto, e già comincio a disperare. Viene, non viene, non ci pensiamo più. La porta s'apre, entra il D'Aulia, gli vado incontro. È disfatto, livido, con le occhiaie profonde co' capelli arruffati. Qualche grave cosa ha da dirmi.

- Ebbene? - gli domando quasi celiando, - è venuta?

- D'Aulia mi risponde alzando le ciglia, e con due o tre scosse del capo.

- Che volete dire? spiegatevi -.

Dopo una pausa solenne, D'Aulia pronuncia: - È venuta!...

- Maria Cristina?...

- Lei!... Se sapeste, se vi potessi dire come la cosa è andata! Io stesso non lo so. Tornai a casa, mi chiusi in camera mia, mancavano dieci minuti a mezzanotte, mia moglie era di là che dormiva. Un silenzio profondo. Non vi dico se il cuore mi battesse. Appena appena la camera era rischiarata da un lumicino. Si vedeva e non si vedeva; io poi avevo come un velo davanti agli occhi. Batteva il pendolo dell'orologio: «tic, tac! tic, tac!» mi batteva dentro, nel petto. Ad un tratto, sento quel fremito che precede il suono delle ore. Scocca la prima, conto: uno, due, tre, fino a dodici. Figuratevi voi che freddo per tutte le ossa, da capo a piedi. Vedo non so che, venuto non so di dove: un'ombra, una nube bianca, due occhi lucenti, una veste ondulante, una figura di donna, lei. Sì, è lei, non c'è dubbio. Parla. Io non ho più fiato in corpo. Mi si accosta e mi tocca. Un tocco così soave, così celeste, che la paura sparisce come per incanto. Mi torna la voce, parlo anch'io. Che cosa le ho detto? Non me lo domandate, non lo so. Non ero più di questo mondo, mi sentivo rapito. Non c'è lingua umana che possa esprimere una felicità simile a quella... No, mille volte no. No, vi dico! Di botto, si sente un rumore alla porta. Qualcuno bussa, non c'è dubbio. «Oh Dio! esclamo, mia moglie! o povero me! e che dirà se mi trova qui con la Regina?» Grido subito: «Non entrate! non si può! è chiuso! aspettate!» Niente. La porta è spinta di fuori leggermente, si mantiene socchiusa; si spalanca; una figura grande s'avanza. Guardo, inorridisco, chi vedo?...

- Chi vedete?... vostra moglie?...

- No, no! ... (con uno scoppio di voce) Ferdinando II!

- Lui!

- Lui!... Balzo in piedi, pianto la Regina, fuggo, mi do a correre come un forsennato per tutta la casa, grido per quanta n'ho in gola: «Il Re! il Re!» Mia moglie si desta spaventata, scende dal letto, mi corre dietro. «Ferma! Ch'è stato? sono io, io! ascolta!» Io fuggo sempre, preso da un terrore di morte. Io grido sempre: «Il Re! il Re! Il Re! » e vado a cadere, fuori dei sensi, tra un canapè e una poltrona. Tutt'oggi mia moglie m'ha accudito. Ha chiamato anche il medico. Ma che dovea fare il medico? Un'alterazione di polso, ecco tutto. Adesso sto bene, sono tornato in calma.

- Siete anche tornato in camera vostra?

- Sì.

- E la Regina?

- Non c'era più.

- E, naturalmente, nemmeno il Re.

- Si capisce. Nemmeno il Re -.

L'amico D'Aulia si concentrò in un silenzio ostinato. Non ci fu verso, per tutta la sera, di cavargli di bocca una sillaba. «Povero D'Aulia!» pensava io. Ma egli seguitò tranquillamente a fare il computista e non diè mai segno di debolezza mentale. Dopo qualche anno e fino a pochi mesi prima della sua morte, quando gli accadeva di sentire accennare, per una ragione o per l'altra, a Ferdinando II, egli si faceva scuro in volto e crollava il capo.

VII

IL CONTE DI MONTORO

La contessa chiamò con voce soffocata:

- Rosalia! ... il capellino, i guanti, l'ombrello. Rosalia, dico! -

Era pallida, nervosa, febbricitava. Con mano tremante s'annodò i nastri del cappellino col fiocco di traverso. Si strappò dal dito un anello, lo scagliò lontano con atto di sdegno, uscì furibonda dal salotto, senza guardare in viso al conte, passandogli davanti come un uragano, lasciandolo solo.

Il conte le tenne dietro con una occhiata serena e curiosa, come niente fosse. Non si scrollò dal suo posto, non aprì bocca. Sbozzò un sorrisetto e s'arricciò i baffi.

- Poverina! - borbottava, e s'andava gingillando co' ciondoli dell'orologio. - L'aria aperta della campagna le farà un po' di bene. Tutte le donne sono così, vaporose e cervellotiche -.

Uscì dal salotto, traversò varie sale alte e sonanti, diè un'occhiata ai suoi maggiori che lo guardavano dall'alto delle cornici e se ne andò difilato nella camera da bagno. Era un Romano moderno; mezza vita sua la passava in acqua: aveva della propria persona quella cura gelosa che rivela una raffinata aristocrazia di abitudini più che di sangue.

Dopo il bagno, sempre aiutato dal suo fido Andrea, si profumò, si vestì, si attillò. Mentre rotolava fra le mani una sigaretta, un domestico venne ad annunziare che la carrozza del signor conte era all'ordine. Accese la sigaretta, prese il cappello dalle mani di Andrea, si guardò due o tre volte in un alto specchio di Venezia, e poi si mosse senza fretta. Traversò di nuovo, con andatura indolente, le sale istoriate, tenendo in mano rispettosamente il cappello al cospetto dei suoi maggiori attaccati alle pareti. Le volte antiche e maestose echeggiavano stranamente allo scricchiolio misurato degli scarpini moderni. Il conte discese lo scalone, davanti al quale lo aspettava il suo elegante carrozzino, montò svelto sulla serpe, raccolse sapientemente le guide, e dopo una dotta girata nell'ampio cortile, partì al trotto dei suoi generosi roani.

* * *

È molto probabile, benché nessun documento ce n'abbia tramandato quella infallibile maestra delle nazioni che è la storia, e le cronache portino su questo punto un riguardoso silenzio, è molto probabile che molti anni prima, anzi molti secoli, le cose non camminassero precisamente come camminavano ora nel castello. Allora forse c'era la castellana, c'era il signore del luogo, e il paggio malinconico, e l'abate severo, e i cavalieri ospiti, e i bravi tumultuosi e ossequenti, e le lunghe veglie davanti al camino monumentale dai ceppi fiammeggianti. Quando allo stemma che incombeva sul frontone del palazzo, quasi guardando superbamente dall'alto in basso chiunque osasse passarvi di sotto, non aveva ancora recato alcuna offesa la mano del tempo; quando quei merli che ne incoronavano la fronte non erano stati pigliati per addentellato ad un secondo piano e gli schizzi irreverenti della calce non avevano ancora deturpato le bozze scure e severe della muraglia di sotto; quando destrieri generosi ed impazienti strappavano la fune che li riteneva alle medesime campanelle dove ora s'attaccava la mula dell'ortolano o il somaro carico di paglia: è molto probabile che una vita ben diversa da quella presente si menasse al castello. È probabile che lo sfoggio vi fosse grande, che ai conviti succedessero le danze, che nobili dame e galanti cavalieri si sperdessero a passeggiare poeticamente nel folto del parco, che in questo parco suonassero alti i latrati dei cani al guinzaglio o che di sera si udissero i concerti di una musica soave portata nelle barche sulle onde unite del lago. Già, né il lago c'era più né il parco; l'uno era stato assorbito dall'altro, e il tempo avea ingoiato tutti e due. Gli anni erano passati inesorabilmente l'uno dopo l'altro e con essi era passato a poco a poco tutto ciò che in questo castello faceva un giorno la vita. Non gli avanzava ora del suo nobile passato che l'isolamento, il quale poteva essere liberamente interpretato per orgoglio, per tristezza o per misantropia.

Si sa che questo carattere non era punto modificato dalle persone che erano venute ad abitare il maniero come s'entra tutti i giorni ad abitare una casa. Erano persone moderne con vestiti e gusti moderni, e con queste due aggravanti di modernità che risultavano dalla loro età e dalla qualità loro di sposi. Il che, da un'altra parte, avrebbe potuto contribuire a mutare a dirittura la faccia dei luoghi, a cancellarvi ogni traccia del passato, a rinverdirli di una novella primavera. Avrebbe potuto, ma in effetto era avvenuto il contrario, e pareva ora che il vecchio castello, punto nella dignità delle sue tradizioni e niente sperando in un diverso avvenire, fosse molto ingrognato e scontento del fatto suo e sostenesse di assai mala grazia quel secondo piano bianco e verde che qualche rara volta si permetteva di ridere e di spalancare le sue finestre al sole del mattino.

Non avea poi tutti i torti del mondo questo buon castello; perché come di fuori gli veniva meno la gioventù e la vita, così di dentro non si sentiva papitare un'altra gioventù, la gioventù del domani, la gioventù rosea delle speranze. Il conte e la contessa di Montoro erano sposati da tre anni e da questa loro unione, felicissima e promettente per tutti i rispetti, non erano però venuti dei figli. Erano giovani entrambi e si amavano, a quanto se ne vedeva, ed avevano davanti a loro tutta intera una vita da amarsi. Ma questo amore a quattr'occhi portato in lungo per anni ed anni di fila si va mutando, dicono, in amicizia; e se nel frattempo la donna non è divenuta madre, se al primo amore di fanciulla e di sposa non ha potuto aggiungere e forse sostituire quest'altro amore immenso e fecondo che comprende in un solo sentimento tutti gli affetti e le aspirazioni, che è l'anima stessa dell'anima della donna, è da credere ragionevolmente che la sua mortificazione sia grande e non è da maravigliare se a questa segua un senso di malinconia, quasi di solitudine e di sconforto.

Aggiungasi a questo che allo stesso carattere si accordava dal canto suo anche la servitù del conte. Rosalia, una vecchia oltre i sessanta, che avea visto nascere la contessa e l'avea cresciuta, l'avea servita da ragazza, seguendola poi nel nuovo stato e nella nuova casa quasi come una memoria della casa paterna. Il conte poi, senz'avere alcuno di quei domestici che nascono, muoiono e si fossilizzano nelle grandi famiglie, - e nei romanzi - dopo avervi vissuto un secolo, s'era però circondato di una servitù piuttosto attempata, incominciando dal suo Andrea, passando pel cuoco e scendendo fino al suo modesto servizio, rappresentato da un cocchiere e dal basso personale di scuderia.

Il conte di Montoro apparteneva ad una antichissima e nobile famiglia, ed era unico erede del nome e dei beni. Portava egregiamente l'uno e spendeva gli altri come si conveniva ad un par suo. Ben fatto della persona, elegante, affabile, colto; innamorato delle belle arti, cavalieri eccellente, bravo schermidore, egli sapeva molto accortamente dividere la sua giornata da scapolo fra i piaceri e gli studii, brillare nei saloni e fra le liete brigate degli amici, e nel tempo stesso far valere il suo giudizio modesto e a proposito, quando si sollevasse una questione di arte o di letteratura. Possedeva bei cavalli, ricca biblioteca, belle donne, e faceva parlar molto dei fatti suoi. Era in somma un perfetto gentiluomo, e come tale era ricevuto in quello che si chiama il bel mondo, festeggiato dall'un sesso e un po' accarezzato dall'altro.

Un bel giorno, senza preparazione, senza motivo apparente, avea rotto bruscamente con questa vita varia e diffusa ed era scomparso. Non più teatri, non più balli, non più partite di piacere. Se ne chiesero notizie; se n'ebbero incerte o malevole. Susurravano alcuni di forti perdite al giuoco; altri parlavano sogghignando di vanità letterarie tornate a galla; altri finalmente lo dicevano innamorato.

Di tutti, erano questi ultimi che avevano ragione.

Avea conosciuto Clotilde in una di coteste società, dove qualche volta lo strascico superbo della marchesa e quello non meno pomposo della buona borghese spazzano il medesimo pavimento: campi lussureggianti dei più dei fiori, dove viene di tratto in tratto ed all'impensata a spandere il suo profumo gentile la violetta modesta. Il qual paragone - del quale è sperabile che il lettore voglia riconoscere la poetica novità - era però giusto per la bella Clotilde solo fino a un certo punto: fino cioè a quel punto di contatto che c'è sempre, volere o non volere, tra una violetta ed una fanciulla. Quella sua bellezza la tradiva: la violetta si drizzava sul fragile stelo e soverchiava le foglie, venendo a competere audacemente con le rose più sfoggiate. Era splendida di bellezza e di vitalità, esuberante di brio, impaziente di affetto, modesta come una fanciulla e nondimeno appassionata come una donna.

Il conte di Montoro fu attratto inconsapevolmente da' raggi di quell'astro che appartenava ad un cielo tanto lontano dal suo e che nondimeno, pareva a lui, si degnava discendere a descrivere in questo la sua orbita luminosa. Le si fece presentare, ebbe per lei un primo sentimento di simpatia, che andò molto volentieri accarezzando e che scambiò per capriccio. Vi s'invischiò a poco a poco, se ne compiacque, quasi si trovò innamorato di questo medesimo capriccio e se ne fece bello ai propri occhi. Poi, un bel giorno, s'ebbe ad avvedere di quel che era; ne fu turbato piacevolmente come di una scoperta fatta in sé stesso, di una novella capacità trovata nell'animo suo, e senza punto curare le voci susurrate d'ingenuità e d'irretamento, si abbandonò fiducioso ad una passione che gli presentava la vita sotto un'altra faccia, che gli schiudeva un avvenire più largo, più desiderabile, e certamente, secondo egli vedeva, più determinato e più serio.

Ella dal canto suo, lusingata nel suo amor proprio di fanciulla, per non dire nella innocente sua vanità, nel vedere legato al suo carro il giovane signore, non s'era mostrata affatto insensibile alle cure affettuose di lui. Da un'altra parte le stavano attorno i parenti e le amiche, quelli con l'affetto, queste con l'invidia. Un po' avea ceduto, un po' resistito; ma la sua resistenza si potea bene scambiare per naturale e lodevole ritegno. Una parola franca, decisiva, non l'era mai sfuggita dalle labbra; ma gli occhi dicevano molto più che non potessero dir le parole; e se qualche volta un momento di tristezza insolita la sorprendeva, bastava la presenza del conte e una parola di lui e una stretta di mano, perché quella nube passeggiera si diradasse, perché le tornasse sulla fronte la luce dell'amore e in tutta la persona il desiderio il piacere e la soddisfazione mal dissimulata del sentirsi amata. Il conte ne spiava e ne studiava attentamente tutte le minime variazioni; ora si rallegrava, ora dubitava, poi tornava a sperare; ma in effetto l'amava: onde questo studio tanto potea valere, quanto valgono gli studii di questo genere fatti dal cuore.

Una volta, mentre il conte sedutole vicino le parlava con tutto il fuoco che un innamorato può mettere nelle parole che gli sgorgano dall'anima, ella impetuosamente gli avea preso le mani, s'era accostata a lui come presa da un tremito, aveva impallidito e arrossito a volta a volta, s'era abbandonata dimentica di sé fra le braccia del giovane. Quello era stato un gran giorno che avea deciso tutto l'avvenire di queste due vite. Il giorno appresso il conte di Montoro aveva ufficialmente domandato la mano di Clotilde ai genitori di lei. Furono affrettate le nozze, così ardentemente desiderate da tutti; Clotilde era andata all'altare lieta e sorridente, e benché pronunziato il sì fatale, una lagrima le avesse bagnato la guancia, subito s'era appoggiata con affetto e con piena fiducia al braccio dell'uomo che le si faceva compagno per tutta la vita.

Si sa, o almeno si dice dalle persone intendenti di queste cose, che tutte le giovinette hanno un loro romanzo palese e uno nascosto. Gli studi speciali fatti dall'autore di questo racconto sopra un argomento così grave, gli hanno fatto scoprire grandi e maravigliose verità, delle quali generosamente egli vuol far parte al suo pubblico. C'è nella vita di tutte le donne un punto solo di profonda e totale trasformazione. Sta nelle mani loro delicate il destino, l'avvenire: e può di questo avvenire decidere un pentimento, un dubbio, una simpatia, una parola, una guardata, una giornata di sole, un mal di capo, la piuma di un cappellino, una visita inaspettata, una lettera smarrita, una subita variazione di pressione atmosferica. Quest'ultima cagione ha una influenza assai maggiore che non si creda. Ondeggiano tra i due romanzi, confondono affetti, propensioni, desideri, passioni, e tutto questo governano con polso incerto e con freno ineguale. Dicono: chi sa? come molto volentieri ripetono tutte le donne per una fiducia cieca che hanno nell'incertezza del caso e nell'ignoto del domani. Chi sa? ed hanno più sicura coscienza della loro forza, quanto più in effetto si sentono deboli. Vincerò il primo romanzo, che è quello dei sogni; chiuderò questo libro incantevole senza averne letta l'ultima pagina, ed aprirò quest'altro che sarà poi in effetto il romanzo di tutta la vita, e che porta scritta sul frontespizio la parola terribile e misteriosa: Matrimonio!

E così è che avvengono e sono sempre avvenuti ed avverranno la maggior parte dei matrimoni. Domandate a cento spose se nel momento solenne in cui viene loro messo al dito dalla mano di un uomo quell'anello nunziale che nella sua elegante piccolezza dissimula assai bene la sua qualità di anello di catena, domandate loro se amano veramente quell'uomo - domandateglielo a quattr'occhi - ed è anche possibilissimo che vi rispondano di sì e che avvalorino l'affermazione con un giuramento. Ma fate poi che se lo domandino da sé a sé, e che a quest'intimo colloquio dell'anima con sé stessa voi possiate assistere invisibile e cogliere la voce sottilissima del pensiero, - e allora udirete con vostro sommo stupore che due terzi di esse non hanno una piena sicurezza di cotesto loro amore. Chi lo sa? forse avrebbero potuto trovar di meglio; forse il primo romanzo appena sfogliato era più intessante di quest'altro romanzo che è stato presto aperto e letto e riletto e menato a mente in una giornata; forse non s'era ancora destato il loro cuore: inesperte della vita, non hanno saputo distinguere la tendenza del cuore dalla febbre dei sensi. Ieri erano fanciulle, domani saranno donne: quale rivelazione e che rivoluzione! I quali sono tutti timori e pericoli, francamente vinti o affrontati, e possono un giorno diventare altrettante ottime scuse di una colpa che verrà riversata sulle spalle di una fatalità cieca e bestiale.

E così accade che un bel mattino, la donna in tutta la sua espansione, in tutta la ricchezza del suo essere, una creatura non prima conosciuta né sospettata, si rivela improvvisamente agli occhi maravigliati del marito, inebbriato o atterrito.

E così che il romanzo del matrimonio, benché tutti i giorni e da tanti anni e in tante edizioni stampato a milioni di esemplari, e letto e commentato in tutti i paesi e in tutte le lingue, non si può mai prevedere per quali vie s'intrecci, come si vada svolgendo e in che catastrofe si risolva.

E così Clotilde, vinta dalla novità, dall'orgoglio, da un bel nome e da un bel giovane, forse anche dall'amore, era divenuta contessa di Montoro, dicendo un addio al suo modesto passato di fanciulla borghese e slanciandosi, piena di ansia e di calore, come portava l'indole sua, verso una vita di trionfi, di lusso, e forse di amore ardentemente sentito e ricambiato.

Da un'altra parte, fermandosi qualche momento a ragionar questo amore, ella diceva a sé stessa sospirando: « Mi ama tanto! debbo bene amarlo io, non fosse che per graditudine».

E così - strana contraddizione - l'amore mette il suo primo passo sopra una via sdrucciolevole, quando appunto si accorge di aver messo il piede sulla via dritta del dovere, quando si giustifica a sé stesso, quando trova giusto e ragionevole di essere quel che è. Allora è che cessa di essere un sentimento, e diventa una lotta.

Ed era profondo questo sentimento nell'anima del conte. Come si dice sempre dell'ultimo amore che si prova, egli non aveva mai amato a quel modo. Il suo era un sentimento complesso di ammirazione e di adorazione, di desiderio e di rispetto, di protezione e di suddistanza, di egoismo e di sacrifizio; era in somma l'amore nella più delicata poesia di affetto, nella sua più potente natura di passione. Sicché quando un giorno Clotilde espresse il desiderio di smettere da quella vita tulmutuosa della grande città, di ritirarsi lontani dalla gente a starsene riposati e tranquilli, di vivere per conto proprio anzi che per conto altrui, egli non istupì né ricercò altro, e si sentì felice di portarsi questo suo amore nella solitudine, di nascondere agli occhi di tutti il tesoro, di chiudere tutto il suo mondo nella luce di due occhi e nel breve giro di due braccia adorate.

Nessuna trasformazione, oltre questo mutamento tutto materiale, era sopravvenuta. Ma solo parve questo, che come dal tumulto erano passati alla calma, così anche una certa calma consentanea fosse entrata nel loro amore. E a poco a poco le loro relazioni aveano preso un carattere semplicemente affettuoso; e poi, senza cessare di essere affettuose, erano divenute meno calde. La contessa sorrideva sempre, ma non rideva più come rideva da fanciulla e da sposa; non cercava gli svaghi; si compiaceva della conversazione in pochi, e più ancora della solitudine. Non le dispiaceva punto se questa conversazione fosse tutta domestica, senza mistione di elementi estranei, né la presenza del marito le era grave in alcun modo. Ma dal canto suo il conte, per un sentimento riguardoso di eccessiva delicatezza, si studiava di non importunarla con questa sua presenza; aveva per lei ogni sorta di attenzioni, era qualche volta sollecito e galante come un corteggiatore, passava volentieri qualche ora a discorrere con lei piacevolmente; ma con tutto questo le chiedeva spesso licenza, per fare le sue lunghe passeggiate o per andare a caccia o per recarsi in città a visitare un amico. Poi, tornando stanco, sentiva bisogno di riposo e domandava di ritirarsi nelle sue stanze; ovvero si rimproverava scherzosamente di aver dato troppo tempo agli esercizi del corpo e si chiudeva a studiare o a leggere in biblioteca.

E questa, - in fondo e alla superficie, - era stata un pezzo la vita che si menava al castello. Nessun avvenimento che la variasse: l'uniformità, la pace e forse la felicità. Così si dice di un lago, quando non ci tira vento: è unito, è calmo, è un buon lago; ci si specchia dentro l'azzurro del cielo.

* * *

Poi, una nuvoletta, un punto nero era comparso all'orizzonte. Lievemente, come sotto un soffio passaggiero, la superficie del lago s'era andata qua e là increspando. Così pareva al conte, il quale si compiaceva forse di quello zeffiretto perturbatore e non lo accoglieva mica come foriero di tempesta. Il conte, come si vede, era un po' poeta. Ma la poesia del suo spirito era nobile, delicata, tutta profumo e gentilezza, a quanto se ne vedeva; si sarebbe detto che anch'essa come il suo proprietario fosse andata a quella scuola di forme sociali che lima e dirozza l'uomo primitivo, ne tempera le spontanee manifestazioni, ne regge gli atti, ne modera la voce, e dà a tutta la persona un tono uniforme e scrupolosamente conveniente. Così era anche conveniente quella poesia; una poesia tutta idillica, senza scapigliature e stralunamenti, senza fremiti cupi o scatti subitanei.

Passeggiava una mattina in compagnia di sé stesso cioé in buona compagnia. Prima di uscire, avea salutata la contessa, domandandole con molta premura come si sentisse del suo mal di capo e se volesse accompagnarlo in una escursione cittadina o campestre: scegliesse lei.

- Mi sento assai bene - avea risposto Clotilde, alzando gli occhi e richiudendo un libro nella cui lettura pareva assorta, - e sarei quasi tentata di accettare il tuo invito -.

Ma poi non s'era mossa dalla sua poltrona e con un subito mutamento di umore avea pregato lui che serbasse l'invito per un'altra volta.

Il conte da buon cavaliere l'avea salutata, facendo atto di baciarle la mano, e promettendole che l'avrebbe chiamata al più presto a mantenere la parola data. Poi era uscito solo, raccomandando molto alla vecchia Rosalia che stesse attenta chi sa mai la signora chiamasse, e le facesse buona compagnia. Disceso nel cortile, avea dato un'occhiata ai suoi cavalli e poi si era avviato tranquillamente, rispondendo al saluto del suo vecchio cocchiere che s'era rispettosamente cavato il berretto al passaggio del suo signore.

Tutti quei pensieri anzi quelle allucinazioni che per verità possono più facilmente venire nella testa di chi passeggia con la testa anzi che con le gambe, non lo avevano certamente assalito. Pensava invece a cose più reali e piacevoli. Prima di tutto Clotilde stava assai meglio; un po' di distrazione le avrebbe fatto bene.

Non era più quella di una volta, questo sì, e bisogna in tutti i modi combattere quel mal di capo che la tormentava così spesso. Si sa, gli anni passano per tutti. Forse le avrebbe anche giovato una giterella lontano, una breve rientrata nel mondo di una volta, o anche, senza mutar di posto, una conversazione più numerosa e svariata. Ma, giovato a che?... In fin dei conti a lui marito doveva piacere in certo modo che si fosse alquanto modificato il carattere impetuoso della moglie, avido di novità e di emozioni. Ora avea messo affezione ai muri di casa. Che s'avesse a mutare in una brava massaia o in una bigotta? Come son curiose le trasformazioni alle quali andiamo soggetti! L'uomo di oggi non è più quello di ieri e non può sapere quello che sarà domani. Si cammina sempre verso la perfezione, raccattando le briciole dell'esperienza seminate lungo la via dell'errore; e poi, dopo molto andare, ci si trova con un gran fascio di esperienza fra le braccia, che ci facciamo un dovere di gettare nella tomba per poi gettarvici noi appresso e stendervi le membra stanche come sopra di un letto. Ma intanto s'è progredito. Eppure che peccato che si sia vissuto!

Il conte si fermò un momento su questa esclamazione interna, ed in effetto si volse a guardare indietro, come se volesse spingere verso il passato un'occhiata di rimpianto e di desiderio. Fu appunto allora, che improvvisamente, come una magica apparizione evocata da quell'occhiata, il passato venne verso di lui.

Ma non era poi né il passato né tanto meno un'apparizione. Clotilde in cappellino di paglia col velo svolazzante e con lo stesso abito che aveva per casa, - una veste a righe bianche ed azzurre con le maniche strette e la vita molto accollata, - veniva quasi correndo verso di lui. Pareva una educanda in un giorno di ricreazione, quando già la veste di scuola è troppo stretta e l'educandato è divenuto come la veste. Raggiava di bellezza e di buon umore, e da lontano si vedevano splendere in un sorriso incantevole quei suoi denti bianchissimi.

- Una sorpresa, come vedi, mio caro Armando - disse arrivando tutta accesa in volto e quasi anelante, - ho voluto mantenere la mia parola prima che tu me lo ricordassi -.

Gli si attaccò al braccio con una grazia e un abbandono pieno d'affetto, e ripresero insieme a camminare.

- Eri stanca di leggere? - domandò il conte con una compiacenza che non cercò punto di nascondere.

- Ah senti! non dovresti permettermi di cacciare il naso nella tua biblioteca. La tentazione è troppo forte. Vedo sopra uno scaffale un bel libro rilegato in rosso od in verde; sai, i colori vivi sono il mio debole: stendo la mano; lo tiro giù, me lo porto in camera mia; poi lo apro, incomincio a leggere e non me ne stacco che non l'abbia finito. Com'è che non sei geloso dei tuoi libri?

- Per la stessa ragione, mia bella Clotilde, - rispose il conte con un sorriso malizioso, - che tu non sei gelosa di questi alberi.

- È un rimprovero?

- Ah no, me ne guarderei bene. Non fo che tradurre il pensiero di questi alberi che ti guardano adesso con occhio geloso, abituati come sono a trovarsi nella mia intimità e a conoscere tutti i miei segreti.

- Che peccato che io non sia un albero.

- Per sapere i miei segreti?

- Sarebbe davvero curiosa che il volermi bene fosse un tuo segreto; in tutti i casi non è un segreto che t'appartiene. Il cuore custodisce male i segreti suoi, quando ci si legge dentro speditamente come ci leggo io...

- Come in un libro della mia biblioteca.

- Certamente, e con nessuna voglia di staccarmene che non l'abbia letto tutto, per ricominciare a leggerlo dal frontespizio -. E così dicendo alzò un po' il mento, e guardando amorosamente con quei suoi grandi occhi profondi in viso al marito, gli si strinse al fianco con tutta la voluttuosa flessibilità della bella persona.

Era la sposina vivace, ardente, innamorata, piena di timidezze provocanti e di calde espansioni. Nessun pallore sulle guance, nessun'ombra benché leggerissima di tristezza sulla fronte. Sul braccio che l'era di sostegno spiccava in tutta la eleganza delicata della forma quella sua mano bianca, impaziente di ammirazione e di carezze. Aveva la labbra frementi e il seno le ansava forte. Era in somma il passato che tornava in tutto lo splendore della giovinezza e della passione.

- Sai a che pensavo? - disse il conte chinandosi un poco verso di lei e stringendo quella piccola mano così eloquente. - Ad una gita che potremmo fare a Roma o a Venezia; lontano in somma; ti sarebbe servita di distrazione.

- Ti pare che n'abbia bisogno?

- Oh, sì, sa, - disse subito il conte rispondendo a quella domanda che era una protesta, - te ne chiedo scusa... Già, di tante altre cose ho da chiederti scusa.

- Di altre cose pensate?

- Sì, ma sempre a proposito di te, s'intende.

- Te le perdono, in grazia del proposito.

- Ebbene, ho anche pensato... scommetto però che andrai in collera.

- Dev'essere una cosa molto terribile! - diss'ella, alzando le ciglia in atto di curiosità e di grazioso terrore. - Dunque, hai pensato?...

- Che la mia signora moglie si sarebbe prima o dopo tramutata in una brava massaia o in una decisa bigotta -.

Clotilde non potè fare a meno di fermarsi e di dare in una risata squillante e prolungata, appoggiando il capo alla spalla del marito.

Era così bella in quell'atto e così seducente, e così bene le cadeva sulle spalle la ricchezza dei capelli, e con tanta dolcezza si disegnava la linea del collo, e tanto fuoco c'era in quegli occhi e tanto palpito in quelle labbra semiaperte... che il conte senza pure saperlo, quasi vinto da un abbagliamento, si chinò come per darle un bacio, per raccogliere il profumo di quella bocca.

Ella si raddrizzò subito e impallidì. Poi riprese a camminare più tranquilla, rimproverando a lui e a sé stessa queste leggerezze da bambini.

- E che altro pensavi? - domandò dopo un poco.

- Pensavo - rispose il conte tornato in calma anch'egli e sorridendo di quella momentanea infrazione delle convenienze - pensavo poi a procurarti una conversazione alquanto più animata che abbiamo ora.

- Della tua?... mi pare anche un po' troppo animata, - rispose Clotilde, minacciandolo col dito. - Del resto, a parte la celia, in cotesto siamo d'accordo...

- D'accordo? - fece il conte tutto sollecito.

- D'accordo, s'intende, sulla opportunità della tua idea. Non sono ancora tanto bigotta da fuggire la vista e la compagnia della gente.

- Capisco bene qui non avremo la più brillante che si possa raccogliere pel mondo, scegliendo fra gli elementi che abbiamo sotto la mano.

- Già me la discrediti? Incominci prima del tempo ad essere geloso?

- Certamente. La gelosia è un dovere di galanteria quando non è una riprova di amore -.

Tornarono insieme, dopo una lunga passeggiata, che da un pezzo non facevano la simile. Rosalia li vide che se ne venivano a braccetto come due innamorati in pieno idillio, e seguì fino in camera la sua signora, come una mamma sollecita della figliuola, perché si rassettasse e si riposasse, ed anche perché le dicesse come mai questa subita tramutazione fosse avvenuta, e che novità si apparecchiassero.

Era in effetto una grande novità questa recrudescenza di affetto coniugale, che doveva molto sorprendere la buona donna e riempirla di gioia e di buone speranze. La sua filosofia pratica le diceva che molti matrimoni s'aggiustano via facendo: incominciati male, vanno a finir bene: pure molti altri, incominciati sotto auspici eccellenti, vanno a finir male. L'amore, quando è venuto prima, si stanca qualche volta e mezza strada; quando prima non è venuto, nessuno dice che non possa venir dopo; e Rosalia, che conosceva molto bene la sua creatura e non accarezzava altra ambizione che di vederla felice, aveva ben ragione di rallegrarsi che quel dopo fosse finalmente arrivato, quando meno c'era da aspettarselo. La contessa non era mai stata così lieta, né aveva mai parlato tanto, né l'aveva abbracciata con tanta effusione come allora. Pareva tornata bambina, e a tutte le domande che Rosalia le andava facendo, rispondeva ridendo, celiando, qualche volta burlandosi della buona donna che nella sua facile apprensione voleva dare tanto peso a cose che non ne avevano punto.

Questa prima fu la nuvoletta; poi ne vennero due e tre; poi s'ingrossò la nuvola e si fece nera come l'inchiostro. In somma, checché avvenisse fra quei due esseri, certo è che non bastava più la vita campestre co' suoi silenzi e i suoi riposi; e peggio ancora questi riposi erano alternati da certe impetuose nervosità della contessa, affatto inesplicabili, alle quali il conte opponeva la sua serena cortesia da gentiluomo. Le gite in città erano più frequenti dell'una e dell'altro; ma mentre da parte di lui non partiva né una osservazione inopportuna né una domanda indiscreta, ella, perdendo tratto tratto la naturale dolcezza dei modi, non trovava di suo gusto ch'egli frequentasse il Circolo, o troppo spesso ed a lungo si trattenesse in compagnia degli amici, o si mostrasse assiduo alle riunioni intime della duchessa Ersilia o di lady Jefferson. Era gelosia?... No. Era impazienza, fastidio, umor nero, espansione di vitalità morbosa, insofferenza della vita a due. Più di una volta l'era venuto fatto di accennare a un suo desiderio di cacciarsi di nuovo nel movimento cittadino, di veder le amiche, di mostrarsi, di brillare. Al che il conte non si opponeva con le parole, cortese com'era, anzi volentieri approvava; ma poi, indugiando di giorno in giorno, faceva a quel desiderio il più dispettoso contrasto per una donna nervosa, quello dei fatti. Da ciò i primi dissidii, se così si poteano chiamare; da questi poi le scene domestiche più frequenti, tanto più vivaci da parte di lei e tanto più irragionevoli, quanto più in lui crescevano i riguardi e le delicatezze.

L'ultima, quella narrata in principio, avea fatto impallidire tutte le precedenti; epperò il conte, rimasto solo, s'era lasciato andare ad una riflessione poco rispettosa sullo stato mentale o nervoso della contessa; riflessione cui per tutti i beni del mondo non avrebbe accennato in presenza di lei.

Dopo mezz'ora, egli era al Circolo e giocava, e signorilmente perdeva. Sorrideva alla fortuna contraria, come al tradimento di una amica che non ci sia più a cuore e che si guardi con un senso di curiosità pietosa passare fra le braccia di un altro. Non si divertiva né si annoiava. Passò di lì a poco, quando ebbe vuotato il portafogli, nella sala di lettura, si sdraiò mollemente in una poltrona, ordinò il suo assenzio e di tanto in tanto accostando le labbra al bicchiere, si diè a svolgere i giornali, guardandoli a caso, buttandoli via, riprendendoli, partecipando alla conversazione vaporosa e vuota, che è propria di tutti i Circoli e di tutti le persone la cui vita è sempre occupata dal non avere nessuna occupazione ben definita. Conversazione fatta di frasi monche, di motti, di spiritosaggini, di scioccherie, di malignità, e nella quale passano a volta a volta le vicende del giuoco, la riputazione delle donne e le glorie dei cavalli. Sul tardi, il conte si recò a presentare i suoi omaggi alla bella lady Jefferson, lasciandosi vincere con sapiente abbandono dalla delicatezza frivola e tenera della conversazione femminile e mettendovi la sua nota di eleganza, di gusto, di coltura e di corretta galanteria. E quando ebbe così chiusa la sua giornata, con una buona perdita, una sufficiente informazione politica, un bicchierino d'assenzio e un po' di corte, riprese la via del castello, dove arrivò all'ora consueta del pranzo e con affettuosa sollecitudine domandò prima ad Andrea, poi a Rosalia, notizie della contessa.

Andrea e Rosalia risposero allo stesso modo. La signora contessa non era tornata.

- No?

- No -.

Il conte si avviò tranquillamente verso la sua camera, ripassando sotto lo sguardo severo dei suoi maggiori. Mutò di vestiti, senza troppo affrettarsi, curò studiosamente il fiocco della cravatta, poi suonò, e si vide comparire davanti il suo vecchio Andrea.

- Andrea - disse - andate a vedere se la contessa torna -.

E si diè a passeggiare su e giù per la camera, canticchiando una romanza in voga.

- Oh, oh! - esclamò ad un tratto, accostandosi a una mensoletta. E stese la mano ad una lettera che v'era sopra. La lettera portava il suo nome sulla soprascritta, vergato con mano rapida e incerta. Chi l'avea portata? come si trovava lì, in camera sua?

Ne riconobbe subito il carattere.

- Qualche altra follia! - pensò, e andò a sedere presso la finestra tenendo sempre il foglio fra le mani.

Andrea venne a dire intanto che la contessa non si vedea venire.

- Sta bene - disse il conte - potete andare -.

Aprì la busta, ne cavò fuori il foglietto, lo spiegò, con un'occhiata ne percorse il contenuto. Non doveva essere cosa di grande importanza, a vedere il sorriso che gli sfiorò le labbra.

- Lo sospettavo - mormorò - arricciandosi i baffi. E tornò a guardare allo scritto. - Le solite romanticherie femminili. Bisogna bene che i fumi svaporino. «Sono morta per voi» è una bella frase d'effetto, ma non ha veramente un valore apprezzabile. Poiché la contessa non viene, andiamo noi a trovar la contessa -.

Di nuovo chiamò Andrea.

- Andrea - ordinò - fate attaccare.

- Il signor conte vuole che gli apparecchi l'abito di sera?

- No, sarà per un'altra volta. Andate.

- Il signor conte vuole anche che si porti in tavola?

- No, più tardi. Adesso mi preme di sortire. Andate, Andrea, ve ne prego -.

Dì lì a mezz'ora, entrava di nuovo al Circolo, salutato dagli amici ed invitato a voler completare la giornata, perdendo il resto. Avrebbe accettato volentieri il grazioso invito, e si proponeva di farlo più tardi. Cercava pel momento il suo fido Acate, il suo amico indivisibile, il marchese Oderzi.

Non c'era.

- Ah, ah! eppure m'avea dato la posta per questa sera.

- Vuol dire che verrà più tardi.

- No, preferisco andar da lui.

- Affari urgenti?

- Piuttosto.

- Sai bene che a quest'ora non lo si trovi a casa.

- No?

- Naturalmente no. E' l'ora solita della sua sparizione. Oderzi un po' è di questo mondo, un po' di quell'altro; sta con un piede di qua e un altro di là. Ogni giorno, checché avvenga, non può mancare di fare una visitina a casa del diavolo.

- Ah, ah! spiritista?

- Dice.

- Ciascuno ha la sua follia, il suo dada - disse il conte. - Ebbene, lo andrò a trovare a casa del diavolo... se il diavolo me lo permette, - soggiunse ridendo.

- Ti aspettiamo, sai.

- A rivederci - rispose il conte.

Salutò gli amici ed uscì. Quando fu da basso, disse al cocchiere di aspettarlo, ché sarebbe tornato presto. Poi si allontanò a piedi e scomparve dietro la prima cantonata.

Il cocchiere, da uomo di mondo, pensò che questo era il momento o mai più di schiacciare un sonnellino. Raccolse in mano le guide, si calcò il cappello sugli occhi, si acconciò alla meglio sulla serpe e partì subito pel mondo dei sogni con tutta la velocità di una carrozza che non si muoveva.

Così passò un'ora o ne passò mezza. Uno scricchiolio misurato di scarpini lo destò. Si drizzò, aprendo gli occhi, e vide venire il conte col suo passo stanco e disinvolto.

- Che è? - domandò. - T'eri addormentato?

- No, signor conte; aspettavo al mio posto il signor conte. Il signor conte vuol montare?

Il conte montò con l'usata sveltezza; prese guide e frusta. I cavalli si mossero. La carrozza uscì rumoreggiando dal cortile.

Notò il cocchiere, con segreto rammarico, che non si pigliava la via del castello, anzi s'entrava più nel cuore della città. Avrebbe voluto muovere una rispettosa osservazione, quando la carrozza si fermò davanti a un gran portone.

Il conte mise piede a terra, entrò, salì per un ampio e basso scalone, traversò due corridoi, arrivò in un'anticamera, debolmente rischiarata da una lampada a gas.

Sotto di questa, tre uomini seduti intorno ad un tavolino sonnecchiavano. All'udire il rumore di un passo, uno di essi alzò gli occhi indolenti.

- Chi cerca? - domandò senza scomodarsi e con voce inurbana. Il conte trasse fuori dal portafogli un biglietto di visita e lo porse a quell'uomo.

- Dite al signor questore che questa persona ha bisogno di parlargli -.

L'uomo si scosse, passò in una stanza attigua, sparì dietro un uscio.

Dopo un momento riapparve, spalancando la porta a due battenti, e gridando con voce profondamente ossequiosa:

- Passi il signor conte di Montoro -.

Il conte entrò, si fermò un momento sulla soglia con in mano il cappello e inchinandosi.

Il questore, levandosi dietro la sua scrivania, gli fece cenno d'avanzarsi e pregò il conte di mettersi a sedere.

- Grazie - rispose il conte - non ho da farle che una breve comunicazione... se me lo permette.

- Dica pure, signor conte. Son tutto ai suoi ordini.

- Troppa bontà. Si tratta, signor questore, di un malfattore che vengo a denuciare alla sua autorità.

- Oh, oh! un ladro? il signor conte sarebbe forse stato vittima di un furto domestico?

- Precisamente no. Non si tratta di un ladro. Il malfattore è ancora più temibile.

- Un assassino?

- Per l'appunto.

- Lo arresteremo subito - esclamò il magistrato, toccando il bottone di un campanello elettrico.

- Non ne dubito - ribattè il conte. - L'autore del reato, signor questore, sono io. Ho ammazzato mia moglie -.

VIII

PARVA FAVILLA

In un momento, quando ancora era la notte, rompendo il cielo profondo la primissima luce, la luce bianca che dovea versare dalla sua fonte perenne onde inesauribili sull'informe compagine del creato, e che ancora, perché non desse un guizzo, stava imprigionata nelle più remote regioni dove non era che lo Spirito nella sua immensa solitudine, in un momento un grande scricchiolio suonò nella continuità degli spazi, e parve che il cielo gravemente si scuotesse sui cardini suoi come la nave immane freme nelle viscere dello scafo e tentenna quando piglia l'abbrivo. Era il moto che incominciava, misurato, uniforme, dagli ampi giri tardi e faticosi. Il moto, cioé il primo calore, la prima vita, il primo barlume della grande anima universale che s'appurava in cielo prima di volgere il volo rovinoso verso la terra e di frangersi in miliardi di piccole anime incomplete; vaganti, bisognose l'una dell'altra. Suonò uno scricchiolio sordo e potente, uno sconnettersi, uno stridere di ruote e d'ingranaggi, un fregamento rugginoso, un sibilo continuo dell'aria per la prima volta percossa, fino allora morta e stagnante, e che paurosa di sé stessa palpitava e si spandeva intorno sottile e sonora, assorbiva in minutissime particelle e diffondeva per tutto il suo corpo quel debole raggio della luce piovuta dall'alto. E a quel primo scricchiolio ne seguì un secondo, e poi un immenso ronzìo, e poi di tratto in tratto lo scoppio aspro ed improvviso di uno spacco che, ripercosso da un'eco in un'altra, cresceva fino allo schianto e al rimbombo del tuono.

E la macchina immane pazientemente congegnata dallo Spirito, quando i secoli non erano, nei suoi ozî infiniti, mossa da quel primo soffio spiratole dentro che era il tepore debolissimo del primo bagliore della luce, incominciò pesantemente il suo moto di rotazione che doveva a poco a poco, in tanti giri, portarla alla vita, attraverso il giro lungo dei secoli che iniziavano il loro corso partendo da quel primo battito, da quello scricchiolio, che era il vagito del primo minuto sul quale tanti e tanti altri minuti si sarebbero accumulati; e lo Spirito vide che tutto questo era buono e si compiacque dell'opera sua con un sorriso che fece più viva la fioca luce di quel mondo celeste. Aveva creato il tempo, fastidito forse dell'eternità; e lo vedeva muoversi in questo primo mondo uscitogli dalle mani, che era il paradiso, l'opera sua più perfetta e che doveva poi da sé solo aver tanta vita da darne parte agli infiniti altri mondi disseminati nello spazio.

Era un paradiso di acero, tutto commettiture, tutto congegni, con le immense volte dei cieli roteanti tirate a pulitura. Un paradiso bianco e lucente che avrebbe abbagliato ogni occhio mortale, se ci fossero stati occhi per vedere: nessuna tinta, nessuna varietà di colore. Una miriade di esseri popolava lo spazio sconfinato; e anch'essi erano bianchi come i cieli soprastanti e anch'essi fabbricati della stessa materia, e anch'essi consentivano al moto universale e roteavano coi cieli. E la pace era grande, come era grande il frastuono, perché ciascuno di quegli esseri seguiva ubbidiente l'orbita sua, e non uno cozzava in un altro, e tutto era ordine ed armonia come dev'essere in paradiso. Un canto si levava a coro da quelle bocche di legno, il quale suonava come uno strumento caricato,con un suono eguale, cadenzato, aspro, senza scotimenti o volate. Giravano, giravano, sotto le smisurate impalcature giranti, uno strato sull'altro, uno stormo dopo l'altro, come se si provassero al volo, a rompere gli strati profondi dell'aria, prima di fenderla e batterla con l'ali spiegate. Avevano le ali come i corpi, bianche, lucide, rigide, scolpite; le braccia incavigliate;le bocche incise e atteggiate ad un solo sorriso immutabile; gli occhi imbullettati e fissi e senza splendore; le palpebre immobili. Nessuna vita, oltre quella rotazione uniforme, nessun segno che rompesse quella solenne armonia.

E l'aria palpitava sempre e si spandeva intorno sottile e sonora, assorbendo e diffondendo per tutto il suo corpo in minutissime particelle quel debole raggio della prima luce piovuta dall'alto. E crescevano la luce e il calore. E seguì allora, fra quella girante popolazione di legno, qua e là, qualche segno impercettibile di un altro moto, e suonarono strani strisciamenti e scoppiettii, e qualche punta di ala battè, e qualche braccio si snodò stridendo e cigolando, e degli occhi si schiusero e si aprirono sotto il battito eguale delle palpebre, e un debolissimo colore, una trasparenza indistinta, una tenue varietà di tinte come di perle in bianche fronti si diffuse per tutto, e ondeggiarono all'aria falde sottilissime di acero e chiome fluenti di trucioli.

E giravano sempre, giravano tutti insieme, stridendo, scricchiolando, accelerando il moto, mentre si tingeva di un leggerissimo velo opalino e rosato quell'immenso pallore del cielo. E giravano sempre, giravano faticosamente, ora ascendendo al sommo delle curve maestose, ora precipitando in basso e ripigliando nuova lena ad ascendere. Ed erano più frequenti gli scoppii del legno non ancora stagionato, e gli sfregamenti, e lo sbattere secco delle ali, e il cigolio delle ruote, e lo stridere dei congegni. E nondimeno tutto era pace come deve essere in paradiso, benché crescesse il frastuono e l'aria commossa sibilasse più acuta e facesse rumoreggiare intorno gli echi profondi.

Qua e là vedevasi qualche coppia bianca e stecchita e dalle fibre sottili, stretta in rigido amplesso, inchiodata saldamente insieme, fendere lo spazio e scoccarsi baci che suonavano aspri come lo sbattere delle nacchere. Si udivano esclamazioni, parole tronche, martellate come tasti di strumento cui mancassero le corde. Passavano anche in lunga riga od a stuolo angeli che bisbigliavano insieme sommessamente facendo sentire come il tribbiar della sega o il raspare e il rosicchiare del topo.

Lo Spirito sorrideva sempre, e spandevasi la luce e il calore, e il moto facevasi più corrente, più rapido, più vertiginoso, e dei colori più vivi spiccavano in mezzo a tanta bianchezza, e l'acero pigliava riflessi di carne, e i trucioli delle chiome si facevano biondi, e le bullette degli occhi lucevano stranamente sotto ciglia di ebano, e qualche lembo di veste svolazzante e leggermente marezzata si lasciava dietro, per la gran furia del girare, un solco vivamente colorato.

E giravano, giravano sempre, e cresceva la rapina e il rumore, e lo strepito delle ruote e delle ali sbattute, e lo scoccare secco dei baci, e l'urto degli abbracci, e la faticosa rotazione si moltiplicava in una vertiginosa rapidità, e tutto il gran paradiso pareva invasato dal delirio, e nondimeno era pace ed armonia come dev'essere in paradiso.

Ad un tratto, mentre la luce cresceva e il calore ed il moto, una voce gridò da un angolo remoto ed inaccessabile: - Al fuoco, al fuoco! - e si vide in effetto, lontano lontano, sprigionarsi una scintilla dall'urtarsi di due petti di legno, e poi un rosseggiare sinistro, e poi una fiammolina vagante, e poi un vivido sprazzo di faville. Una coppia delle più solitarie se ne sentì apprendere una alle due chiome arricciolate che si confondevano in una sola, e passarono oltre, mentre un'altra favilla s'appiccava alle ali di un altro angelo che li seguiva da presso dando loro sulla voce perché si fermassero nel volo turbinoso e disperato. E l'aria si mosse e sibilò più forte, e le scintille si moltiplicarono e si appresero ad altre chiome, alle ali, alle vesti, e andarono serpeggiando, e divamparono, e tutto il paradiso crepitò da un capo all'altro come se ardesse un campo di biade mietute, e dei gemiti, e dei cigolii si confusero, e i nocchi di quei corpi parvero ferite rosseggianti, e degli angeli passarono con la mestica screpolata, e si staccarono dai corpi e confusamente caddero e turbinarono nello spazio delle braccia e delle ali in combustione, tizzi ardenti, fusti e scheggie roventi, sverze fiammanti, e in brevissima ora tutti i cieli furono una fiamma sola dalle mille lingue, una sola immensità di fuoco, intorno al quale giravano sempre, giravano infaticati, ardendo, lasciando a lembi le vesti e le carni, assottigliandosi, e nondimeno levando a coro un inno di gioia e di gloria, un'armonia celeste ed ineffabile, l'inno della vita e dell'amore, le miriadi degli angeli creati dallo Spirito. E tutto era pace come dev'essere in paradiso, e tutta era una sola fiamma, un solo incendio, e i cieli ardevano maestosamente e minacciavano l'ultima ruina.

E durò la fiamma e l'incedio, e si diradarono gli stormi volanti e a poco a poco si dileguarono portati via in turbini di faville dal vento.

E quando i cieli precipitarono fumanti, e quando l'ultime fiamme si spensero, e tutto fu un gran monte di cenere, e la cenere si fu dispersa, lo Spirito sorrise e la gran luce piovve più chiara, più vivida, più diffusa i suoi raggi, e il canto si fece più spirituale, e si udì un leggiero stormire di ali, e un mormorio e una dolcezza di voci, che empiva i cieli popolati dalle miriadi degli spiriti puri ed intelligenti.

E i cieli erano più saldi dopo la ruina e Psiche viveva e la vita incominciava.

IX

DELITTO DI SANGUE

Non mi lasciava la febbre; mi s'era attaccata ai muscoli, mi ardeva nelle vene, mi facea tremare i polsi. In somma, se un errore avevo commesso, questo era stato di ostinarmi contro la serie. Me lo dicevo da me prima che gli altri me lo dicessero: L'errore era grave ed imperdonabile, tale che avea già rovinato molti abilissimi giocatori e ridottili al verde. Ma il rimedio c'era. Smettere dal giuoco? No. Tornare al giuoco? Sì, rifarsi anche. Portarvi la calma in cambio della foga; sostuire il calcolo al caso; non affidarsi alla sorte, anzi tenerla accasciata sotto il ginocchio. Essere uomo, non giocatore; perché dov'è, in nome di Dio, il giocatore che sia uomo? Bene, così avrei fatto; così in tutti i modi volevo fare. Ma se poi la foga veniva? se la calma, come altra volta, se n'andava? In quei casi, l'uomo non vuole più; l'uomo è bestia. Cansare il pericolo era forse meglio che affrontarlo; ritirarsi in porto, era il riposo; la prudenza valeva senz'altro molto più dell'audacia. Ma che prudenza, ma che riposo, con quel ricordo evocato dei danari perduti, con quella fede incrollabile di ripigliarli, col miraggio magnifico e tormentoso del tappeto verde e di quei due campi dalla due parti, dei quali l'uno rosseggiava come per sangue versato, l'altro era buio come la morte?...

Mi trovai, senza saperlo, in mezzo alla battaglia; così, di schianto. Non potrei dire come mi vi cacciassi dentro o chi mi avesse spinto. Questo è certo che pochi momenti prima io stavo a sedere, meditando e cruciandomi, sopra una delle panche di marmo della Villa. Una gravezza insolita del capo mi facea chiudere gli occhi; mi riscuotevo; tornavo a sonnecchiare; mi passavano davanti strane forme e visioni terribili, sirene emergenti dal mare, mostri ringhiosi in fondo agli specchi. Non avevo forse la febbre? Sì, l'avevo davvero e mi ardeva... E così fu che mi trovai scagliato nel cuore della mischia, in mezzo agli urli dei combattenti e ai lamenti dei feriti.

Singolare contrasto! A quei lamenti, a quegli urli rispondevano di fuori le note malinconiche della sampogna. Era la notte di Natale. Lo spettacolo della morte era accompagnata da una soave cantilena piena di speranza. Di fuori la calma, qui la tempesta. Intorno a un lungo tavolone si stringevano, anzi si addossavano l'una all'altra venti figure, che dalle forme parevano uomini: dalle forme, non già dai visi. Questi erano smunti, lividi, con sotto alla fronte due buche profonde e fosforescenti. Tante mani, biancheggianti sotto la luce delle lampade, brancicavano sul tappeto, si urtavano, si afferravano, spargevano gettoni o raccoglievano biglietti di banca. Dal campo verde, tanti numeri di color gialletto parevano guardare in su con occhi misteriosi, allettando. Erano coperti ad un tratto e sparivano sotto una pioggia sparsa di gettoni bianchi. Di botto, un lungo rastrello piombava nel mezzo come un uccello di rapina; ragunava, traeva a sé, con un rumore aspro e sinistro di ossa scricchiolanti. I numeri gialli tornavano a fiammeggiare e a sorridere allettando. Le mani bianche tornavano a brancicare. E ad ogni colpo, ad ogni improvvisa calata del rastrello rapace, un coro si alzava di strida, di ingiurie, di maledizioni, di lamenti. In quel punto, taceva o era soffocata la nota maliconia della sampogna di fuori.

Ad un capo della tavola, saldo nella furia della tempesta, come lo scoglio sferzato dalle onde spumeggianti, stava Taffanel dalla faccia schiacciata e impassibile, armato del suo lungo rastrello e con a destra la ruota fatale. Aveva movimenti automatici. Con la sinistra dava l'aire alla pallina e un leggiero colpo al piatto girante della ruota. La pallina strideva, urtava negli ostacoli, balzava, pareva viva, sfuggiva agli occhi avidi dei giocatori. La voce di Taffanel, monotona e fredda, si levava:

- Il giuoco è fatto! -

Poi, dopo un poco, la pallina cadeva in una delle trentasette caselle. Il piatto era fermato.

Da capo quella stessa voce:

- Ventisei nero, pari e passo! -

Grida di trionfo e di dispetto. Un signore, disteso sopra un canapè in fondo alla sala, borbotta sonnecchiando:

- L'ho puntato per tutto un giro. La martingala m'ha rovinato. Sempre così!

- Bestia! - lo rinfaccia un altro - costanza ci vuole.

- Già, e danari -.

La voce di Taffanel suona come prima:

- Il giuoco è fatto! -

E di lì a un momento:

- Cinque rosso, impari e manca!

- Maledizione! - grida un giovane dai capelli arruffati e dalla cravatta sciolta, e si morde a sangue l'indice della mano destra. - Adesso viene, la bestia! E non ho da bestemmiare, e ho promesso di non bestemmiare, e dice poi che la bestemmia mi faceva perdere. Ebbene, no, no! Niente bestemmia -.

È fuori di sé, si scosta dalla tavola, si ferma davanti a un'olegrafia che rappresenta la Deposizione dalla Croce, e grida per quanto n'ha in gola:

- Viva Pilato! -

Tutti ridono, meno Taffanel. Qualcuno sghignazza. Il signore sonnacchioso del canapè osserva che il caso non è nuovo. Una volta, alla Cava, giocando a primiera con la solita disdetta che lo perseguitava, egli avea sfondato uno scarabattolo e avea fatto del bambino di cera un solo boccone.

Io perdevo intanto e perdevo. Non mi frastornava quel diavoleto. Badavo alla mia serie, attaccando il nero dopo cinque colpi del nero. La vincita doveva esser sicura, perché il mio era tutto un giuoco di probabilità, e la probabilità, questo lo sanno tutti, ha un valore matematico. Nondimeno perdevo. L'algebra avea torto. Le serie si rompevano ad un tratto con un alternarsi frequente di rosso e di nero, o anche si ostinavano fino a dieci e a dodici colpi. Una cosa incredibile. Mi sentivo battere le tempie, mi frugavo per le tasche. Un ultimo tentativo sul rosso mi tolse l'ultima speranza: diciotto neri, caso inaudito, si seguirono. Non mi avanzavano che cinque lire, un miserabile biglietto da cinque lire. Né possedevo altro, nemmeno a casa. Era tutta la mia fortuna. Possedevo, però, il mio orologio d'oro e il mio anello di zaffiro: ma non erano danaro. Possedevo anche e l'andavo tentando con le dita nervose, la rivoltella che m'avea venduto due sere innanzi l'amico De Liguori anch'egli per tentare un ultimo colpo. No, meglio valeva fuggire. Fuggire lontano e non rimettere mai più il piede in quell'antro della perdizione e della vergogna. Ero giovane, chi sa! ed è così bella la vita! ed è così doloroso morire per la miseria, per una causa così ignobile!

Una mano mi si posò in quel momento sulla spalla, quasi per trattenermi. Mi voltai. Nessuno badava a me, né Taffanel né altri.

- Come! - esclamai - Taffanel ha una figlia? Ed io che non ne sapevo niente, da tanto tempo che vengo qui! -

Mi fa cenno, la seguo. È una fanciulla bionda e magra, di un pallore d'alabastro, con due occhi verdigni e penetranti. Si direbbe che così debbano esser fatte le Ondine. Mi precede in silenzio. Eccoci in un'altra stanza, dove giunge in un confuso ronzio il frastuono del giuoco.

La fanciulla si arresta, mi prende per le mani, mi domanda: - Perdi?

- Sì - rispondo e non so dire altro.

- Vuoi vincere?

- Sì.

- Ebbene, ascolta -.

E mi figge negli occhi gli occhi verdigni, e quasi mi sfiora il viso con la bocca pallida e sottile, e mi sussura alcune parole.

- No - rispondo - voglio andar via. Tornerò poi un'altra volta. Casco dal sonno e sono aspettato a casa. E poi...

- E poi che? - interrompe ella sorridendo sinistramente, quasi m'avesse letto nel pensiero.

- E poi, è la notte di Natale, e io credo che questo mi porti sfortuna -.

I giuocatori hanno di queste paure infantili. Temono di tutto. Sono donnicciuole in materia di pregiudizi.

La fanciulla ride e mi dice che lo sapeva. Così gli sciocchi si rovinano. Di che poi si lamentano? Per una mezz'ora di più, non cadeva mica il mondo; per Natale c'era sempre tempo. Tentassi; non mi lasciassi sfuggire la fortuna.

- Non hai l'orologio? - dice -, non hai il tuo anello? Ecco, prendi -.

Né mi dà tempo di rispondere, né mi sento la forza di resisterle. Orologio ed anello spariscono. Ho nelle mani tre biglietti da cento. Mi trovo ancora una volta davanti alla tavola verde dai numeri fiammeggianti. Ho adesso una chiave sicura per aprire le porte della fortuna; guardo a lei, che dal fondo della sala mi sorride e m'incoraggia. Tento un primo colpo e un secondo. Vinco. Raddoppio la posta. Torno a vincere. È chiaro che non m'ha ingannato la mia Ondina. Un po' guardo a lei, un po' alla pallina balzante. Raccolgo e accumulo i biglietti di banca. La vincita m'inebria; m'inebriano le occhiate invide degli altri giocatori e quelle oblique di Taffanel, il quale mi sembra aver perduto alquanto della sua impassibilità. Sí, tenterò ancora l'ultimo colpo; non importa che sia battuta la mezzanotte. Di Natali ne verranno degli altri e ci sarà sempre tempo a solennizzarli. Per ora, afferrata la fortuna, la terrò forte che non mi sfugga; le farò ripagare quanto m'ha tolto; sconterà, dovessi strapparle l'anima.

- Tenta ancora! tenta! - mi dicevano dal fondo buio della sala gli occhi verdigni della mia Ondina.

Domando:

- Quanto tiene la banca?

- Tutto - risponde Taffanel con calma.

Con le due mani prendo il mucchio di biglietti che mi sta davanti, lo metto sul rosso, aspetto. Tutti i giuocatori guardano stupiti, quasi esterrefatti, anelanti. Io godo del trionfo imminente. Taffanel leva la voce:

- Il giuoco è fatto! -

E la pallina striscia, sibila, balza, tintinna, cade con un rumore breve e sordo.

Prima che il piatto girante si fermi, Taffanel dice con lo stesso tono d'indifferenza:

- Tredici nero, impari e manca! -

Il sangue mi dà un tuffo, mi s'offusca la vista. Vedo come in una nebbia l'Ondina dagli occhi verdigni, che mi sorride. Con un moto irrefrenabile, le corro addosso, cavo la rivoltella, gliela scarico nel petto, a bruciapelo. Un grido terribile erompe, un tumulto scoppia nella sala, tutti mi son sopra, mi strappano di mano la rivoltella, si chinano sulla fanciulla che giace per terra bocconi.

In quel punto, un rumore più alto copre lo strepito della sala. Dei passi frettolosi e gravi vengono alla nostra volta. Una voce grida:

- Nessuno si muova! siete tutti quanti in arresto -.

Sono gli agenti della questura. Un delegato, ornato della sua fusciacca tricolore, fa cenno verso di me. Due questurini mi si scagliano contro per agguantarmi. Atterrito, fo per fuggire, non posso. Le gambe mi si piegano sotto, i piedi non si staccano dal pavimento. Mi pare di aver messo radici in quel posto, davanti a quel cadavere. Do un grido per chiamare aiuto, mi divincolo dalle mani dei poliziotti, fo uno sforzo disperato per fuggire...

Dov'era più Taffanel? dov'erano i giocatori? dove il cadavere dell'Ondina?...

Ero sempre lì, seduto, nella Villa, solo nell'ombra. Avevo fatto un brutto sogno. Mi accostai ad un lampione per guardare all'ora e feci l'atto di cavar fuori l'orologio.

- È strano! - borbattai ancora mezzo assonnato -. Contro il solito, l'avrò lasciato a casa. Che ore saranno? -

Dalla brezza che frizzava argomentai che l'alba stesse per rompere. Così era. Di lì a poco, il cielo incominciò a prendere una tinta grigia e tutto intorno mi parve dello stesso colore. Mi sentivo stanco e indolenzito. Entrai in un piccolo caffè ed aspettai che fosse giorno chiaro.

Erano le sette o poco più quando mi avviai verso casa. In piazza San Ferdinando, mi imbattei in Taffanel che si facea la sua passeggiata mattutina.

- Buongiorno, Taffanel - lo salutai - come si va?

- Non c'è malaccio. Sono stato lì lì per saltare, sapete.

- Ah sì? ieri sera?

- Ieri sera. Il tredici però m'ha salvato.

- Il tredici?

- Sì, il tredici. Mi salva sempre. È il numero della fortuna mia, vedete.

- Vedo, vedo.

Io ero pensoso, Taffanel sorrideva.

- A proposito - gli chiesi di punto in bianco - voi avete una figlia?

- Si - rispose Taffanel - ma non l'ho qui, a Napoli.

- Ah no?...

- No, voi lo sapete. L'ho a Firenze.

- Bene, bene, l'avete a Firenze.

- O perché me lo chiedete?

- Così per sapere. Addio, Taffanel, a rivederci.

- Verrete stasera?

- Non so, caro Taffanel, non mi sento bene. E poi c'è anche un'altra difficoltà.

- Quale?

- Che non ho danari.

- Oh, oh!...

- Sicuro, e nemmeno l'orologio che non me lo trovo più in tasca. -

Taffanel rise e si allontanò salutandomi.

Tornato a casa, trovai l'orologio. L'anello l'avevo sempre al dito e l'ho tuttora, come tutti sanno. Mi gettai sul letto e mi addormentai di un sonno greve e faticoso. Ma da quella notte, che non avevo giocato, non giocai più né rividi il mio Taffanel. Di tutte le mie notti di Natale, quella, senz'altro, fu la più brutta.

* * *

Mi trovavo, dopo tre anni da quel tempo, a Firenze. Abitavo in via Larga, e me n'andavo tutte le mattine al Caffè de' Risorti di faccia al palazzo Riccardi: prendevo il mio caffè e davo una scorsa ai giornali. Una mattina prendo la "Nazione", l'apro, guardo alle notizie di città. Il foglio mi cade di mano. Uno dei tavoleggianti mi si accosta e mi chiede tutto sollecito:

- Il signore si sente male?

- No, grazie, date qua -.

E riprendo il foglio ch'egli ha raccattato e mi porge? Torno a leggere le misteriose parole che m'hanno così stranamente sconvolto. Il cronista dice:

«Ieri sera, una casa in via Delle Lance è stata teatro di un dramma non meno sanguinoso che insolito. Mercè la solerzia e l'intelligenza de' nostri agenti di questura, si riuscì ad operare la sorpresa di una delle più antiche e meglio guardate bische che disonorano la nostra città. Nell'irrompere della forza nella sala precedente a quella da giuoco, gli agenti furono arrestati dallo scoppio d'un'arme da fuoco. Il bravo Delegato ordinò alla sua squadra di procedere ed egli pel primo entrò sulla scena dell'avvenimento, vietando a tutti l'uscita. Uno spettacolo doloroso lo colpì. Uno dei giuocatori, non è bene accertato se per caso o per criminoso proposito, aveva esploso la sua rivoltella, ferendo mortalmente nel petto la figlia del biscazziere, una giovinetta bionda appena ventenne. Il colpevole fu immediatamente assicurato alla giustizia, e dalle sue prime deposizioni si rileva che il colpo fu casuale, come pure che in quella casa egli era stato spogliato di tutto, perfino dei suoi oggetti d'oro. In quanto alla ragazza ferita, si dispera di salvarla».

Una curiosità pungente e strana mi persuase a informarmi meglio della cosa. Munito di un permesso in tutta regola, mi recai alle Muratte e domandai di vedere il disgraziato giocatore e feritore.

Il fatto era vero in tutti i suoi particolari, e se fosse stato casuale o criminoso non seppi allora né poi.

Più che stupito ero confuso. Né fin oggi mi son potuto spiegare quanta parte di realtà vi fosse in quel mio sogno, quanta parte di sogno in quel dramma sanguinoso.

X

MANOSCRITTO

Non ho mai fatto la descrizione di una battaglia, e non la farei. Di battaglie non ne ho mai viste. Il lettore, se c'è stato, sa di che si tratta; se non c'è stato, se la figuri.

E si figuri se non gli dispiace, la battaglia di Danzica.

Questa prima parte del racconto, raccolta da relazioni verbali, sarà piuttosto magra. Io non so colorire le cose che non ho visto, né conosco gli uomini che non ho mai conosciuto. La metto qui, perché si possa intendere la seconda parte, della quale non ho merito né colpa, perché né l'ho inventata né la riferisco per sentito dire. Sarò lettore anch'io e leggeremo insieme.

Dunque, alla battaglia di Danzica, due giovani ufficiali francesi combattono come leoni l'uno a fianco dell'altro: il luogotenente De Montreuil e il capitano conte Duplessy. Sono amici d'infanzia e hanno fatto insieme gli studi al Politecnico, hanno sempre vissuto l'uno per l'altro: due anime ed un nòcciolo. Scapoli tutti e due. Sfidano la morte, ma pare che la morte li voglia risparmiare. L'uno difende l'altro.

Ad un tratto, in mezzo al rimbombo e al fumo delle artiglierie, un grido si leva:

- Addio, Duplessy! muoio -.

Il capitano si slancia verso la parte donde il grido è venuto, a pochi passi. Si china, mette un ginocchio in terra, prende l'amico fra le braccia, lo solleva alquanto. Una scheggia di mitraglia gli ha squarciato il petto, e dalla ferita vien fuori il sangue gorgogliando.

Brevi momenti di vita gli avanzano. Balbetta poche e confuse parole. Gli raccomanda la povera sorella.

Duplessy piange, lo bacia in fronte.

- Non piangere - sussurra De Montreuil - ci rivedremo in un'altra vita.

- Addio, addio, mio povero amico! - singhiozza Duplessy.

- No, non addio, a rivederci! -

Questa fede profonda non vale a lenire il dolore dell'ufficiale. Vorrebbe credere, ma non può.

- Senti - dice - se c'è un'altra vita, e tu dimmelo.

- Come?

- Non adesso, non adesso. Ricordati dell'amico tuo...

- Sempre.

- E torna a me, torna un momento solo, con una parola, con un cenno, con un pensiero, con un sogno.

- Tornerò - potè appena balbettare il morente.

- Torna - insistette l'amico, che la foga del dolore soffocava - torna nel momento supremo della mia morte, quando saremo per ricongiungerci, se è vero che un'altra vita esiste.

- Tornerò - ripetette De Montreuil.

- Me lo giuri?

- Te lo giuro -.

Un fiotto di sangue gli mozzò la parola. Il corpo si scosse in uno spasimo supremo e ricadde inerte.

Il luogotenente De Montreuil non era più di questo mondo.

* * *

Il viaggio da Firenze a Pistoia è così monotono e uggioso che non merita davvero il nome di gita. Non me n'avvidi che al ritorno, perché la solitudine c'induce prima la malinconia e poi la tristezza: qualche volta il sonno. Insieme con Gaetano Milone, mio amicissimo, s'andava a Lucignano, dov'egli occupava l'alta carica di ricevitore del Registro. Da tanto tempo non ci vedevamo, epperò la conversazione era animata ed arruffata, ciascuno volendo narrare i propri casi e tutti e due frammezzando il discorso di tanti «ti ricordi?» espressione di antica dimestichezza e di rammarico. Eravamo giovani e già il pensiero di non essere più fanciulli ci pungeva. Che diremmo oggi, amico Gaetano, oggi che anche la gioventù ci ha lasciati?

- Sicché - mi domanda Gaetano - tu hai sempre scritto?

- Bene e male, sì - rispondo, con una tal quale incertezza e con un po' di rimorso.

- E scrivi sempre?

- Naturalmente.

- O come fai a trovare gli argomenti? -

Era la cosa più facile di questo mondo. Gliela spiegai alla meglio e mi accorsi ch'egli non ci credeva.

- Del resto - soggiunsi - son di manica larga, sai. Se me ne dai uno tu, me lo piglio.

- Io?

- Tu -.

Sorrise e stette alquanto sovrappensiero. Poi disse:

Figurati che poesia in un ufficio del Registro! Eppure te lo darò, e tu ne farai una novella.

- O bravo! sentiamo.

- No, parliamo d'altro adesso. So di che si tratta, ma non son buono a raccontare storielle. Ti darò il manoscritto originale.

- Tuo?

- No. L'ho trovato fra le carte di mio padre, e non so chi ne sia l'autore o il copiatore, perché si tratta di copia. È un quadernetto di carta giallita, scritto con un inchiostro che appena si legge. Ma il fatto è bello, te l'assicuro; credo che sia storico.

- Ah!

- Perché fai «ah?»

- Perché il genere storico non è il mio genere. Basta, lo piglierò lo stesso e vedremo -.

E così, quando partii da Lucignano, portai via il manoscritto. L'ho tenuto tanto tempo sepolto sotto un monte di fogliacci. Una sera, presolo a caso, lo squadernai e lo lessi tutto. Eccolo tale e quale.

«Copia di una lettera spedita in data 15 giugno 1813 da Lione a Napoli».

Tu mi domandi troppe cose in una volta, amico mio, ed è probabile ch'io non risponda a nessuna. Aspetto meglio che tu dica a me le belle e le nuove cose, tu che stai in su e te la fai coi ministri e con la signoria; e poi aver notizie dal proprio paese è sempre una consolazione per chi ne sta lontano e non trova il verso di acconciarsi a un paese nuovo. Sai, le città sono come i vestiti, almeno per me; e il vestito vecchio mi sembra più veramente mio e ci sto dentro a tutto comodo. Non dico così per screditarti Lione; ci son venuto e ci starò, fino a quando non piacerà al Signore di dare un migliore avviamento ai fatti miei e di trovar maniera che i commerci si possano fare a breve distanza, da via a via, da casa a casa, senza bisogno di mandar correndo pel mondo un pover'uomo. Dunque, come ti dico, Lione può anche passare per una bella città, che non mi piace; ma questo, come capisci, è il difetto mio. Ha qualche duecento migliaia di abitanti e non so quante manifatture e un diavoleto di commercio, che non è però così chiassoso come quello nostro di Napoli. Di questo non t'importa niente, ed è naturale. Io però non me la fo e non me la farò che col mio mondo, il quale, per la mia natura schiva e tranquilla, è ristretto in brevi confini. Tu vivi in ben altro mondo. Che ti ho da dire?

Ho conosciuto qui un certo Vernon, che dice di essere tuo amico. Ma io non ci credo, perché dice tante cose, e pretende di averti incontrato in casa del ministro Zurlo. È vero? E poi nemmeno lui mi piace, benché sia un grazioso e brillante ufficiale. Se è vero che egli è tuo amico, gli avrai detto, spero, di non fare il passo più lungo della gamba. Ma egli, si vede, non ti ha dato retta. Spende e spande; benché Francese, affetta tutta l'espansione di un Napoletano ed ha tutta l'albagia di uno Spagnuolo. Va per tutte le case, per le migliori, beninteso; e lo ripete cento volte al minuto perché vuole che tutti lo sappiano. Mi ha invitato a passare con lui qualche serata, in una delle case più signorili. Io non volevo accettare. Fuggo il chiasso e le nuove conoscenze, perché quello m'introna e queste sono sempre un pericolo per una persona cui piace di farsi il fatto suo. Ma per non essere scortese e per non parere più rospo di quel che non sono, ho dovuto accettare e mi son lasciato trascinare.

Ed ecco come son venuto a conoscere per la prima volta una signora di questi paesi, che è anche la più bella donna che si possa figurare un uomo della mia fatta, il quale ne ha viste pochine ed ha paura di conoscerne di molte.

Tu qui ti figurerai subito un romanzo, in cui il protagonista dovrei essere io. Ci sei e non ci sei, ti dirò poi. Aspetta che te la descriva. Prima di tutto si chiama Eugenia ed è baronessa. È una donna sui trentacinque o sui quaranta, ma sembra in verità che ne abbia venti. Grande, complessa, levigata, con una bianchezza di carnagione che non ce n'è un'altra e con due occhi neri come carboni. Li muove poi in un certo modo ed ha certi atti graziosi, come dice Vernon, che gli hanno tutte queste benedette Francesi, che non si può star fermi a guardarle. Vedi se sono acceso. Però ti ho detto questo, non per me, che non c'entro, ma per farti intendere quello che voglio dire appresso. Io, in somma, non ho fatto e non fo che ammirarla, e tu, non ti aspettare altro, e non temere di niente. C'è altri invece che l'ammira più di me, e non credo che abbia torto; benché, a dirti la verità la mi secchi un poco, visto che non m'è piaciuto mai trovarmi negli impicci, anche come semplice testimone delle cose strane che accadono agli altri. Le stranezze non mi son mai andate a sangue.

Tu non capirai troppo questo mio latino. Forse mi spiegherò meglio, se ne sarà il caso. Subodoro un dramma. Così, se te ne scrivo, le mie lettere saranno più svariate e interessanti che se ti parlassi di me, il quale non fo niente, non penso a niente e non m'impiccio di niente.

Sta sano e non ti scordare dell'amico che ti vuol bene.

Michele

«Copia di una lettera spedita in data 23 giugno 1813 da Lione a Napoli».

Per la prima volta in vita mia manco a una promessa o piuttosto la mantengo a mezzo e ci fo ogni sorta di restrizioni mentali. Potrei a dirittura non scrivere; ma tu mi ci obblighi, volendo in tutti i modi ch'io ti parli di me e delle cose che mi succedono, io che son forse l'unica persona al mondo cui non sia successo mai niente.

Vedi bene che piglio le vie larghe e fuggo le scorciatoie, tanto mi riesce malagevole il nascondere la verità o il velarla in parte. Sia come si voglia, tu hai da pigliarmi come sono. Parrebbe dunque che il Vernon tu lo conosca davvero e sia quella eccellente persona che tu dici. Figurati se mi vi oppongo, tanto più che al tuo giudizio si aggiunge il gran conto che di lui fa il ministro Zurlo. Ho forse inteso male, credendo che anche il re ne ha molta stima in qualità di amico intimo di uno dei suoi più cari compagni d'arme? In somma, tante considerazioni mi ligano la lingua e la mano, non già perché io dubiti di te, ma piuttosto perché non posso avere in me stesso la fiducia di prima, essendomi ingannato non poco sul giudizio dato alla prima sulla persona del brillante ufficiale.

Il dramma ci sarà o non ci sarà, lasciamo andare; non è prudente immischiarsi nelle faccende altrui, tanto più quando sono faccende che si svolgono fuori di noi, senza nostro intervento, alle quali non prendiamo altra parte che di testimoni.

No, senti, il tuo sospetto ch'io mi possa innamorare mi ha fatto ridere di cuore. Ciò non toglie mente affatto alle qualità veramente singolari di una signora come la baronessa Duplessy. Quanto te n'ho detto è anche poco, visto che io non ci ho messo dentro quel calore che avrei dovuto e che tu gratuitamente mi attribuisci. La baronessa è una donna eccezionale non solo per la bellezza giunonica della persona e per la dignità grande e nondimeno graziosa degli atti e delle parole, ma per la cultura varia e gentile, per la conversazione vivace, per quella prontezza, che questi Francesi hanno in grado eminente, di essere amabili sempre e con tutti, di metter su e di tener desto un qualunque argomento nudrito di niente e di pigliare a cuore tutto ciò che gli altri dicono, quando pure non possa loro premere gran fatto. Aggiungi a questo un'altra qualità nuova, che sulle prime non avevo scoperto, e che per me rende questa donna un vero modello di perfezione. La baronessa pure essendo donna di gran mondo, sa essere nel tempo stesso, ed è, una donna di casa, una donna, come intendo io le donne, buona e assegnata cioè profondamente innamorata del marito. Di ciò mi sono avveduto a più segni, e lo stesso Vernon, che è intimo della casa, lo riconosce volentieri, benché la sua naturale leggerezza non gli dovrebbe fare apprezzare un merito che per gli scapoli come lui è peccato mortale. Forse non è estranea a cotesto suo sentimento l'amicizia che lo lega al generale e il rispetto che questi incute con la nobilità affettuosa del suo carattere.

La baronessa, se non lo sai, e non lo puoi sapere perché non te l'ho detto, benché non faccia che parlarti di lei, la baronessa deve amare il generale per due ragioni forti; per quella che or ora t'ho accennata e per un'altra: ragione di cuore e ragione di memoria, se così posso dire; e tutte e due vengono in parte a cancellare un certo divario d'età che a momenti dà al generale l'aria d'uno zio o d'un tutore.

Se vuoi il dramma, visto che un dramma t'ho promesso, ecco il dramma, il quale s'è svolto tanti anni fa e s'è risoluto in una catastrofe, e che nondimeno mi ha commosso ier l'altro sera fino alle lagrime, come se ne fossi stato testimone. Anche la baronessa piangeva, il che mi ha provato luminosamente la bontà dell'animo di lei e come le donne siano delicate nel conservare la religione di certi affetti e di certe memorie. Il fatto era narrato dallo stesso generale a Vernon e a me e a parecchi altri amici che pel solito si raccolgono in casa di lui. Qualcuno già lo sapeva, altri no; ed io era fra questi ultimi. La baronessa, dunque, per singolare che la cosa ti possa parere, si è sposata al generale in seguito a una battaglia e alla presa di una piazza. Non fu lui il generale che prese la piazza, perché allora non era che capitano e il suo generale si chiamava Lefebvre. Invece prese moglie. Si batteva da disperato, ed insieme con lui era un amico d'infanzia, quasi un fratello, un certo De Montreuil, luogotenente. Questi gli morì ucciso fra le braccia. Ora la baronessa è per l'appunto una De Montreuil, sorella del morto. L'ultimo pensiero del povero ufficiale ferito fu per la sorella, che rimaneva sola al mondo, senza fortuna e senza protezione. La raccomandò all'amico. Tu capisci il resto. Il capitano, benché fosse più grande di venti anni, volle dare il proprio nome alla giovinetta di quindici. Il sentimento di protezione si andò mutando a poco a poco in affetto, e poi in amore; e così in lei alla fiducia tenne dietro la gratitudine e a questa si aggiunse in seguito un sentimento più tenero e duraturo.

Ti avrei voluto presente a questo racconto, e non avresti trovata strana la mia narrazione. Bisognava vedere con che calore il generale rievocava quel suo passato e come dipingeva la battaglia e quegli ultimi momenti dell'addio, e come si addolcisse nei modi e nella voce quando venne a parlare di lei ch'era presente, della sorella dell'amico suo, di tutto l'amore che le portava. La baronessa, benché non dicesse parola, esprimeva con gli occhi più di quanto avrebbe potuto dire il discorso più eloquente; e Vernon, anche lui, se ne stava ad ascoltare in silenzio e con deferenza, ed era pallido come dovevo essere anch'io. Fatto sta che il generale parlava di cotesto suo De Montreuil come di persona viva, tanto lo aveva presente, e diceva di rivederne i tratti, e ce li descriveva, non solo nel viso ma anche e molto più nel cuore della sua Eugenia.

Eccoti dunque il dramma, poiché lo volevi, e vedi bene che io non ci avevo parte per nessun verso. Non t'ho detto, né mi pare di averti dato luogo a sospettare, che ce ne sia un altro dei drammi oltre a questo. Se qualche parola m'è sfuggita in principio sul conto di Vernon, gli è che non lo conoscevo; né adesso mi so spiegare in che maniera io fossi andato architettando tutto un edificio di sospetti e fabbricandolo sull'arena. Tu poi non correre con la fantasia più in là di quanto io ti dico né mi far dire certe cose che non ho detto? È vero, e te lo ripeto, che Vernon non gode tutte le mie simpatie; ma ciò non intacca punto la sua rispettabilità, né mi dà il diritto - e molto meno lo può dare a te - di pensare men che bene del suo carattere integro di militare e di amico. Contèntati del dramma storico e non chiedere altro. Ne sono contento anch'io; perché se fosse stato altrimenti, te l'assicuro pel bene che ti voglio, mi sarei allontanato prima d'adesso dal teatro degli avvenimenti, tornando a quella tranquillità di pensieri e di fatti che è costante mia aspirazione e che auguro con tutto il cuore a te e a tutte le persone oneste. Ti abbraccio col solito affetto.

Michele

«Copia di una lettera in data 21 agosto 1813 da Lione a Napoli».

Se per tanto tempo non t'ho scritto, adesso ne saprai il perché. Una mia breve letterina, dove ti davo l'annunzio del fatto, o non t'è stata recapitata o t'è sembrata insufficiente. In somma, tu vuoi sapere di più, forse perché ti pare che la lontananza abbia potuto esagerare le voci o mutare le linee generali di un avvenimento, che ha tutti i caratteri del favoloso e che vien riferito in tanti modi diversi per quante sono le persone che lo raccontano.

Io, che ne sono stato testimone, mi trovo in grado di dirti tutto; e dico a te quel che ad altri non direi, perché, a quanto rilevo dalla tua lettera, la notizia prima, per quanto incredibile, ti è venuta dallo stesso conte Zurlo, il quale pare l'abbia raccolta in Corte dalla bocca stessa del Sovrano. Così la cosa ti parrà meno strana di quanto è in effetto e non sarai corrivo a darmi del burlone o del novellatore.

In verità, son così poco l'uno o l'altro, che anche adesso, nell'accingermi a narrarti la tremenda catastrofe, mi sento turbato profondamente, e duro fatica a raccogliere le mie idee.

Come dunque ti è noto, era la sera del 3 di questo mese, e si stava tutti raccolti in casa del generale Duplessy, per solennizzare una festa di famiglia, la nascita della sua bambina di cui ricorreva il quarto anniversario. Quando dico tutti, bisogna intendere che eravamo anche in maggior numero del solito: una diecina d'amici e due signore vicine che erano venute a far visita alla moglie del generale. Mancava Vernon; e a prima sera io credetti, e così credevano tutti, ch'egli sarebbe arrivato più tardi, trattenuto forse da qualche sua faccenda, da una partita a carte o da qualche suo intrighetto amoroso. Il generale domandava a tutti i momenti: "Dov'è il mio caro Vernon? com'è che non si vede?" Perché davvero, col suo spirito vivace e irrequieto, con quella sua turbolenza che in principio mi dispiaceva, egli dava anima alla conversazione, si moltiplicava, discorreva senza posa di tutto e con tutti e faceva pensare che le dieci persone fossero venti o trenta. Povero Vernon, chi l'avrebbe mai detto. Ti giuro che anche adesso, benché dia ragione a quel mio primo sentimento di ripulsione da lui ispiratomi, non mi so liberare da una profonda pietà per la sua sorte sciagurata!

Basta, egli non veniva e non venne: tanto che verso la fine della serata, lo stesso generale, messosi l'animo in pace, non lo cercò altrimenti e si abbandonò volentieri alla dolcezza del suo sentimento di padre e di sposo e della conversazione familiare tutta spirante affetto ed onesta gaiezza.

Ti confesso schiettamente, per quanto la cosa non torni a lode del mio spirito di osservazione, che il contegno della baronessa Eugenia non mi sembrò per nulla diverso dal solito. Sicché quello che dirò qui è frutto piuttosto della mia memoria che di altro. O se pure qualche ombra fugace mi passò davanti, questa non prese corpo di sospetto, ed io pensai più volentieri a una cattiva disposizione del mio umore, anzi che a un qualunque turbamento in persona della bella padrona di casa.

Poco prima della mezzanotte - forse mancava mezz'ora o tre quarti - si sparecchiò la tavola da una specie di cenetta che ci era stata offerta, e in fine della quale la bambina del generale aveva declamato, con una vocina commossa e tutta rossa in viso, certi versetti menati a mente in onore e in augurio degli amati genitori cui augurava col suo cuoricino cento anni di vita e di felicità. N'era stata compensata col più gran successo che sia mai toccato ad alcun poeta al mondo, perché il babbo e la mamma e tutti noi, uno per uno, si volle abbracciarla e baciarla e farle cento domande. Negli occhi del generale, pel solito così fieri ed arditi, scersi una lagrima di tenerezza ch'egli non cercò di nascondere e che fu accompagnata da un sorriso di affetto e di bontà rivolto alla moglie. Poi, stando in queste dimostrazioni intime e soavi, si pensò anche a metter su qualche giochetto, per prolungare la serata oltre l'usato, dopo che la bambina fosse stata messa a letto. E così fu fatto; perché, chiamata la governante, la cara angioletta diè a tutti la buona notte e sparì con quella come una visione.

Mi studio di dirti le cose in ordine; ma sento che non vi riesco come vorrei. Perdonami e vieni tu in aiuto al mio difetto. Fu allora dunque, dopo qualche momento che la bambina ci aveva lasciati, che un servo si mostrò sulla soglia del salotto e domandò licenza di venire avanti.

Ottenutala, si avanzò verso il suo padrone e rispettosamente gli disse qualche parola a bassa voce.

"A quest'ora!" esclamò il generale. "Dite che non ricevo. Ed io che avevo pensato si trattasse di Vernon!"

"Dice che la cosa è urgentissima" ribattè con ossequio il servo.

"Chi è?" domandò la baronessa, che in quel momento, come dopo mi son ricordato, era pallida e nervosa.

"È anche possibile che sia quel matto di Vernon" feci notare io "il quale abbia voluto fare uno scherzo".

"No" rispose il servo a un'occhiata interrogativa del padrone "non è il luogotenente Vernon".

"Bene" conchiuse il generale "andate. Non ricevo a quest'ora".

Il servo obbedì con una certa riluttanza, come se fosse persuaso dell'inutilità di quell'imbasciata. Difatti, lo vedemmo tornare di lì a poco e di nuovo accostarsi al padrone. Questa volta si chinò alquanto, quasi per non essere udito dagli altri.

"Ancora?" esclamò il generale con impazienza.

Il servo si chinò più basso e bisbigliò qualche parola, che non giunse fino a noi.

"Impossibile!" gridò il generale, balzando di scatto in piedi.

E, senza rispondere altrimenti alle domande affrettate della moglie e nostre, uscì dal salotto, precedendo il servo che si tirò da parte per farlo passare.

Rimanemmo in silenzio, aspettando. Non so come, quel nostro silenzio era forzato e quell'aspettazione aveva in sé del pauroso. Nessuno fra noi avrebbe potuto dire di temere qualche cosa; eppure tutti temevano, o per meglio dire tutti ci sentivamo come sotto l'oppressura di una forza arcana, come soffocati da un'aria grave e minacciosa.

Così fu che, all'udire un passo che veniva di fuori, tutti ci volgemmo ad un tempo verso la porta.

Il generale tornava. Entrò lentamente, andò al suo posto di prima e non si mise a sedere. Appoggiò le mani alla spalliera della sua poltrona e stette muto. Era pallidissimo. Mi parve vederlo invecchiato di dieci anni, tanto erano visibili le rughe che gli solcavano la fronte.

"Ebbene?" diss'io per il primo, osando di rompere quel silenzio penoso.

Il generale alzò gli occhi e li girò intorno guardandoci bene il viso, come per riconoscerci. Poi sorrise leggermente; ma quel suo sorriso aveva non so che di lugubre e di spettrale.

"Sentite" disse alla fine "accade qualche cosa di terribile".

Questa parola in bocca d'un uomo come il generale Duplessy era terribile veramente.

Pendevamo dalle sue labbra, trattenendo quasi il respiro. La baronessa s'era alzata e gli era andata vicino e in atto amorevole gli avea messo una mano sulla spalla.

Il generale la guardò e fu preso a un tratto da una commozione violenta, che si studiò subito di contenere. Poi, rivolto a noi, disse semplicemente e con voce lenta e pronunciando bene ciascuna parola:

"Ci lasceremo fra poco. Forse non ci rivedremo più".

E mentre qualcuno faceva per rispondere, egli soggiunse:

"Manca a mezzanotte un quarto d'ora".

Avea fatto uno sforzo e fu obbligato di mettersi a sedere. Gli tornò sulle labbra quel sorriso di prima, come se volesse anticipare l'effetto che avrebbe prodotto in noi la sua comunicazione. Poi disse:

"Ho avuto or ora una visita dall'altro mondo. Ho riveduto l'amico De Montreuil".

Per quanto la cosa fosse detta sul serio e quasi solennemente, non ci fu in mezzo a noi un solo che non sorridesse. Anzi qualcuno levò la voce, cercando di assumere un tono di allegria e d'incredulità.

Il generale non si oppose recisamente. Si contentò di crollare il capo, mentre soggiungeva:

"Ha mantenuto la promessa. Mi ha avvertito dell'ora della mia morte".

Poi guardando all'orologio a pendolo attaccato alla parete che aveva alle spalle,

"Mancano ancora dieci minuti", conchiuse.

Difatti, mancavano dieci minuti a mezzanotte. Ma la cosa era così strana che ci sarebbe sembrata puerile, se non fosse stato il gran rispetto che avevamo pel generale, e più ancora l'agitazione dalla quale lo vedevamo in preda. Ci guardavamo l'un l'altro e uno stesso pensiero balenò a tutti, che ci fece temere della ragione del nostro amico. Almeno ci fosse stato Vernon, che avea tanto potere su di lui! Per tutto il resto, e a parte la impossibilità di quella comunicazione soprannaturale, il generale era un uomo forte, che avea salute da vendere e non avea niente affatto l'aspetto di un uomo che stia in fine di vita. Tutte queste riflessioni furono fatte dagli altri e da me, rapidamente, né per alcun segno ce le comunicammo. Si cercò in tutti i modi di calmare il generale e di persuaderlo della vanità della sua allucinazione. Parve egli stesso rassicurarsi o ne fece le viste. Uno di noi anzi, con grande accortezza e sollecitudine, seppe accostarsi all'orologio a pendolo e con un dito ne avanzò le lancette.

Poi tornò nel circolo, come se niente fosse, proponendo:

"Bene. Resteremo qui a far compagnia al generale fino a mezzanotte e un quarto. Così almeno l'ora fatale ci troverà insieme e noi la saluteremo come l'ora della gioia e della speranza".

La proposta fu accettata con entusiasmo. Lo stesso generale e la baronessa se ne mostrarono contenti.

Si udì un primo squillo, poi un altro ed un altro. L'orologio batteva la mezzanotte.

Non ti nascondo la verità; io stesso mi sentii come sollevato da un gran peso, e trassi un sospiro di sollievo. La baronessa tornò a sorridere e ad animarsi. Il generale, benché sempre incerto e turbato, parve uscisse da un sogno e si guardò intorno con un sentimento rinnovellato e più forte di affetto e di benessere.

Quello che accade dopo, eccolo. Noi tutti ci accomiatammo, di lì a poco, quando l'indice dell'orologio stava per toccare un quarto dopo la mezzanotte. Eravamo contenti di vedere quasi del tutto rassicurato il generale e nell'andar via ci si rallegrava l'un l'altro dell'inganno innocente, che gli avremmo senz'altro rivelato il giorno appresso.

Quando furono soli - come seppi dopo e come sai tu stesso - il generale entrò in una camera contigua a quella della baronessa e si accostò ad un armadio per toglierne non so che cosa. Pose la mano sulla chiave, trasse a sé gli sportelli. Nel punto stesso, una detonazione si udì e una nube di fumo empì la camera.

Il generale Duplessy cadeva fulminato da un colpo di pistola partito dall'interno dell'armadio.

Questa è la storia vera dei fatti. Vernon, giudicato e condannato dalla Corte marziale, è stato fucilato nella schiena.

In quanto alla baronessa e alla sua bambina, t'importerà di sapere...».

* * *

Manca il resto del manoscritto. Una noterella a piè di pagina, vergata nella stessa scrittura delle tre copie, dice:

«A muliere initium factum est peccati, et per illam omnes morimur.
Convertere, Domine, et eripe animam meam: salvum me fac propter misericordiam tuam. Amen».