Lucius Annaeus SenecaLucio Anneo Seneca, (in latino Lucius Annaeus Seneca) anche noto come Seneca o Seneca il giovane (Cordoba, 21 maggio 4 a.C. – Roma, 65), è stato un filosofo, politico e drammaturgo romano.

Le origini

Lucio Annéo Seneca, figlio di Seneca il Vecchio, nacque a Cordova, capitale della Spagna Betica, una delle più antiche colonie romane fuori del territorio italico, in un anno di non certa determinazione; i fratelli erano Novato e Mela, padre del futuro poeta Lucano. Le possibili date attribuite dagli studiosi sono in genere tre: il 3 a.C., il 4 a.C. o l’1 a.C.; sono tutte ipotesi possibili che si fondano su vaghi accenni presenti in alcuni passi delle sue opere Particolare De tranquillitate animi e Epistulae ad Lucilium. La famiglia di Seneca, gli Annei, ha origini antiche ed è Hispaniensis, cioè non originaria della Spagna, ma discendente da immigrati italici, trasferitisi nella Hispania Romana nel II secolo a.C., durante la fase iniziale della colonizzazione della nuova provincia. La città di Cordoba, la più famosa e grande di tutta la provincia, aveva assimilato fin dalle origini l’élite economica e intellettuale della popolazione italica; intensi erano i suoi rapporti con Roma e la cultura latina.

La figura paterna

Non si hanno notizie di esponenti della famiglia degli Annei coinvolti in attività pubbliche prima di Seneca. Il padre del filosofo, Seneca il Vecchio, era di rango equestre come attesta Tacito negli Annales e autore di alcuni libri di Controversiae e di Suasoriae; scrisse anche un’opera storica che però è andata perduta. A Roma egli trovò il luogo ideale per realizzare le proprie ambizioni. Al fine di rendere più agile l’inserimento dei figli nella vita sociale e politica, si trasferì a Roma negli anni del principato di Augusto, dove si appassionò all’insegnamento dei retori e divenne assiduo frequentatore delle sale di declamazione. Sposò in età abbastanza giovane una donna di nome Elvia da cui ebbe tre figli:

  • il primogenito Lucio Anneo Novato, che prese il nome di Lucio Giunio Gallio Anneano dopo l’adozione da parte dell’oratore Giunio Gallio; intraprese la carriera senatoria e diventò proconsole sotto Claudio.
  • il secondogenito Lucio Anneo Seneca (precettore di Nerone)
  • il terzogenito Lucio Anneo Mela (padre del poeta Lucano), che si dedicò agli affari.

La formazione presso la scuola del grammaticus

Seneca ricevette a Roma un’accurata istruzione retorica e letteraria, come voleva il padre, anche se egli si interessava più che altro di filosofia. Seguì quindi gli insegnamenti di un grammaticus e in seguito ricorderà del tempo perduto presso di lui (Epistulae ad Lucilium, 58,5). Egli non ebbe dunque interesse per la retorica, anche se questo tipo di formazione gli servirà per la sua esperienza futura di scrittore. Fondamentale per lo sviluppo del suo pensiero fu la frequentazione della scuola cinica dei Sesti: il maestro Quinto Sestio è per Seneca il modello di un asceta immanente che cerca il continuo miglioramento attraverso la nuova pratica dell’esame di coscienza.

I maestri di filosofia

Ebbe come maestri di filosofia Sozione di Alessandria, Attalo e Papirio Fabiano, appartenenti rispettivamente al neopitagorismo, allo stoicismo e al cinismo. Sozione era legato alla setta dei Sestii, fondata da Quinto Sestio in età cesariana e diretta poi dal figlio Sestio, che raccoglie elementi di varia provenienza, in particolare stoica e pitagorica, e raccomanda ai suoi adepti una vita semplice e morigerata, lontana dalla politica; Attalo fu seguace dello stoicismo con influenze ascetiche; Papirio Fabiano fu un oratore e un filosofo, appartenente alla setta dei Sestii, con influenze ciniche.

Seneca seguì molto intensamente gli insegnamenti dei maestri, che esercitarono su di lui un profondo influsso sia con la parola che con l’esempio di una vita vissuta in coerenza degli ideali professati. Da Attalo impara i principi dello stoicismo e l’abitudine alle pratiche ascetiche. Da Sozione, oltre ad apprendere i principi delle dottrine di Pitagora, è avviato per qualche tempo verso la pratica vegetariana; venne distolto però dal padre che era preoccupato per la cagionevole salute del figlio e anche perché l’imperatore Tiberio non amava che fossero seguite pratiche di vita non romane:

Il soggiorno in Egitto

Attorno al 20 d.C Seneca si recò in Egitto, dove stette per diverso tempo, anche se non è possibile stabilire esattamente quanto a lungo. Vi andò per curare le crisi di asma e la bronchite ormai cronica da cui era afflitto. Fu ospite del procuratore Gaio Galerio, marito della sorella di sua madre Elvia. Qui approfondì la conoscenza del luogo sia nelle sue componenti geografiche che in quelle religiose, come racconta nel Naturales quaestiones (IV, 2, 1-8). Il contatto con la cultura egizia gli permise di confrontarsi con una diversa concezione della realtà politica (in Egitto il principe era ritenuto un dio) e gli offrì una più ampia e complessa visione religiosa. Probabilmente il suo allontanamento da Roma fu dovuto anche a ragioni di prudenza politica, conseguente allo scioglimento da parte di Tiberio della setta dei sestii di cui facevano parte due dei maestri di Seneca.

La carriera politica, la prima condanna a morte e l’esilio in Corsica

Dopo essere tornato da un viaggio in Egitto iniziò l’attività forense e la carriera politica (divenne dapprima questore ed entrò a far parte del Senato) godendo di una notevole fama come oratore, al punto di far ingelosire l’imperatore Caligola, che nel 39 d.C. lo voleva togliere di mezzo, soprattutto per la sua concezione politica rispettosa delle libertà civili. Si salvò grazie ai buoni uffici di una amante del princeps, la quale affermava che comunque sarebbe morto presto a causa della sua salute.

Due anni dopo, nel 41, il successore di Caligola, Claudio, lo condannò all’esilio in Corsica con l’accusa di adulterio con la giovane Giulia Livilla, sorella di Caligola. In Corsica Seneca restò fino al 49, quando Agrippina minore riuscì ad ottenere il suo ritorno dall’esilio e lo scelse come tutore del figlio Nerone. Secondo Tacito sarebbero tre i motivi che spinsero Agrippina a questo: l’educazione di suo figlio, attirarsi le simpatie dell’opinione pubblica (Seneca era considerato uomo di grande cultura) e avere stretti rapporti con lui per riuscire ad impadronirsi del potere.

Seneca accompagnò l’ascesa al trono del giovane Nerone (54 – 68) e lo guidò durante il suo cosiddetto “periodo del buon governo”, il primo quinquennio del principato. Assunse un grande potere politico, che gli consentirono di divenire estremamente ricco. Si narra che avesse una collezione di cento tavoli di cedro. Progressivamente, a causa delle intemperanze del giovane imperatore, tale rapporto si deteriorò. Giustificò come il “male minore”, l’esecuzione della madre di Nerone, Agrippina, nel 59, se ne assunse tutto il peso morale. In seguito, il rapporto con l’imperatore peggiorò e temendo quindi per la propria vita Seneca si ritirò a vita privata, donando a Nerone tutti i suoi averi e dedicandosi interamente ai suoi studi ed insegnamenti. Famoso il suo epistolario con Lucilio, al tempo Governatore della Sicilia, di origine pompeiana. Finalmente assunse quello stile di vita che andava insegnando, dimostrando di essere un amministratore dei suoi beni e non un amministrato.

La congiura dei Pisoni e la seconda condanna a morte

Nerone, tuttavia, continuava a nutrire una crescente insofferenza verso Seneca e Afranio Burro, Prefetto del Pretorio, morto nel 62. Egli non aspettava che un pretesto per eliminarlo. L’occasione venne col fallimento della congiura dei Pisoni (aprile 65) contro la sua persona, della quale Seneca forse era solamente informato, ma di cui non si sa se sia stato partecipe. Ricevette quindi l’ordine di togliersi la vita. Si tagliò le vene, ma poiché il sangue, lento per la vecchiaia e la denutrizione, non defluiva, dovette ricorrere alla cicuta, veleno usato anche da Socrate. Tuttavia la lenta emorragia non gli permise di deglutire; così, secondo la testimonianza di Tacito, si immerse in una vasca di acqua calda per favorire la perdita di sangue e raggiungere una morte lenta e straziante, che arrivò per soffocamento. Il togliersi la vita, d’altronde, fu in perfetta armonia con i principi professati dallo stoicismo di età imperiale, di cui Seneca fu uno dei maggiori esponenti: il saggio deve giovare allo stato, res publica minor, ma, piuttosto che compromettere la propria integrità morale, deve essere pronto all’extrema ratio del suicidio.

La vita non è, infatti, uno di quei beni di cui nessuno ci può privare, rientrando quindi nella categoria degli indifferenti, quelli sono solo la saggezza e la virtù; la vita è piuttosto come la ricchezza, gli onori, gli affetti: uno di quei beni, dunque, che il saggio deve essere pronto a restituire quando la sorte li chiede indietro. Seneca, perciò, affrontò l’ora fatale con la serena consapevolezza del filosofo: egli, come racconta Tacito (Annales, LXII), non potendo fare testamento, lasciò in eredità ai discepoli l’immagine della sua vita, richiamandoli alla fermezza per le loro lacrime, dato che esse erano in contrasto con gli insegnamenti che lui aveva sempre dato loro. Il vero saggio deve raggiungere infatti l’apatheia, ovvero l’imperturbabilità che lo rende impassibile di fronte ai casi della sorte. La morte di Seneca, per di più, così eccelsa nella sua esemplarità, accomuna Seneca ad altri filosofi che hanno segnato la classicità. La morte di Socrate, ad esempio, narrata nel Fedone di Platone. Ma anche quella di Tràsea Peto, morto proprio per il taglio delle vene.

Note biografiche tratte (e riassunte) da Wikipedia
http://it.wikipedia.org/wiki/Lucio_Anneo_Seneca

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autore:
Lucius Annaeus Seneca
ordinamento:
Seneca, Lucius Annaeus
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