Ludwig van BeethovenLudwig van Beethoven (Bonn, 16 dicembre 1770 – Vienna, 26 marzo 1827).

Le origini e l’infanzia

La famiglia di Ludwig van Beethoven era di modeste condizioni e perpetuava una tradizione musicale da almeno due generazioni. Suo padre, Johan van Beethoven (1740 – 1792) era musicista e tenore alla Corte dell’Elettore. Non passò molto tempo prima che Johan van Beethoven individuasse il dono musicale dei figli e tentasse di realizzare le loro doti eccezionali traendone il meglio per sé soprattutto dal lato economico. Il giovane Ludwig divenne inoltre allievo del musicista e organista di corte Christian Gottlob Neefe e compose, tra il 1782 e il 1783, le sue prime opere per pianoforte, le Nove Variazioni su una Marcia di Dressler WoO 63, pubblicate a Mannheim e le tre Sonatine dette all’Élettore che segnano simbolicamente l’inizio della sua produzione musicale.

Il mecenatismo di Waldstein e l’incontro con Haydn

Beethoven venne notato dal conte Ferdinand von Waldstein e il suo ruolo si rivelerà determinante per il giovane musicista. Portò Beethoven una prima volta a Vienna nell’aprile 1787, soggiorno durante il quale avrebbe avuto un incontro fugace con Mozart. Ma soprattutto, nel luglio 1792, presentò Beethoven a Franz Joseph Haydn il quale, appena reduce da una tournée in Inghilterra si era stabilito a Bonn. Dopo un concerto tenuto in suo onore, impressionato dalla lettura di una cantata composta da Beethoven (probabilmente quella sulla morte di Giuseppe II WoO 87 o quella sull’arrivo di Leopoldo II) pur essendo conscio e lucido sulle carenze avute sulla sua istruzione, Haydn lo invitò a proseguire gli studi a Vienna sotto la sua direzione. Cosciente di ciò che rappresentava, a Vienna, l’insegnamento di un musicista della reputazione di Haydn, e quasi privato dei suoi legami familiari a Bonn (sua madre era morta di tubercolosi nel luglio 1787, seguita in settembre da quella della sorella di appena un anno. Suo padre, devastato dall’alcoolismo, era stato messo in pensione nel 1789 ed era incapace di garantire la sussistenza della famiglia). Beethoven, che di fatto si assume il compito di essere a capo della famiglia a tutela dei fratelli Kaspar e Nikolaus, è costretto ad accettare.

I primi anni viennesi

Alla fine del XVIII secolo, Vienna era la capitale incontrastata della musica occidentale e rappresentava la migliore possibilità per un musicista desideroso di fare carriera. Al suo arrivo, a soltanto ventidue anni, aveva già composto un buon numero di opere, delle quali nessuna raggiunse importanza. Era ancora lontano dalla sua maturità artistica, cosa che lo distingueva fondamentalmente da Mozart. Quanto all’insegnamento di Haydn, per quanto di prestigio, risultò deludente sotto diversi aspetti. Da un lato, Beethoven si mise in testa rapidamente che il suo insegnante fosse geloso del suo talento; dall’altro lato, Haydn non tardò ad irritarsi dinanzi all’indisciplina e all’audacia musicale del suo allievo. Nonostante una stima reciproca più volte ricordata dagli storici, il padre della sinfonia non ebbe mai con Beethoven le relazioni di profonda amicizia che aveva avuto con Mozart e che erano state all’origine di un emulazione così fertile. Dopo aver pubblicato i suoi primi tre Trii per piano, violino e violoncello sotto il numero di opus 1, e quindi le sue prime Sonate per pianoforte, Beethoven diede il suo primo concerto pubblico il 29 marzo 1795 per la creazione del suo Concerto per pianoforte e orchestra n° 2 che fu di fatto composto per primo, all’epoca di Bonn.

Il primo virtuoso di Vienna

Nel 1796 Beethoven intraprese un giro di concerti che lo condusse da Vienna a Berlino passando in particolare per Dresda, Lipsia, Norimberga e Praga. Mentre la sua attività creatrice si intensificava (composizione delle Sonate per piano n. 5 e n. 7, e delle prime Sonate per violino e pianoforte), il compositore partecipò almeno sino al 1800 a tenzoni musicali molto frequentati dalla buona società viennese e che lo consacrarono come il primo virtuoso di Vienna. Alla fine del Settecento iniziarono ad arrivare anche i primi capolavori, che comprendono il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 (1798), i primi sei Quartetti d’archi (1798-1800), il Settimino per archi e fiati (1799-1800) e nelle due opere che iniziarono a intravedere il carattere del musicista: la Sonata per pianoforte n. 8, detta Patetica (1798-1799) e la Prima Sinfonia (1800). Il Primo Concerto e la Prima Sinfonia vennero presentati con grande successo il 2 aprile 1800, data della prima Accademia di Beethoven (concerto organizzato dallo stesso musicista e dedicato esclusivamente alle sue opere).

Il cambio di secolo

L’anno 1802 segnò una prima grande svolta nella vita del compositore. Nel segreto più grande, iniziava a prendere coscienza di una sordità che doveva irrimediabilmente progredire fino a diventare totale prima del 1820. Costretto all’isolamento per timore di dover rivelare in pubblico questa terribile verità, Beethoven guadagnò di conseguenza una reputazione di misantropo di cui soffrì in silenzio fino al termine della sua vita. Cosciente che la sua infermità gli avrebbe proibito presto o tardi di prodursi come pianista e forse comporre, pensò per un momento al suicidio, quindi espresse nello stesso momento la sua tristezza e la fede nella sua arte in una lettera, indirizzata ai fratelli, che a noi è giunta sotto il nome di Testamento di Heiligenstadt, che non fu mai inviata e venne trovata soltanto dopo la sua morte. Fortunatamente, la sua vitalità creatrice non si arrestò. Dopo la composizione della Sonata per violino n. 5 detta La Primavera (Frühlings, 1800) e della Sonata per pianoforte n. 14 detta Al Chiar di Luna (1801), è durante questo periodo di crisi morale e spirituale che compose la gioiosa e misconosciuta Seconda Sinfonia (1801-1802) e il più scuro Concerto per pianoforte n. 3 (1800-1802) dove nella tonalità in do minore, si annunciava chiaramente la caratteristica personalità del compositore.

1802 – 1812: il periodo detto eroico

La Sinfonia n. 3, detta « Eroica » segna una tappa capitale in tutta l’opera di Beethoven, non soltanto a causa della sua potenza espressiva e della sua lunghezza fino ad allora rara, ma anche perché inaugurava una serie di opere brillanti, notevoli nella loro durata e nella loro energia, caratteristiche dello stile del secondo periodo di Beethoven, detto « stile eroico ». La genesi della sinfonia si estese dal 1802 al 1804 e la presentazione pubblica, avvenuta il 7 aprile 1805 smorza gli entusiasmi: quasi tutti la giudicano troppo lunga. Beethoven non ebbe nessun risentimento, dichiarando soltanto di trovare questa sinfonia molto breve fino a quando non ne avrebbe composta una della durata superiore a un’ora, e doveva, fino alla composizione della Nona, considerare l’Eroica come la migliore delle sue sinfonie.

Anche nella scrittura pianistica lo stile si evolveva: fu nel 1804 con la Sonata per pianoforte n. 21 dedicata al conte Waldstein di cui porta il nome, che colpì gli spettatori per la sua grande virtuosità e con le capacità che esigeva da parte dello strumento. Di stampo simile sorse la grandiosa Sonata per pianoforte n. 23 detta Appassionata (1805), al quale segue il Triplo Concerto per pianoforte, violino, violoncello e orchestra (1804). Nel luglio 1805 il compositore incontrò Luigi Cherubini che non nascondeva la sua ammirazione. A trentacinque anni, Beethoven affrontò il genere musicale per il quale Mozart era più portato, l’opera lirica. Nel 1801 si era entusiasmato per il libretto Léonore o l’amore coniugale del francese Jean-Nicolas Bouilly, e l’opera Fidelio, che portava originariamente nel titolo il nome della sua eroina, Léonore, venne iniziato fin dal 1803. Ma l’opera diede al suo autore difficoltà impreviste. Accolta male al debutto (soltanto tre rappresentazioni nel 1805), con Beethoven che si ritiene vittima di una cabala, il Fidelio doveva conoscere non meno di tre versioni cambiate (1805, 1806 e 1814) e soltanto l’ultima conobbe un’accoglienza adeguata alla sua misura.

L’indipendenza affermata

Dopo il 1805, e nonostante il fallimento artistico del Fidelio, la situazione di Beethoven era tornata favorevole. In pieno possesso della sua vitalità creatrice, sembrava adattarsi al suo udito difettoso e trovare, almeno per poco tempo, una vita sociale soddisfacente. Gli anni tra il 1806 e il 1808 furono quelli più fertili di capolavori in tutta la sua vita: il solo anno 1806 vide la composizione del Concerto per pianoforte n. 4, dei tre Quartetti per archi n. 7, n. 8 e n. 9 dedicati al conte Andrei Razumovsky, della Quarta Sinfonia e del Concerto per violino. Nell’autunno di quell’anno Beethoven accompagnò il suo mecenate, il principe Carl Lichnowsky, nel suo castello di Slesia e, in occasione di questo soggiorno, fece la dimostrazione più luminosa della sua volontà di indipendenza. Poiché Lichnowsky aveva minacciato di mettere Beethoven agli arresti se si ostinava a rifiutare un esibizione al piano per alcuni ufficiali francesi ospiti del suo castello (la Slesia era in quel momento occupata dall’esercito napoleonico dopo Austerlitz) il compositore lasciò il suo ospite dopo un violento litigio.

Beethoven era riuscito ad affermarsi come artista indipendente e liberarsi simbolicamente dal patronato aristocratico. Dando seguito al suo desiderio di « affrontare il suo destino alla gola » espresso a Wegeler nel novembre 1801, Beethoven mise in cantiere la Quinta Sinfonia. Attraverso il suo celebre motivo ritmico di quattro note esposto fin dal primo movimento e che irradia tutta l’opera, il musicista intendeva esprimere la lotta dell’uomo con il suo destino, e il trionfo finale. L’ouverture Coriolano, con la quale condivide la tonalità in do minore, era della medesima epoca. Composta contemporaneamente alla Quinta, la Sinfonia pastorale sembra quella più contrastata. Il concerto dato da Beethoven il 22 dicembre 1808 fu certamente una delle più grandi Accademie della storia (con quella del 7 maggio 1824). Furono eseguiti in prima assoluta la Quinta e la Sesta sinfonia pastorale, il Concerto per pianoforte n. 4, la la Fantasia corale per piano e orchestra e due inni dalla Messa in do maggiore composta per il principe Esterházy nel 1807. Dopo la morte di Haydn nel maggio 1809, benché gli restassero avversari artistici determinati, non si trovava più un modo per contestare il posto di Beethoven nel pantheon dei musicisti.

La maturità artistica

Nonostante questo, il catalogo delle sue opere continuava ad arricchirsi: gli anni 1809 e 1810 videro ancora la nascita di numerosi capolavori, dal brillante Concerto per pianoforte n. 5 che creò Carl Czerny alle musiche di scena per l’ouverture recitata in nove parti Egmont tratta da Goethe, passando per il Quartetto d’archi n. 10 detto « delle Arpe ». È a causa della partenza improvvisa del suo allievo e amico, l’arciduca Rodolfo, che Beethoven compose la Sonata per pianoforte n. 26 detta « Les adieux, l’absence, le retour ». Gli anni tra il 1811 e il 1812 videro il compositore raggiungere il punto massimo della sua vita creatrice. Il Trio per pianoforte n. 7 detto « All’Arciduca » e la Settima Sinfonia rappresentano l’apogeo del periodo « eroico ».

L’incidente di Teplitz

Il mese di luglio 1812, abbondantemente commentato dai biografi, segnò una nuova svolta nella vita di Beethoven. Restando in cura termale nelle località di Teplitz e di Karlsbad redasse l’enigmatica Lettera all’amata immortale e fece un incontro infruttuoso con Goethe. Per ragioni che rimangono non precisate, fu anche l’inizio di un lungo periodo di sterilità nella vita creatrice del musicista. Si sa che gli anni seguenti al 1812 coincisero con molti eventi drammatici nella vita di Beethoven, eventi che dovette superare in totale solitudine, avendo quasi tutti i suoi amici lasciato Vienna durante la guerra del 1809, ma probabilmente anche altri fatti a noi ignoti furono la causa della sua perdita di ispirazione. Di questi anni difficili, dove la sordità diventa totale, emersero soltanto alcuni capolavori: le due Sonate per violoncello n. 4 e 5 dedicate alla confidente Maria von Erdody (1815) la Sonata per pianoforte n. 28 (1816) e il ciclo pregnante di lieder An die ferne Geliebte, (1815-1816), tratto dai poemi di Alois Jeitteles. Mentre la sua situazione finanziaria diventava sempre più preoccupante, Beethoven cadde gravemente malato tra il 1816 e il 1817 e sembrò vicino al suicidio. Tuttavia, la sua forza morale e la ferrea volontà lo salvarono ancora una volta. Diretto verso l’introspezione e la spiritualità che presentarono importanza di ciò che gli rimaneva da scrivere per « i tempi a venire », egli trovò la forza di superare queste prove per cominciare l’ultimo periodo creativo che gli diede probabilmente le più grandi rivelazioni.

1818 – 1827 : l’ultimo Beethoven

Le forze di Beethoven ritornarono pienamente nel 1817, epoca nella quale scrisse una nuova opera destinata ad essere la più vasta e complessa composta fino ad allora, la Sonata per piano n. 29 op. 106 detta Hammerklavier. Esplorando oltre ogni limite tutte le possibilità dello strumento, di durata superiore ai quaranta minuti, lasciò indifferenti i pianisti contemporanei di Beethoven che la giudicarono ineseguibile e ritenevano che, ormai, la sordità del musicista gli rendesse impossibile una corretta valutazione delle possibilità sonore. A partire da questa epoca, rinchiuso totalmente nella sua infermità, iniziava ad essere circondato da una corte di allievi, ammiratori, serventi che lo adulano e spesso lo irritano, e comunicava con loro tramite i Quaderni di conversazione riempiti sia dal musicista che trascritti dai suoi collaboratori, i quali costituiscono oggi una testimonianza inestimabile sull’ultimo periodo di vita del compositore.

Beethoven era sempre stato credente, senza praticare assiduamente, ma il suo entusiasmo aumentato per il Cristianesimo gli diede un grande aiuto per uscire dai suoi anni più duri, come testimoniarono le numerose citazioni di carattere religioso che ricopiò nei suoi quaderni a partire dal 1817. Nella primavera del 1818 gli venne l’idea per una grande opera religiosa che inizialmente prevedeva di utilizzare in occasione dell’Incoronazione dell’arciduca Rodolfo, che anelava di essere elevato al rango di Arcivescovo di Olmütz alcuni mesi più tardi. Ma la colossale Missa Solemnis in re maggiore richiese al musicista quattro anni di duro lavoro (1818-1822) e la Messa fu rimessa alla sua dedica soltanto nel 1823. Beethoven aveva studiato a lungo le Messe di Bach e l’oratorio Messiah di Haendel durante la composizione della Missa Solemnis che dichiarò varie volte di essere « la mia migliore opera, il mio più grande lavoro ». Parallelamente a questo lavoro vennero composte le tre ultime Sonate per pianoforte n. 30, 31 e 32 il cui ultimo, l’opera 111, si completa di su un arietta di variazioni di una alta spiritualità che eleva le sue ultime pagine per pianoforte. Ma gli restava di comporre ancora un ultimo capolavoro pianistico: l’editore Anton Diabelli aveva invitato nel 1822 tutti i compositori del suo tempo per scrivere una variazione su un valzer molto semplice nella sua composizione. Dopo aver studiato questo valzer, Beethoven superò lo scoglio proposto e tirò fuori una raccolta di 33 variazioni che Diabelli ritenne comparabili alle famose Variazioni Goldberg composte da Bach ottanta anni prima.

La Nona sinfonia e gli ultimi quartetti

La composizione della Nona Sinfonia cominciò nel periodo successivo al completamento della Missa Solemnis, ma questa opera ebbe una genesi estremamente complessa la cui comprensione richiede di risalire alla gioventù di Beethoven, che da prima della sua partenza da Bonn prevedeva di mettere in musica il poema An die Freude (Inno alla gioia) di Schiller. Attraverso il suo indimenticabile finale, dove viene introdotto il coro, l’innovazione nella scrittura sinfonica della Nona Sinfonia appariva, sulla linea della Quinta, come un’evocazione musicale del trionfo della gioia e della fraternità sulla disperazione, e prendeva la dimensione di un messaggio umanista e universale. I cinque ultimi Quartetti per archi (n. 12, 13, 14, 15 e 16) misero il sigillo finale alla produzione musicale di Beethoven. Con il loro carattere immaginario, che si ricollega a forme vecchie (utilizzo del modo musicale lidio nel n. 15) segnarono la conclusione della sperimentazione di Beethoven nel campo della musica da camera. I grandi movimenti lenti ad alto tasso drammatico (la cavatina del n. 13 e il Canto d’azione della grazia sacra di un convalescente nella Divinità del n. 15) annunciavano l’inizio del periodo romantico. A questi cinque quartetti, composti nel periodo 1824-1826, occorre aggiungere ancora il Grosse Fugue in si bemolle maggiore op. 133, che era in origine il movimento conclusivo del Quartetto n. 13 ma che Beethoven separò in seguito su richiesta del suo editore. Il 15 ottobre 1825 si trasferisce nel suo ultimo appartamento viennese, al numero 15 della Schwarzspanierstrasse, in due stanze che fanno parte di quello che era stato un convento degli Spagnoli Neri, lungo le mura della capitale austriaca.

La fine

Ritornato a Vienna il 2 dicembre 1826 su un carro scoperto e in una notte di pioggia, Beethoven contrasse una polmonite doppia da cui non doveva più risollevarsi; gli ultimi quattro mesi della sua vita furono segnati da un terribile logoramento fisico. Le ipotesi riguardanti una malattia di cui Beethoven avrebbe sofferto durante tutto l’arco dell’esistenza (indipendentemente dalla sordità, il compositore lamentava continui dolori addominali e di disordini alla vista) tendono attualmente a stabilirsi al livello di un saturnismo cronico. Sino alla fine il compositore restò circondato dai suoi amici. Il 3 gennaio 1827 fa testamento, nominando il nipote Karl suo erede: il 23 marzo riceve l’estrema unzione e il giorno dopo perde conoscenza. Il 26 marzo 1827 Ludwig van Beethoven si spense all’età di 56 anni. Mentre Vienna non si occupava più della sua sorte da mesi, i suoi funerali, svoltisi il 29 marzo, riunirono una processione impressionante di almeno ventimila persone. Il suo segretario e primo biografo Anton Felix Schindler, nominato custode dei beni del musicista, dopo la sua morte distruggerà una grandissima parte dei Quaderni di conversazione e in quelli rimasti addirittura aggiungerà arbitrariamente frasi scritte di sua mano. La distruzione venne giustificata con il fatto che molte frasi erano attacchi grossolani e sfrenati ai membri della famiglia imperiale.

Note biografiche tratte (e riassunte) da Wikipedia
http://it.wikipedia.org/wiki/Ludwig_van_Beethoven

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Autore:
Ludwig van Beethoven
Ordinamento:
Beethoven, Ludwig van
Elenco:
B