Vita e opere

Alfredo PanziniAlfredo Panzini nasce il 31 dicembre 1863 a Senigallia da famiglia riminese. Alla città costiera, dove trascorre l’infanzia, si riferisce con toni affettuosi: “Rimini bellissima fra i verdeggianti colli e l’arco lunato del luminoso Adriatico” (Corriere della Sera, 31.05.1927), accennando tuttavia anche a “piaghe nella vita che solo il falegname quando adatta i chiodi alla cassa potrà chiudere.” (Terra dei santi e dei poeti, da Piccole storie del mondo grande, 1901). Si diploma nel 1882 al liceo classico Marco Foscarini di Venezia, e frequenta l’ateneo di Bologna fino al 1886, laureandosi su Teofilo Foligno. È allievo di Acri e Carducci, nel quale vede l'”ultimo dei classici”, e conosce Pascoli, che porterà memoria di Panzini nella poesia La bicicletta di Ninì (Sul limitare, 1902). Nel luglio del 1890 a Parma sposa Clelia Gabrielli; risiedono a lungo a Bellaria, e dalla loro unione nascono quattro figli: il primo è Umberto (morto a soli dieci anni nel 1910, l’anno successivo gli sono dedicate Le Fiabe della virtù). Dal 1886 insegna nei ginnasi di Castellamare di Stabia e di Imola, al Parini (1888-1897), al Politecnico di Milano (1897-1917) e al Mamiani di Roma (1918-1924).

La prima pubblicazione è un saggio tratto dalla tesi di laurea, e si dedica anche alla traduzione di classici greci e latini. Collabora con l’«Illustrazione italiana» dell’editore Treves, «La Vita Internazionale», la «Nuova antologia», «La Voce». Il primo romanzo, pubblicato a trent’anni presso l’editore Galli di Milano, è Il libro dei morti (1893), dove i vivi così parlano ai defunti: “Qui non v’è posto nemmeno per voi, che siete vane ombre; voi ci ricordate il passato e noi non abbiamo tempo di pensare al passato, perché il presente c’incalza senza tregua e travolge.” Pubblica poi i racconti de Gli ingenui (1896), dove esprimendo scetticismo per l’Italia postunitaria si mantiene fedele ad un ideale di vita agreste. Nel primo dei dieci racconti di Piccole storie del mondo grande (1901) “l’amore e la venerazione per le cose e per le opere semplici e generose” giunge a riconoscere che “esistono nel mondo morale, come nel mondo fisico, gli infinitamente piccoli da cui si genera la fortuna nel commercio della vita.”

In un verismo affine a quello lombardo di Emilio De Marchi, il quale ‘inventa’ il noir con Il cappello del prete (1888), si esprime il dissidio tra le virtù di un mondo ideale e la meccanicità del mondo reale, rendendo ogni dato simbolo di intima autobiografia. La narrazione di Panzini è colloquiale, piena di divagazioni morali e descrittive. Lo stile si precisa ne La lanterna di Diogene (1907), diario di un viaggio in bicicletta da Milano a Bellaria, dove la narrazione si ibrida di ricordi personali e memorie letterarie lasciando emergere il fondo della sua riflessione: “È inutile: gli uomini oramai non sentono più la voce degli dei, né antichi, né nuovi.” L’ambivalenza di un’ispirazione al contempo critica e lirica, ironica ed elegiaca, formula un umorismo consapevole delle proprie inadeguatezze, che trova pacificazione nella figura femminile: “Tutto è tollerabile, forse, dalla donna quando avviene soavemente” (Santippe, 1914).

Con un certo ritardo rispetto ai suoi esordi, la critica comincia ad occuparsi di lui, ed entra definitivamente nell’orbita della rivista «La Voce», che lo considera quale alleato contro il sensazionalismo dannunziano. Dopo i giudizi di Luigi Capuana, Sibilla Aleramo, Renato Serra ed Emilio Cecchi, Prezzolini lo proclama “uomo nuovo”, e Papini così lo descrive: “Panzini sembra uno spirito semplice: può parer monotono, perfino. Ma leggetelo bene, e con l’attenzione che merita la sciolta eleganza dell’arte sua delicata, e sentirete che ariate di freddo e che infilate di pensieri difficili!” Croce ne riconosce la vena poetica ma ne deplora le attitudini da “buffoncello”.

Intorno al primo conflitto mondiale Panzini inizia ad essere un’autore molto attivo. Sarcasmo e disimpegno caratterizzano Novelle d’ambo i sessi (1919) e Io cerco moglie! (1920), da cui è tratta una versione teatrale rappresentata anche a Parigi. Il  diavolo nella mia libreria (1920), partendo dalla invendibilità di libri già allora datati, realizza un campionario delle credenze religiose e popolari sul demonio, affermando quindi che questi “sostiene il mondo, come la corda sostiene l’impiccato”. Sancisce la sua popolarità Il padrone sono me (1922), che descrive, anche attraverso l’uso del dialetto romagnolo, i cambiamenti sociali che accompagnano la Grande Guerra; nel 1956 dal libro sarà tratto un film omonimo diretto da Franco Brusati. Approfondiscono il tema bellico Ultimi viaggi di un povero letterato (1919), che nella forma di un diario di viaggio in treno da Milano a San Mauro esprime le inquietudini del conflitto imminente, parodizzando il bellicismo di D’Annunzio. In Diario sentimentale della guerra 1914-1918 (1923), l’autore, che sul conflitto mantenne posizione neutrale, nella prima pagina ci assale con questo dialogo: “Posso convenire con lei che la violenza rimane una delle cose più positive del mondo: ma i suoi frutti non mi piacciono.” – “La storia del mondo procede per atti di violenza!” – “Lo so; ed appunto per questo non è un’allegra storia.”

Collabora con il «Resto del Carlino», il «Giornale d’Italia», e il «Corriere della Sera», dove è chiamato da Luigi Albertini nel 1925. Lo stesso anno è tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali Fascisti redatto da Giovanni Gentile. Sembra però non risentire della pressione dell’ideologia dominante, e il regime è trattato con ironia ne Le avventure di un oratore ufficiale (Per amore di Biancofiore, 1948 – postumo). Tra i suoi saggi storici, Il 1859. Da Plombières a Villafranca (1909) e Il Conte di Cavour (1931). Compila antologie scolastiche e manuali di grammatica. Nel 1929 è nominato Accademico d’Italia.

Nei suoi testi, tradotti anche fuori Europa, modi di impronta classica sono agitati dai ritmi nervosi del parlare comune. L’influenza di Carducci e Pascoli si incontra con quella di Sterne e Heine. La forma romanzo è scardinata dall’interno, ironia e nostalgia puntellano una dissoluzione sentita come inarrestabile. Viaggio con la giovane ebrea (1935) condensa in modi problematici l’intreccio di cultura popolare e classica e descrive l’incontro con una giovane ebrea dalmata, dove si confrontano la cristiana promessa di pace mai compiutasi e la realistica “maledizione” tipica dell’ebraismo. Altre opere rappresentative sono La pulcella senza pulcellaggio, (1929), Il libro dei morti e dei vivi (1930), Il bacio di Lesbia (1937).

La foltissima produzione di Panzini risente del suo legame con l’attualità, ed è soprattutto questo ad averne decretato prima la fortuna e poi l’oblio. Nostalgico di un mondo antico prossimo alla dissoluzione, diventa un esponente della nascente industria culturale, particolarmente attivo con le Edizioni Treves (poi Garzanti) e Mondadori. A detta di Piero Gobetti questo modesto autore privo di argomenti e talento diventa in tal modo complice dell’assorbimento della scrittura nel mercato:Panzini è diventato un professionista della letteratura, mette su due libri l’anno e sente il dovere di dire la sua sui principali avvenimenti che corrono. Ebbene, i giudizi di Panzini sui fatti del giorno non ci convincono: la sua filosofia non c’interessa.” Per Antonio Gramsci, che lo considera paternalista e ipocrita, “l’imbecillità e l’inettitudine di Panzini di fronte alla storia sono incommensurabili”. Annota Marino Biondi: “La critica idealistica guarda dall’alto la povera innocenza culturale di Panzini e vi spande sopra la piena del proprio disprezzo; mentre Gramsci non ritiene innocente quella cultura e la contrae duramente come avversaria di classe”. Dal canto suo, Luigi Russo lo considera come l’“ultimo degli artisti umanisti”.

La sua opera più nota è il Dizionario Moderno, alle cui varie edizioni lavora dal 1905 al 1923 e ripubblicata fino al 1963, dove si raccoglie una vastissima e significativa serie di neologismi scientifici, giornalistici e di costume. Eugenio Montale lo considera “una selva di neologismi e di parole di conio quanto mai avventuroso”; per Gianfranco Contini attesta “l’attrazione-repulsione esercitata sull’autore dal mondo contemporaneo”. Nel libro, l’avversione al marxismo e al bolscevismo delle generazioni maturate nella Grande Guerra è riportata realisticamente al timore che questi provavano verso il disconoscimento dei loro sforzi, e si formula l’inverificabile convinzione che il fascismo potesse evolvere verso un “socialismo temperato”. I partiti di centro sono ridicolizzati, e con modi ancora attuali recita la voce Pipì: “Partito Popolare Italiano, detto pipì dalla sigla PP, per la consueta celia nostrana”: dove, ieri come oggi, pipì “vale pispolino, cazzarellino”. Invece, Statolatra indica “persona la quale nutre somma opinione e fede nell’azione diretta dell’ente Stato. Statolatra può essere tanto il conservatore come il socialista”. Posizioni sulle quali in definitiva si potrebbe ancora discutere, niente affatto schiacciate su visioni rigide.

Muore a Roma il 10 aprile 1939, lunedì di Pasqua. Riposa insieme alla moglie nel cimitero di Canonica, nel comune di Santarcangelo, vicino ai suoi poderi e non lontano, così come desiderava, dal “murmure del mare” (La lanterna di Diogene, 1907). Carlo Bo, al Convegno presso Bellaria Igea Marina del marzo 1983, lo ricorda con queste parole: “Non si vede perché Panzini debba essere ancora lasciato nell’ombra e nel silenzio del ‘purgatorio’.  […] Un interprete del suo tempo, molte volte un giudice senza eccessivi scrupoli, tormentato dal lento franare delle cose in cui era stato educato a credere”. Ne recupera la lezione Pier Vittorio Tondelli, che ne evidenzia “inaspettati risvolti di contaminazione dello stile aulico con echi gergali e costruzioni tipiche del parlato: un giovane Holden sulla riviera, furbo e sarcastico.” E senza indulgere ad acritiche ‘beatificazioni’, studiare oggi la figura di Panini può restituire una parte della storia del Paese e anche aiutare a comprendere come ‘funziona’ la letteratura.

Note a cura di Claudio Comandini

Bibliografia scelta

Opere di Alfredo Panzini

Narrativa

  • Il libro dei morti, Galli, Milano, 1893.
  • L’evoluzione di Giosuè Carducci, Galli, Milano 1894.
  • Gli ingenui, Galli, Milano 1896.
  • Piccole storie del mondo grande, Fratelli Treves, Milano 1901.
  • Trionfi di donna: novelle, Società Editrice La Poligrafica, Milano 1903.
  • La lanterna di Diogene, Fratelli Treves, Milano 1907.
  • Le fiabe della virtù, Fratelli Treves, Milano 1911.
  • Che cos’è l’amore, Società Editrice Italiana, Milano 1912.
  • Santippe, Fratelli Treves, Milano 1913.
  • Donne madonne e bimbi, Studio Editoriale Lombardo, Milano, 1914.
  • La Madonna di Mamà, Fratelli Treves, Milano 1916.
  • Novelle d’ ambo i sessi, Fratelli Treves, Milano 1919.
  • Viaggio di un povero letterato, Fratelli Treves, Milano 1919.
  • Io cerco moglie!, Fratelli Treves, Milano 1920.
  • Il mondo è rotondo, Fratelli Treves, Milano, 1920.
  • Il diavolo nella mia libreria, Mondadori, Milano 1920.
  • La cagna nera. Racconto, La Voce, Roma 1921.
  • Signorine, Mondadori, Milano 1921.
  • II padrone sono me!, Mondadori, Milano 1922.
  • Diario sentimentale della guerra 1914-1918, Mondadori, Milano 1923.
  • La pulcella senza pulcellaggio, Mondadori, Milano 1929.
  • Il libro dei morti e dei vivi, Mondadori, Milano 1930.
  • Legione decima. Romanzo tra l’anno XII dell’età fascista e l’anno 58 a.C., Mondadori, Milano 1933.
  • La bella storia di Orlando innamorato e poi furioso, Mondadori, Milano 1933.
  • Viaggio con la giovane ebrea, Mondadori, Milano 1935.
  • Il ritorno di Bertoldo, Milano 1936.
  • Il bacio di Lesbia, Milano, 1937.
  • Sei romanzi tra due secoli (ristampa di opere già edite), Mondadori, Milano 1939.
  • Romanzi d’ambo i sessi (ristampa di opere già edite), Mondadori, Milano 1940.
  • Per amore di Biancofiore (inediti, a cura di Manara Valgimigli), Le Monnier, Firenze 1948.
  • Opere scelte, a cura di Goffredo Bellonci, Milano, 1970.

Saggi

  • Saggio critico sulla poesia maccheronica, Tipografia Elzeviriana, Castellammare di Stabia 1887.
  • Dizionario Moderno, Enrico Hoepli Milano, 1905; nona edizione, 1950.
  • Il 1859. Da Plombières a Villafranca, Fratelli Treves Milano 1909.
  • La patria nostra. Storia romana, medievale e moderna, Trevesini, Milano 1910.
  • Il libro di lettura delle scuole popolari, La Voce, Roma 1920.
  • Dante nel sesto centenario. Per la gioventù e per il popolo, Trevesini, Milano 1921.
  • Il conte di Cavour, Mondadori, Milano 1931.
  • Guida della grammatica italiana con un prontuario delle incertezze. Libretto utile per ogni persona, Bemporand, Firenze 1932.

Traduzioni 

  • Agnolo Fiorenzuola. Scritti scelti e annotati da D. Re e A. Panzini, Carrara, Milano 1890.
  • Elegie di Ovidio e Tibullo scelte e commentate, Briola, Milano 1891.
  • Le Bucoliche di Virgilio con raffronti e traduzione originale d’una scelta degli Idilli di Teocrito, nuovamente volgarizzati a maggiore intelligenza del testo, Briola, Milano 1891
  • Nuova Antologia latina, Albrighi e Segati, Milano 1899.
  • Le Opere e i Giorni di Esiodo. Versione in prosa italiana… con note e dichiarazioni, Fratelli Treves, Milano 1928.
  • Henri Murger, Vita di Bohème (Scènes de la vie de Bohème, 1848), Mondadori, Milano 1930.

I titoli di Panzini vengono ripubblicati dall’Accademia Panziniana di Bellaria Igea Marina, presieduta da Arnaldo Gobbi.

Fonti e Bibliografia 

L’Archivio Panzini è conservato presso la Biblioteca comunale di Bellaria ‘Igea Marina’.

Nella Raccolta Panzini della Biblioteca nazionale di Roma si custodiscono lettere, manoscritti autografi di due suoi articoli, materiale a stampa.

Un repertorio riferimenti bibliografici è sul sito dedicato all’autore e curato da Claudio Monti.

Critica

  • Luigi Capuana – Grazia Deledda, Gli “ismi” contemporanei, Giannotta, Catania, 1898.
  • Renato Serra, Alfredo Panzini, «La Romagna» VII, n. 5-6, maggio-giugno 1910.
  • Emilio Cecchi, Alfredo Panzini, «La Voce» 17.2.1910.
  • Sibilla Aleramo, Scrittori del giorno: Alfredo Panzini, «Illustrazione popolare» 5-11.10.1911
  • Clemente Rebora, La rettorica di un umanista, «La Voce» 27.2.1913.
  • Giuseppe Prezzolini, Amici, Vallecchi, Firenze 1922.
  • Benedetto Croce, Alfredo Panzini, in Dizionario modernoSupplemento ai dizionari italiani, Hoepli, Milano 1923.
  • Francesco Flora, Dal Romanticismo al futurismo, Milano, Mondadori, 1925.
  • Curzio Malaparte, L’Italia barbara, Gobetti, Torino 1926.
  • Eugenio Montale, L’ultimo Panzini, «L’Ambrosiano» 12.4.1927.
  • Giovanni Papini, Ritratti italiani, Vallecchi, Firenze 1932.
  • Alfredo Grilli, Alfredo Panzini e Renato Serra (1905-1915), «Nuova Antologia» 16.04. 1934.
  • Alfredo Gargiulo, La letteratura italiana del Novecento, Le Monnier, Firenze 1943.
  • Giacomo Debenedetti, Saggi critici. Nuova serie, O.E.T., Roma, 1945.
  • Luigi Russo, Alfredo Panzini, ultimo umanista poeta, «Belfagor» 31.05.1949.
  • Tommaso Chiaretti, Sono arrivati i libri che Gramsci lesse in carcere, «L’Unità» 19.03.1950.
  • Sergio Zavoli: Campana, Oriani, Panzini, Serra. Testimonianze raccolte in Romagna, Cappelli, Bologna 1959.
  • Giorgio De Rienzo, Alfredo Panzini, Mursia, Milano 1968.
  • Antonio Gramsci, Quaderni del carcere [Quaderno 3 (XX), Quaderni 12 (XXIX), 23 (VI), 29 (XXI)], edizione critica dell’Istituto Gramsci, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975.
  • Aldo Spallicci, Alfredo Panzini, «La Piê», a. 44 n. 1, Gennaio-Febbraio 1975.
  • Carlo Muscetta, Realismo neorealismo controrealismo, Garzanti, Milano 1976, pp. 281-2.
  • Tommaso Chiaretti, Perchè Gramsci leggeva Panzini, «Repubblica» 26.05.1977.
  • Raffaele Girardi, L’umanesimo problematico di Alfredo Panzini, «Lavoro critico» n. 10, 1977, pp. 57-102.
  • Mario Puppo – Giorgio Cavallini, Il romanzo da Svevo a Tozzi, La Scuola, Brescia 1979.
  • Ruggiero Iacobbi: L’avventura del Novecento, Milano, Garzanti, 1984.
  • Enzo Golino, ’Panzini? Un’imbecille’ «Repubblica» 30.03.1990.
  • AA.VV., Panzini nella cultura letteraria italiana fra ‘800 e ‘900, a cura di Emilio Grassi, introduzione di Carlo Bo, Maggioli, Rimini 1985.
  • Renzo Martinelli, Un dialogo tra grammatici: Panzini e Gramsci, «Belfagor» vol. 44, n.6, 1989, pp. 681-688.
  • Pier Vittorio Tondelli, Cabine! Cabine!, in Un weekend postmoderno, Bompiani, Milano 1990.
  • Egidio Finamore, Alfredo Panzini: biografia e opere, Edizioni Bibliografiche Amici del Libro, Rimini 1993.
  • AA. VV.: Fra Bellaria, San Mauro e Savignano: Atti del convegno a San Mauro Pascoli e Savignano sul Rubicone, 1994, a cura di Mario Pazzaglia, La Nuova Italia, Firenze 1995.
  • Tommaso Scappaticci, Il caso Panzini, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2000.
  • Marino Biondi, Studi romagnoli: cinquant’anni di letteratura, Società di studi romagnoli, Cesena, 2002.
  • Tommaso Scappaticci, Il successo del «povero letterato»: Alfredo Panzini, in Tra consenso e rifiuto. Scrittori e pubblico tra otto e novecento, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza, 2003. pp. 141-166.
  • Alessandro Lucchi, La (s)fortuna critica di Panzini, «Il nuovo» 04.14.2005.
  • Michele Rossi, Il demone della modernità e il talismano dell’idillica classicità, CLUEB, Bologna 2010.
  • Antonio Castronuovo, Un sensore del Novecento: Il Dizionario Moderno di Alfredo Panzini, Bibliomanie n. 20 gennaio-marzo 2010.
  • Alessandro Carlucci, Panzini: la faciloneria di un linguista, in AAVV, Il nostro Gramsci, Viella, Roma, 2011, pp. 263-269.
  • Vincenzo Pinto, L’ebrea dalmata di Alfredo Panzini, in La terra ritrovata. Ebreo e nazione nel romanzo italiano del Novecento, Giuntina, Firenze 2012, pp. 218-222.
  • Bartolomeo di Monaco, Alfredo Panzini: “La lanterna di Diogene” (1907), «viadellebelledonne» 16/10/2012.
  • Marco Antonio Bazzocchi, Alfredo Panzini e lo stile delle donne, IBC, Bologna 2013.
  • Ennio Grassi – Manuela Ricci, Il liceale Panzini e le prime prove narrative, «La Nuova Antologia», numero vol. 610°, fascicolo 2265, gennaio-marzo 2013.
  • Claudio Monti, “Un giovane Holden sulla riviera”, «Ariminum» a. XXI n. 1 Genn./Febbr. 2014.
  • Annalisa Grasso, Alfredo Panzini: snobbato in Italia, amato in America, «900 letterario», 7.04.2014.

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Autore:
Alfredo Panzini
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Panzini, Alfredo
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