Niccolò BacigalupoNiccolò Bacigalupo, nato a Genova nel 1837, fece i suoi studi presso gli scolopi, nel collegio di Savona. A diciotto anni entrò alle dipendenze del comune di Genova, di cui divenne tesoriere nel 1878.

Appassionato cultore di lingue classiche, aveva una profonda conoscenza delle maggiori opere greche e latine: parlava e scriveva correntemente il tedesco, l’inglese, il francese e lo spagnolo, delle cui lingue gli erano familiari i più celebri scrittori. Attore filodrammatico (sua è la maschera del marchese Tiritofolo Gattilusio), organizzatore di riviste e animatore di salotti letterari, era una delle figure più note della società letteraria di fine ‘800.

Assiduo collaboratore del settimanale umoristico «Il saraceno», Bacigalupo aveva il prezioso dono del facile verso, la cui vena poetica rispecchia un animo borghese, che con grande serenità guarda al passato esprimendo la nostalgia per un ordine sociale perduto per sempre.

La parte preponderante delle sue opere, che fu pubblicata nei Lünaj e nel periodico «Il Successo», si fonda sul travestimento di temi e testi classici. Tra le opere più note di questo genere si ricorda Loritto ô pappagallo de monaghe (1884, dal Vert-Vert di Gresset) le oraziane Odi ed epodi tradute in zeneize (1889) con prefazione di Anton Giulio Barrili, e la sua opera più fortunata tra il pubblico e che gli diede maggior fama, Eneide, beffarda e caustica parodia del classico poema, in cui delineò i più noti personaggi del mondo genovese di allora.

Altre sue opere in versi sono Môntecatini, O canto da rumenta, Paesaggi liguri, Prose rimae, scrite pe ûso domestico.

Nel suo complesso l’opera poetica di Bacigalupo sancisce il ruolo subordinato del dialetto rispetto alla lingua e la nascita quindi di una letteratura dialettale intesa come “minore” soprattutto perché in ritardo rispetto alla contemporanea poesia in lingua. Il dialetto di Bacigalupo è testimonianza della italianizzazzione che aveva ormai investito il genovese, come le altre parlate della penisola, alla fine dell’800. Non a caso Bacigalupo venne attaccato pesantemente, e non solo per la grafia, dagli esponenti più integralisti del purismo dialettale.

Ne sembra consapevole lui stesso scrivendo la sua “dichiarazione poetica” A poexia dialettale, dove sottolinea la necessità di attenuare le asperità dialettali anche per venire incontro alle nuove esigenze sociolinguistiche del pubblico:

E fra i moderni lirici, pe no çittâ de quelli
Che han i rognoin ciû solidi, ö Meli, ö Porta, ö Belli,
Han forse meno merito che çerti cappilista
De nostre Mûse e apostoli da Scheua Naturalista?
E forse ö so vernacolo ö nö l’è vea poexia
Perchè ö l’è pronto e façile e sensa astrûseria?
Ma dunque nu caccemolo zu troppo, sto dialetto,
Co-a scusa che ö l’è ignobile e d’abito negletto,
Invece ammiae de rendilo ciû nobile, e pulito,
De scorie troppo rûvide, çerchae d’ingentililo,
Scegliendove i vocaboli, a forma, e l’andamento,
Secondo porta l’indole do singolo argomento,
E no fae sfoggio inûtile de termini volgari,
Cedendo a-o lenocinio de fâve popolari,
De frasi a senso doppio, scurrili accanaggiae,
Sensa raxion plauxibile, senza necessitae!
[…]
Ammiae se l’è poscibile d’ûsa di man in man,
De frasi e di vocaboli che saccian d’italian;
O nö sâ ö veo vernacolo do Cian de Sant’Andria,
Ma quello che ö se solita parla dä borghexia,
A quae, pë consuetûdini da vitta e l’istrûzion,
A l’ha, sens’ëse nobile, ûn pö d’educazion.
(E fra i moderni lirici, per non citare di quelli / che hanno i testicoli più solidi, il Meli, il Porta, il Belli, / hanno forse meno merito di certi capilista / delle nostre Muse e apostoli della Scuola Naturalista? / E forse il loro vernacolo non è vera poesia / perché è pronto e facile e senza astruseria? / Ma dunque non buttiamolo troppo giù, questo dialetto, / con la scusa che è ignobile e di abito negletto, / invece guardate di renderlo più nobile, e pulito, / delle scorie troppo rudi, cercate di ingentilirlo, / scegliendovi i vocaboli, la forma e l’andamento, / secondo quanto richiede il tono del singolo argomento, / e non fate sfoggio inutile di termini volgari, / cedendo al lenocinio di rendervi popolari, / di frasi a doppio senso, scurrili accanagliate, / senza ragione plausibile, senza necessità! / […] / guardate se è possibile usare di tanto in tanto, / frasi e vocaboli che sappiano di italiano; / non sarà il vero vernacolo del Piano di Sant’Andrea, / ma quello che di solito parla la borghesia, / la quale, per consuetudini di vita e l’istruzione, / ha, senza essere nobile, un po’ d’educazione.)

Questa esigenza è ancora più viva, ovviamente, nelle opere teatrali, alle quali è legata la notorietà ancora attuale di Bacigalupo, grazie anche alle interpretazioni che ne fece Gilberto Govi (che ne manipolò ampiamente i testi): tra le sue commedie I manezzi pe’ majä unn-a figgia (1880) e Piggiäse o mâ do Rosso o cartâ“(1870 la prima rappresentazione). Certamente in questi testi teatrali c’è la rimessa in circolazione di modi di dire e di frasi proverbiali – lo stesso titolo della seconda commedia citata non ha nessun senso se tradotto letteralmente in italiano (pigliarsi dei grattacapi, dei fastidi che non ci spettano) – nel tentativo, comune anche a Zena, di riprodurre il parlato reale. Morì a Genova nel 1904.

Fonti:

  • Gemma Favari, Da Martin Piaggio a Nicolò Bacigalupo, Genova, Tipografia nazionale, 1932.
  • William Piastra, Nicolla Baçigalö, in «A Compagna», Anno sesto, nuova serie N. 4 luglio-agosto 1974.
  • Mario Boselli, Poesia dialettale genovese dal sec. XVI ad oggi, Genova, Di Stefano, 1960.

Note biografiche a cura di Paolo Alberti

Elenco opere (click sul titolo per il download gratuito)

 
Autore:
Niccolò Bacigalupo
Ordinamento:
Bacigalupo, Niccolò
Elenco:
B