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Sezione IV
VERSILIA
Non temere, o uomo dagli occhi
glauchi! Erompo dalla corteccia
fragile io ninfa boschereccia
Versilia, perché tu mi tocchi.
Tu mondi la persica dolce
e della sua polpa ti godi.
Passò per le scaglie e pè nodi
l'odore che il cuore ti molce.
Mi giunse alle nari; e la mia
lingua come tenera foglia,
bagnata di súbita voglia,
contra i denti forti languía.
Sapevi tu tanto sagaci
nari, o uomo, in legno sì grezzo?
Inconsapevole eri, e del rezzo
gioivi e dè frutti spiccaci
e dell'ombre cui fànnoti gli aghi
del pino, seguendo il piacere
dè vènti, su gli occhi leggiere
come ombre di voli su laghi.
Io ti spiava dal mio fusto
scaglioso; ma tu non sentivi,
o uomo, battere i miei vivi
cigli presso il tuo collo adusto.
Talora la scaglia del pino
è come una palpebra rude
che subitamente si chiude,
nell'ombra, a uno sguardo divino.
Io sono divina; e tu forse
mi piaci. Non piacquemi l'irto
Satiro su 'l letto di mirto,
e il panisco invan mi rincorse.
Ma tu forse mi piaci. Aulisce
d'acqua marina la tua pelle
che il Sol feceti fosca. Snelle
hai gambe come bronzo lisce.
Offrimi il canestro di giunco
ricolmo di persiche bionde!
Poiché non mi giovano monde,
riponi il tuo coltello adunco.
Io so come si morda il pomo
senza perdere stilla di suco.
Poi cò miei labbri umidi induco
il miele nel cuore dell'uomo.
Riponi il ferro acre che attosca
ogni sapore. Tu non pregi
i tuoi frutti. I peschi, i ciriegi,
i peri, i fichi in terra tosca
son di dolcezza carchi, e i meli,
gli albricocchi, i nespoli ancora!
E tu li spogli in su l'aurora
velati dei notturni geli.
Da tempo in cuor mio non è gaudio
di tal copia. Ahimè, sono scarsi
i doni. E tu vedi curvarsi
i rami del susino claudio!
Ma io non ho se non la terra
pigna dal suggellato seme.
E a romper la scaglia che il preme
non giovami pur una pietra.
O uomo occhicèrulo, m'odi!
Lascia che alfine io mi satolli
di queste tue persiche molli
che hai nel cesto intesto di biodi.
Ti priego! La pigna malvagia
mi vale sol per iscagliarla
contro la ghiandaia che ciarla
rauca. Non s'inghiotte la ragia.
Ma se le mastichi negli ozii,
quantunque ha sapore amarogno,
allor che il tuo cuore nel sogno
si bea lungi ai vili negozii,
certo ti piace, o uomo; ed io
te ne darò della più ricca.
Tu la persica che si spicca,
e ne cola il suco giulío,
dammi, ch'io mi muoio di voglia
e da tempo non ebbi a provarne.
Non temere! Io sono di carne,
se ben fresca come una foglia.
Toccami. Non vello, non ugne
ricurve han le tue mani come
quelle ch'io so. Guarda: ho le chiome
violette come le prugne.
Guarda: ho i denti eguali, più bianchi
che appena sbucciati pinocchi.
Non temere, o uomo dagli occhi
glauchi! Rido, se tu m'abbranchi.
Abbrancami come il bicorne
villoso. La frasca ci copra,
i mirti sien letto, di sopra
ci pendano l'albe viorne.
Ma come, Occhiazzurro, sei cauto!
Forse amico sei di Diana?
Ora scende da Pietrapana
il lesto Settembre co 'l flauto,
se cruenta nel corniolo
rosseggi la cornia afra e lazza.
Odo tra il gridío della gazza
il richiamo del cavriuolo.
Sei tu cacciatore? Sei destro
ad arco, esperto a cerbottana?
Ora scende da Pietrapana
Settembre. Tu dammi il canestro.
Eh, veduto n'ho del pel baio
verso il Serchio correre il bosco!
Tu dammi il canestro. Conosco
la pesta se ben non abbaio.
Accomanda il nervo alla cocca.
Ne avrai della preda, s'io t'amo!
Imito qualunque richiamo
con un filo d'erba alla bocca.
(Composta il 2 giugno 1902)
LA MORTE DEL CERVO
Quasi era vespro. Atteso avea soverchio
alla posta del cervo, quatto quatto
fra le canne; e vinceami l'uggia. A un tratto
vidi l'uom che natava in mezzo al Serchio.
Un uomo egli era, e pur sentii la pelle
aggricciarmisi come a odor ferigno.
Di capegli e di barba era rossigno
come saggina, folte avea le ascelle;
ma pél diverso da quel delle gote
sotto il ventre parea che gli cominciasse,
bestial pelo, e che le parti basse
fossero enormi, cosce gambe piote,
come di mostro, tanto era il volume
dell'acqua che movea il natatore
se ben tenesse ambe le braccia fuore
con tutto il busto eretto in su le spume.
Un uom era. A una frotta d'anitroccoli
sbigottita egli rise. Intesi il croscio.
Repente si gittò su per lo scroscio
della ripa, saltò su quattro zoccoli!
Lo conobbi tremando a foglia a foglia.
Ben era il generato dalla Nube
acro e bimembre, uom fin quasi al pube,
stallone il resto dalla grossa coglia.
Il Centauro! Di manto sagginato
era, ma nella groppa rabicano
e nella coda, di due piè balzàno,
l'equine schiene e le virili arcato.
Ritondo il capo avea, tutto di ricci
folto come la vite di racimoli;
e l'inclinava a mordicare i cimoli
dei ramicelli, i teneri viticci
con la gran bocca usa alla vettovaglia
sanguinolenta, a tritar gli ossi, a bere
d'un fiato il vin fumoso nel cratère
ampio, sopra le mense di Tessaglia.
Levava il braccio umano, dal bicipite
guizzante, a côrre il ramicel d'un pioppo.
Repente trasaltò, di gran galoppo
sparì per mezzo agli arbori precipite.
Il cor m'urtava il petto, in ogni nervo
io tremando. Ma, nella mia latèbra
umida verde, l'anima erami erba
d'antiche forze. E udii bramire il cervo!
L'udii bramir di furia e di dolore
come s'ei fosse lacero da zanne
leonine. Balzai di tra le canne,
vincendo a un tratto il corporale orrore,
agile divenuto come un veltro
pè gineprai, per gli sterpeti rossi,
con silenzio veloce, quasi fossi
in sogno, quasi avessi i piè di feltro.
O Derbe, la potenza che desidero
è nei metalli che il gran fuoco ha vinto.
Eternato nel bronzo di Corinto
ti darò quel che i lucidi occhi videro?
Il Centauro afferrato avea pei palchi
delle corna il gran cervo nella zuffa,
come l'uom pè capei di retro acciuffa
il nemico e lo trae, finché lo calchi
a terra per dirompergli la schiena
e la cervice sotto il suo tallone,
o come nella foia lo stallone
la sua giumenta assal per farla piena.
Erto alla presa della cornea chioma,
con le due zampe attanagliava il dorso
cervino, superandolo del torso,
premendolo con tutta la sua soma.
Furente il cervo si divincolava
sotto, gli occhi riverso, il bruno collo
gonfio d'ira e di mugghio, in ogni crollo
crudo spargendo al suol fiocchi di bava.
Era del più vetusto sangue regio,
di quelli che ammansiva il suon del sufolo,
vasto e robusto il corpo come bufolo,
di vénti punte in ogni stanga egregio.
Quanti rivali, oh lune di Settembre,
cacciati avea dà freschi suoi ricoveri
e infissi nella scorza delle roveri,
pria d'abbattersi al Tassalo bimembre!
Si scrollò, si squassò, si svincolò.
E le muglia sonavan d'ogni intorno.
In pugno al mostro un ramo del suo corno
lasciando, corse un tratto; e si voltò.
Si voltò per combattere, le vampe
delle froge soffiando e le vendette.
Il Tassalo gittò la scheggia; e stette
guardingo, fermo su le quattro zampe.
Un fil di sangue gli colava giù
pel viril petto, giù per il pelame
cavallino il sudore. Come rame
gli brillava la groppa or meno or più
al sole obliquo che fería lontano
pè tronchi, variato dalle frondi.
S'era fatto silenzio nei profondi
boschi. Il soffio s'udia ferino e umano.
Gli aghi dei pini ardere come bragia
parean sul campo del combattimento.
E l'aspro lezzo bestial nel vento
si mesceva all'odore della ragia.
Pontata a terra la sua forza avversa,
il cervo, come fa nel cozzo il tauro,
bassò l'arme. La coda del Centauro
tre volte battè l'aria come fersa.
Una rapidità fulva e ramosa
si scagliò con un bràmito di morte.
O Derbe, ancor ne freme per la sorte
del petto umano l'anima ansiosa.
Credetti udire il gemito dell'uomo
su l'impennarsi del caval selvaggio.
Ma il Tessalo con inuman coraggio
il cervo avea pur quella volta dómo!
Preso l'avea di fronte, alle radici
delle corna, e gli avea riverso il muso.
Entrambi inalberati, l'un confuso
con l'altro in un viluppo, i due nemici,
tra luci ed ombre, sotto il muto cielo
saettato da sprazzi porporini,
lottavano; e su i due corpi ferini,
se le zampe le punte il fitto pelo
il crino irsuto il prepotente sesso,
io vedea con angoscia il capo alzarsi
di mia specie, agitare i ricci sparsi
quel vento d'ira sul mio capo istesso.
E, gonfio il cor fraterno, d'un antico
rimorso, tesi l'arco dell'agguato.
Ma l'uom cò pugni avea divaricato
e divelto le corna del nemico.
Udii lo schianto strudulo dell'osso
infranto, aperto sino alla mascella.
Fumide giù dal cranio le cervella
sgorgarono commiste al sangue rosso.
L'erto corpo piombò nel gran riposo
son urto sordo; sanguinò silente;
senza palpito stette; del cocente
flutto bagnò l'arsiccio suol pinoso.
Rise il Centauro come a quella frotta
lieve natante giù pel verde Serchio.
Poi levò, grande nel silvano cerchio,
il duplice trofeo della sua lotta.
Fiutò il vento. Ma prima di partirsi
colse tre rami carichi di pine;
e due n'avvolse attorno alle cervine
corna, e sì n'ebbe due notturni tirsi.
Del terzo incurvo fece un serto sacro
e se ne inghirlandò le tempie umane
ove le vene, enfiate dall'immane
sforzo, ancor cupe ardeangli di sangue acro.
Precinto, armato dei due tirsi foschi,
sollevò la gran bocca a respirare
verso il Cielo. S'udia remoto il Mare
seguir col rombo il murmure dei boschi.
Sola una Nube era nell'alte zone
dell'Etere qual dea scinta che dorma.
Venerava il Nubigena la forma
cui fecondò l'audacia d'Issone.
Bellissimo m'apparve. In ogni muscolo
gli fremeva una vita inimitabile.
repente s'impennò. Sparve Ombra labile
verso il Mito nell'ombre del crepuscolo.
(Composta a Romena il 24 agosto 1902)
L'ASFODELO
GLAUCO
O Derbe, approda un fiore d'asfodelo!
Chi mai lo colse e chi l'offerse al mare?
Vagò sul flutto come un fior salino.
O Derbe, quanti fiori fioriranno
che non vedremo, su pè fulvi monti!
Quanti lungh'essi i curvi fiumi rochi!
Quanti per mille incognite contrade
che pur hanno lor nomi come i fiori,
selvaggi nomi ed aspri e freschi e molli
onde il cuore dell'esule s'appena
poi che il suon noto per rendergli odore
come foglia di salvia a chi la morde!
DERBE
Io so dove fiorisce l'asfodelo.
Là nel chiaro Mugello, presso il Giogo
di Scarperia, lo vidi fiorir bianco.
Anche lo vidi, o Glauco, anche lo colsi
in quell'Alpe che ha nome Catenaia
e all'Uccellina presso l'Alberese
nella Maremma pallida ove forse
ei sorride all'imagine dell'Ade
morendo sotto l'unghia dei cavalli.
GLAUCO
O Derbe, anch'io errando su i vestigi
della donna letèa, vidi fiorire
tra Populonia e l'Argentaro il fiore
della viorna. Tutto le sorelle
bianche il bosco aspro nelle delicate
braccia tenean tacendo, e i negri lecci
e i sóveri nocchiuti al sol di giugno
dormivan come venerandi eroi
entro veli di spose giovinette.
DERBE
In Populonia ricca di sambuchi
io conobbi il marrubbio che rapisce
l'odor muschiato al serpe maculoso
e l'ebbio che colora il vin novello
di sue bacche e lo scirpo che riveste
il gonfio vetro dove il vin matura.
GLAUCO
La madreselva come la viorna
intenerire del suo fiato i tronchi
vidi a Tereglio lungo la Fegana,
e il giunco aggentilir la Marinella
di Luni, e su pè monti della Verna
l'avornio tesser ghirlandette al maggio.
DERBE
I gigli rossi e crocei ne' monti,
alla Frattetta sotto il Sangro, io vidi;
anche alla Cisa in Lunigiana, e all'Alpe
di Mommio dove udii nel ciel remoto
gridar l'aquila. Spiriti immortali
pareano i gigli nell'eterna chiostra.
La bellezza dei luoghi era sì cruda
che come spada mi fendeva il petto.
Con un giglio toccai la grande rupe,
che non s'aperse e non tremò. Mi parve
tuttavia che un prodigio si compiesse,
o Glauco, e andando mi sentii divino.
GLAUCO
Nella Bocca del Serchio, ove la piana
sabbia vergano oscuramente l'orme
dei corvi come segni di sibille,
il narcisso marino io colsi, mentre
l'ostro premea le salse tamerici,
i cipressetti dell'amaro sale.
Lo smílace conobbi attico; e al Gombo
anche conobbi il giglio ch'è nomato
pancrazio, nome caro ai greci efèbi;
e tanto parve ai miei pensieri ardente
di purità, che ai Mani dell'Orfeo
cerulo io lo sacrai, al Cuor dei cuori.
DERBE
O Glauco, noi facemmo della Terra
la nostra donna ed ogni più segreta
grazia n'avemmo per virtù d'amore.
Come il Sole entri nella Libra eguale,
ti condurrò sui monti della Pieve
di Camaiore, e alla Tambura, e ai fonti
del Frigido, e lungh'essa la Freddana
dietro Forci, e nell'Alpe di Soraggio,
ché tu veda fiorir la genziana.
GLAUCO
Bella è la Terra o Derbe, e molto a noi
cara. Ma quanti fiori fioriranno
che non vedremo, nelle salse valli!
Le Oceanine ornavan di ghirlande
i lembi della tunica a Demetra
piangente per il colchico apparito.
Com'entri nello Scòrpio il Sole, o Derbe,
ti condurrò su i pascoli del Giovo
in mezzo ai greggi delle pingui nubi,
perché tu veda il colchico fiorire.
(Composta il 4 giugno 1902)
MADRIGALI DELL'ESTATE
IMPLORAZIONE
Estate, Estate mia, non declinare!
Fa che prima nel petto il cor mi scoppi
come pomo granato a troppo ardore.
Estate, Estate, indugia a maturare
i grappoli dei tralci su per gli oppi.
Fa che il colchico dia più tardo il fiore
Forte comprimi sul tuo sen rubesto
il fin Settembre, che non sia sì lesto.
Sòffoca, Estate, fra le tue mammelle
il fabro di canestre e di tinelle.
LA SABBIA DEL TEMPO
Come scorrea la calda sabbia lieve
per entro il cavo della mano in ozio
il cor sentì che il giorno era più breve.
E un'ansia repentina il cor m'assale
per l'appressar dell'umido equinozio
che offusca l'oro delle piagge salse.
Alla sabbia del Tempo urna la mano
era, clessidra il cor mio palpitante,
l'ombra crescente di ogni stelo vano
quasi ombra d'ago in tacito quadrante.
L'ORMA
Sol calando, lungh'essa la marina
giunsi alla pigra foce del Motrone
e mi scalzai per trapassare a guado.
Da stuol migrante un suono di chiarina
venía per l'aria, e il mar tenea bordone.
Nitrí di fra lo sparto un caval brado.
Ristetti. Strana era nel limo un'orma.
Però dall'alpe già scendeva l'ombra.
ALL'ALBA
All'alba ritrovai l'orma sul posto,
selvatica qual pesta di cerbiatto;
ma v'era il segno delle cinque dita.
Era il pollice alquanto più discosto
dall'altre dita e il mignolo ritratto
come ugnello di gàzzera marina.
La foce ingombra di tritume negro
odorava di sale e di ginepro.
Seguitai l'orma esigua, come bracco
che tracci e fiuti il baio capriuolo.
Giunsi al canneto e mi scontrai col riccio.
Livido si fuggì per folto il biacco.
Si levarono due tre quattro a volo
migliarini già tinti di gialliccio.
Vidi un che bianco; e un velo era dell'alba.
Per guatar l'alba disamarrii la traccia.
A MEZZODI'
A mezzodì scopersi tra le canne
del Motrone argiglioso l'aspra ninfa
nericiglia, sorella di Siringa.
L'ebbi sù miei ginocchi di silvano;
e nella sua saliva amarulenta
assaporai l'orígano e la menta.
Per entro al rombo della nostra ardenza
udimmo crepitar sopra le canne
pioggia d'agosto calda come sangue.
Fremere udimmo nelle arsicce crete
le mille bocche della nostra sete.
IN SUL VESPERO
In sul vespero, scendo alla radura.
Prendo col laccio la puledra brada
che ancor tra i denti ha schiuma di pastura.
Tanaglio il dorso nudo, alle difese;
e per le ascelle afferro la naiàda,
la sollevo, la pianto sul garrese.
Schizzan di sotto all'ugne nel galoppo
gli aghi i rami le pigne le cortecce.
Di là dai fossi, ecco il triforme groppo
su per le vampe delle fulve secce!
L'INCANTO CIRCEO
Tra i due porti, tra l'uno e l'altro faro,
bonaccia senza vele e senza nubi
dolce venata come le tue tempie.
Assai lungi, di là dall'Argentaro,
assai lungi le rupi e le paludi
di Circe, dell'iddía dalle molt'erbe.
E c'incantò con una stilla d'erbe
tutto il Tirreno, come un suo lebete!
IL VENTO SCRIVE
Su la docile sabbia il vento scrive
con le penne dell'ala; e in sua favella
parlano i segni per le bianche rive.
Ma, quando il sol declina, d'ogni nota
ombra lene si crea, d'ogni ondicella,
quasi di ciglia su soave gota.
E par che nell'immenso arido viso
della pioggia s'immilli il tuo sorriso.
LE LAMPADE MARINE
Lucono le meduse come stanche
lampade sul cammin della Sirena
sparso d'ulve e di pallide radici.
Bonaccia spira su le rive bianche
ove il nascente plenilunio appena
segna l'ombra alle amare tamerici.
Sugger di labbra fievole fa l'acqua
ch'empie l'orma del piè tuo delicata.
NELLA BELLETTA
Nella belletta i giunchi hanno l'odore
delle persiche mézze e delle rose
passe, del miele guasto e della morte.
Or tutta la palude è come un fiore
lutulento che il sol d'agosto cuoce,
con non so che dolcigna afa di morte.
Ammutisce la rana, se m'appresso.
Le bolle d'aria salgono in silenzio.
L'UVA GRECA
Or laggiù, nelle vigne dell'Acaia,
l'uva simile ai ricci di Giacinto
si cuoce; e già comincia a esser vaia.
Si cuoce al sole, e detta è passolina,
anche laggiù su l'istmo, anche a Corinto,
e nella bianca di colombe Egina.
In Onchesto il mio grappolo era azzurro
come forca di rondine che vola.
All'ombra della tomba di Nettuno
l'assaporai, guardando l'Elicona.
(Data di composizione non precisata)
FERIA D'AGOSTO
Espero sgorga, e tremola sul lento
vapor che fuma dalla Val di Magra.
Un vertice laggiù, nel cielo spento
ultimo flagra.
Emulo della stella e della vetta,
arde il Faro nell'isola di Tino.
Dóppiano il Capo Corvo una goletta
e un brigantino.
Or sì or no la ragia con la cuora
si mescola nel vento diforàno.
Dell'agrore salmastro s'insapora
l'odor silvano.
Albica il mar, di cristalline strisce
varia, su i liti ansare odesi appena.
Ed ecco, il promontorio s'addolcisce
come l'arena.
Ogni cosa più gran dolcezza impetra.
Tutto avvolve l'immensa pace urania.
Fin, nell'aere tenue, si spetra
la cruda Pania.
O fanciullo, inghirlanda l'architrave;
salda la cera ai tuoi calami arguti;
rinfondi nella lampada il soave
olio di Buti.
Fa grido e aduna i tuoi compagni auleti,
che rechino le fístole sonore
composte con le canne dei canneti
di Camaiore.
Sette di pino belle faci olenti
e sette di ginepro irsuto appresta,
a rischiarare gli ospiti vegnenti
per la foresta.
Fresche delizie avranno elli da scerre
bene accordate su la stoia monda:
l'uva sugosa delle Cinque Terre
e nera e bionda,
l'uva con i suoi pampani e i suoi tralci,
le pèsche e i fichi su la chiara stoia,
e le ulive dolcissime di Calci
in salamoia.
Infra l'ombrína e il dèntice la triglia
grassa di scoglio veggan rosseggiare,
e il vino di Vernazza e di Corniglia
nelle inguistare.
Anche avremo di miele e di friscello
la focaccia che fu grata a Priapo,
e ghirlanda di cúnzia e d'alberello
per ogni capo.
O fanciulli, e per voi saremo lauti.
Io farò sì che ognun di voi ricordi
la mia feria d'agosto, ma se i flauti
non sien discordi.
Accendete le faci, e andiam nel bosco
a rischiarare l'ospite che viene.
Odo tinnire un riso ch'io conosco,
ch'io mi so bene.
E' di quella che fústiga i miei spirti,
d'una che acerba ride e dolce parla.
Accendete le faci e andiam tra i mirti
ad incontrarla.
Non vi stupite già che la crocòta
sia guisa d'oggidì tra Serchio e Magra.
Quest'ospite è d'origine beota,
vien di Tanagra.
Ma ben la grazia onde succinge il giallo
bisso e i sandali scopre è maraviglia
(porta anelli d'elettro e di cristallo
alla caviglia)
mentre il suo capo sottilmente ordito
piega, ove ferma un lungo ago l'intreccio,
fulvo come i ginepri che sul lito
morde il libeccio.
Rugge e odora il ginepro nella teda.
Or configgete in terra acceso il fusto.
Flauti silvestri, e il nume vi conceda
il tono giusto.
Fanciulli, attenti! Fate un bel concerto.
Pan vi guardi da nota roca o agra.
Quest'ospite che v'ode ha orecchio esperto;
vien di Tanagra.
(Data di composizione sconosciuta)
IL POLICEFALO
Spezzate i flauti. Il lino che connette
le canne è quel medesmo degli astuti
lacci, e la cera troppo sa di miele.
Il suono puerile è breve oblio
pel cor prestante che non ama il gioco
facile nè cattare il sonno lieve.
Nè tu sei cittadino d'Agrigento
nomato Mida, vincitore in Delfo.
Nè t'insegnò la Cèsia il grande carme.
Pallade Atena dai fermi occhi chiari
prima inventò tal melodia, nel giorno
in cui Medusa tronca fu dall'arpe.
Udì le grida e i pianti ch'Euriàle
mettea tra il sibilare dei serpenti
verso la strage; udì l'orrendo ploro.
I gemiti di Steno come dardi
fendeano l'etra, e tutti gli angui eretti
minacciavan l'eroe nato dall'oro.
Così la Melodía di Mille Teste
nacque in giorno sanguigno; e la raccolse
Pallade Atena e modulò per l'uomo.
Le canne dei canneti d'Orcomèno
ella guarnì con làmine di brinzo
e sì ne fece più possente il tuono.
Spezzate i flauti esigui, auleti imberbi,
poi che non han potenza al grande carme.
Cercatemi nel mare i nicchi intorti.
V'insegnerò davanti alle tempeste
dedurre dalle búccine profonde
la melodia delle mie mille sorti.
(Data di composizione ignota)
IL TRITONE
Il Tritone squammoso mi fu mastro.
S'accoscia su la sabbia ove la schiuma
bulica; e al sole la sua squamma fuma.
Giúngogli ov'è tra il pesce e il dio l'incastro.
Ha il gran torace azzurro come il glastro
ma l'argento sul dorso gli s'alluma.
Sceglie tra l'alghe la più verde, e ruma
e gli cola il rigurgito salmastro.
Con la vasta sua man palmata afferra
la sua conca, v'insuffla ogni sua possa,
gonfio il collo le gote gli occhi istrambi.
Va il rimbombo pel mare e per la terra.
L'Alpe di Luni cròllasi percossa.
Bàlzano nel mio petto i ditirambi.
(Data di composizione sconosciuta)
L'ARCA ROMANA
Alpe di Luni, e dove son le statue?
I miei spirti désian perpetuarsi
oggi sul cielo in grandi simulacri.
O antichi marmi in grandi orti romani!
Stan per logge e scalèe di balaustri,
con le lor verdi tuniche di muschi.
Negreggiano i cipressi i lecci i bussi
intorno alla fontana ove il Silenzio
col dito su le labbra è chino a specchio.
Vede apparire dal profondo il teschio
dell'eterna Medusa, la Gorgóne
vede sé fiso nel divino orrore.
Lamenta i fati il grido del paone.
Tutto è immobilità di pietra, vita
che fu, memoria grave, ombra infinita.
Un sarcofago eleggo, ov'è scolpita
in tre facce una pugna d'Alessandro;
pieno è di terra, e porta un oleandro.
Quivi masticherò la foglia amara
del mio lauro, seduto su quell'arca.
Quivi disfoglierò la rosa vana
dell'amor mio, seduto su quell'arca.
(Data di composizione sconosciuta)
L'ALLORO OCEANICO
Oleandro d'Apollo, ambiguo arbusto
che d'ambra aulisci nell'ardente sera;
melagrano, e il tuo rosso balausto
quasi fiammella in calice di cera;
nautico pino, e il tuo scoglioso fusto
e i coni entro la chioma tua leggera;
olivo intorto da dolor vetusto,
e l'oliva tua dolce che s'annera;
ginepro irsuto, mirto caloroso,
lentisco, terebinto, caprifoglio,
cento corone dell'Estate ausonia;
ma te, sargasso, re del Marerboso,
vasto alloro del gorgo, anche te voglio,
che bacche fai come la fronda aonia.
(Data di composizione sconosciuta)
IL PRIGIONIERO
Ardi, sei triste come il Prigioniero
ignudo che il titano Buonarroto
cavò da quel che or splende àvio e rimoto
Sagro, per il pontefice guerriero.
Constretto anche tu sei del tuo mistero,
vittima consacrata al Mare Ignoto;
e la bocca tua bella grida a vòto
contra il fato che tolseti l'impero.
Tiranno fosti in Gela, trionfale
nell'ode pitia re? Traesti schiavi
da Tespe uomini e marmi alla tua Tebe?
O sul cavallo bianco eri a Micale,
presso il padre di Pericle, e pugnavi
con l'altra gioventù nel nome d'Ebe?
(Data di composizione sconosciuta)
LA VITTORIA NAVALE
Se quella ch'arma di sue grandi penne
la prua della trière samotrace
venir dee verso me che senza pace
persèvero lo sforzo mio ventenne,
non altrove ma fra le vive antenne
di questa selva nata dal focace
lito, in vista dell'Alpe che si tace
gloriosa di suo candor perenne,
l'attenderò dicendo: "Ben mi vieni
dalla piaggia che i Càbiri nutrica,
dall'isola che sta di contro all'Ebro.
Io son l'ultimo figlio degli Elleni:
m'abbeverai alla mammella antica;
ma d'un igneo dèmone son ebro".
(Data di composizione sconosciuta)
IL PEPLO RUPESTRE
Mutila dea, tronca le braccia e il collo,
la cima dell'Altissimo t'è ligia.
E' tua la rupe onde alla notte stigia
discese il bianco aruspice d'Apollo.
La cruda rupe che non dà mai crollo,
o Nike, il tuo ventoso peplo effigia!
La violenza delle tue vestigia
eternalmente anima il sasso brollo.
Quando sul mar di Luni arde la pompa
del vespro e la Ceràgiola è cruenta
sotto il monte maggior che la soggióga,
sembra che dispetrata a volo irrompa
tu negli ardori e sul mio capo io senta
crosciar la gioia dell'immensa foga.
(Data di composizione sconosciuta)
IL VULTURE DEL SOLE
S'io pensi o sogni, se tal volta io veda
quasi vampa tremar l'aria salina,
se nel silenzio oda piombar la pina
sorda, strider la ragia nella teda,
sonar sul loto la palustre auleda,
istrepire il falasco e la saggina,
subitamente del mio cor rapina
tu fai, di me che palpito fai preda,
o Gloria, o Gloria, vulture del Sole,
che su me ti precipiti e m'artigli
sin nel focace lito ove m'ascondo!
Levo la faccia, mentre il cor mi duole,
e pel rossore dè miei chiusi cigli
veggo del sangue mio splendere il mondo.
(Data di composizione sconosciuta)
L'ALA SUL MARE
Ardi, un'ala sul mare è solitaria.
Ondeggia come pallido rottame.
E le sue penne, senza più legame,
sparse tremano ad ogni soffio d'aria.
Ardi, veggo la cera! E' l'ala icaria,
quella che il fabro della vacca infame
foggiò quando fu servo nel reame
del re gnòssio per l'opera nefaria.
Chi la raccoglierà? Chi con più forte
lega saprà rigiugnere le penne
sparse per ritentare il folle volo?
Oh del figlio di Dedalo alta sorte!
Lungi dal medio limite si tenne
il prode, e ruinò nei gorghi solo.
(Data di composizione sconosciuta)
ALTIUS EGIT ITER
L'ombra d'Icaro ancor pè caldi seni
del Mar Mediterraneo si spazia.
Segue di nave solco che più ferva.
Ogni rapidità di vènti agguaglia.
Voce d'uom che comandi ama nel turbine.
Ode clamor di nàufraghi iterato
e n'ha disdegno, ché silenzioso
fu quel rimoto suo precipitare.
Io la vidi laggiù, verso l'occaso.
Era nel palischermo io cò miei due
remi. A prora il mio Dèspota seduto
era, e guatava fiso la mia cura.
Tra quegli e me subitamente vidi
ignuda l'ombra d'Icaro apparire.
Quasi il color marino aveano assunto
le sue membra, ma gli occhi eran solari.
Sul petto giovenile intraversate
ancor gli stavan le due rosse zone,
già per gli òmeri vincoli dell'ale,
simili a inermi bàltei di porpora.
"O Dèspota, costui" disse "è l'antico
fratel mio. Le sue prove amo innovare
io nell'ignoto. Indulgi, o Invitto, a questa
mia d'altezze e d'abissi avidita!".
(Data di composizione sconosciuta)
DITIRAMBO IV
Icaro disse: "La figlia del Sole
a me poggiata come ad un virgulto
sul limite dei paschi
guatava il candido armento dei buoi
pascere lungo il Cèrato rupestro.
Mi si piegava il destro
òmero sotto la mano regale
umida di sudor gelido; e, dentro
me, tremavano tutte le midolle,
negli orecchi fragore
sonavami sì forte ch'io temeva
udir dal sacro Dicte i Coribanti
atroci e il rombo del bronzo percosso.
E la città di Cnosso
splendea di mura còttili e di blocchi
oltre l'irto canneto atto a far dardi.
"O Pasife, che guardi?"
chiese il Re sopraggiunto. Ed anelava
nella sua barba violetta come
l'uva cidònia; ché membruto egli era
e gravato di giallo adipe il fianco.
"Io guardo il toro bianco,
quello che tu non désti a Posidone"
la figlia di Perseide rispose.
E le vette nevose
dell'Ida biancheggiavan men del toro
niveo diniegato al dio profondo.
"Perché sì tremebondo
sei tu, figlio di Dedalo?" il Re chiese.
E allor Pasife: "Questo ateniese
giovinetto somiglia ad Androgèo
che non torna d'Atene;
e per ciò mi sostiene,
il cor triste mi folce;
per ciò tanto m'è dolce
le dita porre nel suo crin prolisso".
Io rividi l'Ilisso,
i platani gli allori gli oleandri
che l'adombrano, e il bosco degli ulivi
presso Colono caro all'usignuolo.
Rividi il patrio suolo
entro l'anima mia subitamente,
come colui ch'è presso alla sua fine;
perocché nel mio crine
ponea le dita la donna solare,
e l'ossa mie flagrare
parean nel suo sorriso accosto accosto
siccome rami cui fiamma s'appicchi
quando i legni sien ricchi
d'aroma e inariditi dall'Estate.
E le navi lunate
coi rematori seduti agli scalmi
in fila a battere il flutto diviso,
e l'Eracleo, l'Amniso,
i due porti ricurvi, e il fiume, e i monti
e tutta quanta l'isola selvosa
con le vigne col díttamo e col miele
ardere in quel sorriso
vidi per mezzo ai cigli miei morenti.
E il sire degli armenti
udii mugghiare in quel foco sonoro,
mugghiare il bianco toro
diniegato al gran Padre enosigèo".
Icaro disse: "Poi che l'ombra cadde
(il vertive dell'Ida solitario
nell'etra rosseggiava
come il fiore del díttamo crinito)
nascostamente ritornai sù paschi,
gonfio d'odio il cuor tacito; e scagliai
contra il toro le selci acuminate
dell'àlveo del Cèrato divulse
e imposse alla mia frombola cretese.
Il boaro m'intese
e mi rincorse ratto su per l'erbe
con la verga di còrilo a minaccia.
Ma perse la mia traccia
nell'ombra che cadea; nè mi conobbe,
nè l'erbe verdi tenner le vestigia.
L'infanda cupidigia
per ovunque era sparsa! Palpitare
parea pur anco nelle stelle vaghe!
Il vento perea piaghe
súbite aprire nel mio corpo nudo
acerbe sì che non saríami valso
a medicarle il díttamo dell'Ida.
E piena era di grida
compresse la mia gola nell'arsura,
quando giunsi elle mura
del Labirinto ove il mio padre aveva
ambage innumerevole di vie
riempiuta d'error laborioso.
Quivi ristetti ascoso
perocché vidi il duro fabro alzato
su la soglia difficile in silenzio
e la figlia del Sole in gran segreto
favellare con lui senza sorriso,
marmorea nel viso,
come chi chieda all'arte del mortale
una cosa tremenda e non ne tremi".
Icaro disse: "L'officina arcana
era in un orto a vista del recurvo
porto Eracleo frequente
di ben costrutte navi dalla prora
dipinta; e gli utensíli erano acuti,
e la fronte del fabbro era contratta.
Sorgea la forma esatta
della falsa giovenca nella luce
del dí, quasi che sazia di pastura
spirasse dalle froge il fiato olente
di cítiso, tranquilla sù piè fessi.
Con tale arte commessi
eran gli sculti legni e ricoperti
di fresca pelle, che parean felici
d'ubertà non fallibile i bei fianchi
e le mamme in sul punto di gonfiarsi
all'affluir d'un latte repentino.
Furtiva nel giardino
vénia Pasife senza le sue donne
a rimirar l'opera fabrile
ch'ella infiammava della sua lussuria
impaziente; e seco avea l'irsuto
boaro come giudice perfetto.
Costui rise: il difetto
scorse nella giogaia. Il grande artiere
fu docile al consiglio dell'uom rude.
Pasife con le nude
braccia premette gli òmeri miei nudi,
s'abbandonò su me come su fulcro
insensibile, assorta nel suo sogno
inumano, perduta nel portento.
Saliva un violento
foco dal suolo ov'eran le radici
della mia forza, e tutto m'avvolgea,
e tutto come arbusto resinoso
parea vi crepitassi e vi splendessi.
Oh giardino di spessi
aromi, carco di cera e di miele,
carco di gomma e d'ambra,
ove s'udia scoppiar la melagrana
come un riso che scrosci e qiasi mosto
si liquefaccia in una bocca d'oro!
Recava l'Austro il coro
delle femmine ancelle dal palagio
remoto, che sedevano ai telai
o tingevan di porpora le lane
o i semplici isceglieano al beveraggio
o di carni ammannivan la vivanda
per la figlia del Sole,
ignare ch'ella fosse innanzi al Sole
preda schiumosa d'Afrodite infanda".
Icaro disse: "La figlia del Sole
amai, che per libidine soggiacque
alla bestia di nerbo più potente.
Splendea divinamente
la sua carne quand'ella penetrava
nel simulacro per imbestiarsi.
Io chiuso in me riarsi.
Io, quando vidi il callido boaro
la prima volta addurre
alla falsa giovenca il toro bianco
che si battea il fianco
sonoro con la fersa della coda
adorno i corni brevi d'una lista
di porpora, balzai gridando: "O Sole,
a te consacrerò, sopra la rupe
inconcussa, oggi un'aquila sublime!"
E andai verso le cime
con la bipenne l'arco e le saette,
ben coturnato, a far le mie vendette".
Disse: "Da prima vidi l'ombra vasta
palpitar su la torrida petraia.
Fulvo il macigno, cerula era l'ombra.
E dopo udii la romba
delle penne per l'aer verberato.
Gridò verso il suo fato
ella repente, ferma su le penne;
la corda mia nel tendersi stridette;
il grido parve lacerare il cielo
e lo stridor fu lieve qual garrito
di rondine ma il tèlo
che si partì fu forte e fu cruento.
Sentii sul viso il vento
del volo che fece impeto a salire,
poi si fiaccò, girò come in un turbo,
piombò verso lo scrímolo del monte.
Mi cadde su la fronte
una goccia di sangue larga e calda
come goccia di nuvolo d'agosto
quando lampeggia e tuona.
L'aquila s'abbattè sul sasso prona
il petto, aperta l'ali
crude che strepitarono sul sasso,
erta súbito il rostro alla difesa.
La roccia discoscesa
ardeva nel meriggio come il ferro
nella fucina, sotto i miei coturni.
La fronda dei viburni
era come la scoria dei metalli
liquefatti, e la fronda degli avorni.
S'udiano i capricorni
belare in mezzo al díttamo crinito,
e l'odore dell'erba vulneraria
mescevasi nell'aria
tremula con l'odor dell'aquilino
sangue che d'ogni sangue è più vermiglio.
Col rostro e con l'artiglio
fu pronta la satellite di Giove
a combattere contra il feditore
su la rupe inconcussa.
Allora io dissi: "Augusta,
se tu sei senza volo, io sia senz'armi".
E disdegnai ritrarmi
qual uomo a saettarla di lontano.
Ma gittai l'arco; e mi fasciai la mano
con il corame della mia faretra,
mi fascia la man destra
a difesa degli occhi minacciati
dal becco adunco. Feci impeto, entrai
in un selvaggio fremito di penne;
in un orrendo strepito di penne
come in un nembo fulvo preso fui
dalla possa grifagna;
sentii fuggirmi sotto le calcagna
la rupe e gridai forte.
Combattemmo nel rombo della morte.
Io con la destra le afferrai la strozza
robusta come tronco di serpente,
e strinsi e strinsi; e con la manca trassi
dalla ferita fresca il dardo primo,
più volte e più nell'imo
fegato lo confissi.
Combattemmo sul ciglio degli abissi,
in cospetto del Sole, a mezzo il giorno.
Gloria d'Icaro! Intorno
alla zuffa ogni bàttito di penne
sprizzava mille stille
di sangue come porpora in faville
accesa ed isvolata via per festa.
A gloria la mia testa
pareva di faville incoronarsi.
E le piume dei tarsi
e del petto e del collo e delle ascelle
isvolavan su l'Ostro.
E un rivolo purpureo dal rostro
colava sul mio braccio imporporato
fino al cúbito. E làcera dai colpi
delle rampe la destra coscia m'era
sí che la messaggera
Nike, se mai sostò sul solitario
vertice andando verso Atene mia
a recar le corone
dell'oleastro, fece il paragone
tra l'aquilino sangue e il sangue icario.
Ah, non temetti il suo giudicio, o Sole.
Parvemi, quando apersi il pugno ostile
e la nemica ricoprì la rupe
alfine spenta, parvemi che tutta
la sua virtute aligera mi fosse
nelle braccia e negli òmeri trasfusa
e m'agitasse i fragili precordii
una immortale avidità di volo.
L'alto vertice solo
e l'esanime preda eran con meco,
e il dio della lucifera quadriga.
Pregai: "Divino auriga,
questa vittima t'offro in olocausto
perché tu mi sii fausto
se dato mi sarà tentar le vie
dove agiti le tue criniere bianche.
Il torace le viscere le branche
e il gran capo rostrato
in un fuoco di sterpi e d'erbe io t'ardo
e la canna del dardo.
Concedi, o dio magnifico, se m'odi,
concedimi che immuni dalla brace
io dell'aquila serbi l'ali forti
e con meco le porti
perché le veda entrambe il padre mio
Dedalo d'Eupalàmo
ateniese, artefice sagace,
perché due me ne foggi a simiglianza
l'uomo di molti ingegni, ma più forti,
ma con più grande numero di penne".
E tolsi la bipenne
che al cinto appesa avea dietro le reni:
con ella diedi nelle congiunture,
di muscoli e di tendini gagliarde
così che che resisteano al doppio taglio.
"Ahi che l'incudine e il maglio
e l'industria paterna non varranno
a radicarmi la virtù dell'ala
nella scapula somma" io mi pensai
considerando, come il citarista
inchino su le corde,
la tenacia del nesso tendinoso
che biancheggiava di color di perla
nel cruore. E la mente ne fu trista.
E trista fu la mozza ala, a vederla.
E, nel fuoco di sterpi fumigando
la residua carne offerta al Sole,
io mi pensai: "Si duole
il dio solingo sul suo carro ardente
e non cura l'insolito libame.
La figlia sua nel simulacro infame
ei vide, onniveggente;
e dell'arte di Dedalo si cruccia
e mi scopre nel cor la piaga acerba,
nel cor che non si lagna,
cui díttamo nè stebe non mi vale".
Mi gravai d'ambo l'ale
congiunte con la stringa del mio cinto;
e l'alta volontà fu la compagna
della doglia fatale
quando, scorto dal dio, di sangue tinto,
scesi dal monte verso il Labirinto".
Icaro disse: "L'officina arcana
era in una caverna del dirupo,
dietro il porto d'Amniso
a levante di Cnosso, erma sul mare.
S'udiva starnazzare
e stridere d'uccelli senza tregua,
pè fóri dello scoglio ferrugigno.
Il suolo di macigno
consparso era d'antichi dolii rotti
e di fimo biancastro.
Rimbombavano al Giàpice salmastro
le concave pareti
come le curve targhe dei Cureti
all'urto delle picche furibonde.
Sotto, il fragor dell'onde
avea lunga eco per ambagi ignote
quando l'Apeliote
enfiava i verdazzurri otri del sale.
Quivi all'innaturale
opera intento era il mio padre, quivi
i congegni del volo
oprava senza incude e senza maglio.
Ben gli diedi travaglio
e affanno, ché pareami troppo tarda
la sua fatica per il mio desío
e sempre poche mi parean le penne
adunate dinanzi a lui che oprava.
Per lui la cera flava,
stretta in pani, col pollice e col fiato
ammollii; dispennai la copiosa
cacciagione; sollecito le penne
separai dalle piume.
Il sangue onde imperlavasi l'acume
d'ogni fusto divulso
vertudioso parvemi; e mi piacque
a stilla a stilla suggerlo, accosciato
presso il fabro mirabile che oprava
seduto su la pietra.
Quante volte votai la mia faretra,
infaticato sagittario errante
per le rupi lontane!
I falchi gli sparvieri e le poiane
caddero, e gli avvoltoi
calvi gravati di carni lugúbri,
e gli astori cò resti dei colúbri,
ancor ne' becchi adunchi, e i gru strimonii
gambuti dai lunghi ossi
accòmodi al tibícine, ogni specie
pennipotente altivolante cadde
per la forza degli archi miei cidonii
e dè miei dardi gnossi.
E mi tornava io carico di preda
celeste alla caverna;
e pur sempre pareva al mio desío
che fosse tarda l'opera paterna.
Era quivi l'odore della cera
e della ragia, ché l'operatore
mescolava le lacrime del pino
chiare al dono trattabile dell'ape,
acciocché questo fosse più tegnente.
Escluso avea dall'opera i metalli
come gravi ch'ei sono; e l'armatura
composto avea con le vergelle ferme
del còrilo e pieghevoli, congiunte
da bene intorto stame in ciechi nodi,
e sópravi disteso avea l'omento,
la grassa rete che le interiora
degli animali include, ben dissecco.
E sul congegno solido e leggero
ei disponea per ordine le penne,
dalla più breve alla più lunga elette
acutamente, come nella fistola
di Pan le avene díspari disgradano
per la natura dei diversi numeri.
E lino e cera usava a collegarle,
cera immista di ragia, come dissi.
E le sapeva inflettere con tanta
arte, per imitar la curvatura
della vita, che l'ala su la pietra
inerte parea trepida e tepente
e penetrata d'aere, ventosa
come fosse per rompere dal nido
o per posarsi dopo lungo volo".
Icaro disse: "Non veduto, vidi.
Misi gli occhi per entro ad un rosaio,
ove all'alito mio silentemente
si sfogliarono due tre rose passe.
Parve che si sfogliasse
con elle e si sfacesse il cuor mio caro.
E senza fine amaro
mi fu tutto che vidi non veduto,
in quel giardino muto
ove non più s'udia la pingue gomma
gemere nè scoppiar pomo granato
come riso puníceo che scrosci.
Fracidi i frutti, flosci
erano, grinzi come cuoi risecchi
gli arbori, crudi stecchi;
le cellette soavi, aride spugne,
senza la melodia laboriosa.
Rotta al suolo, corrosa,
informe fatta come vil carcame
era la vacca infame
offerta dalla frode al toro bianco
perché l'inclito fianco
alla figlia del Sole
empiesse di semenza bestiale.
E la donna regale,
figlia del Sole e dell'Oceanina,
Pasife di Perseide, il cui volto
m'era apparito come il penetrale
della luce nel tempio dell'iddio
splendido, la reina
dell'isola che fu cuna al Croníde
ricca in díttamo in uve in miele e in dardi,
l'adultera dei pascoli era quivi
sola col suo spavento.
Bocca anelante, nari acri, occhio intento
avea, pallido volto come l'erbe
aride, consumato dai sudori
e dalle schiume della sua lussuria.
Discita era, e l'incuria
della sua chioma la facea selvaggia
qual femmina del Tíaso tebano
che defessa dall'orgia ansi in un botro
del Citerone, esangue
fra il tirso spoglio della fronda e l'otro
voto del vino, al gelo antelucano.
Sentiva nel suo ventre, abbrividendo,
vivere il mostro orrendo,
fremere il figlio suo bovino e umano".
Icaro disse: "Era stellato il cielo,
era pacato il mare,
nella vigilia mia meravigliosa.
La roggia stella ascosa
nel mio cor vigile era la più grande.
Le cose miserande
eran lungi da me come da un dio
beverato di nèttare novello.
Parea dal corpo snello
dileguarmisi il triste peso come
dal cielo eòo si dileguava l'ombra,
e nella carne sgombra
un aereo sangue irradiarsi.
Nel cielo eòo comparsi
i pallidi crepuscoli, il messaggio
della Titània fece su per l'acque
un infinito tremito tremare.
Subitamente il giubilo del mare
si converse in desío tumultuoso,
irto le innumerevoli sue squamme.
Allor tutte le fiamme
del giorno dal mio cor parvero nate,
per sempre tramontate
dietro di me le stelle della notte,
l'ali della mia sorte
già nel periglio glorioso aperte.
Ahi, su la pietra inerte
si giacevan gli esànimi congegni,
e le mie braccia umane erano spoglie
della virtù pennata
che la mia scure avea tronca sul monte
in giorno di vittoria.
E súbito mi fu nella memoria
la tenacia del nesso tendinoso
che biancheggiava di color di perla
nel cruore vermiglio.
"Aquila vinta" dissi "Icaro, figlio
di Dedalo d'Atene,
ai tuoi mani consacra i ligamenti
arteficiati e fragili dell'ali
che sono opera d'uomo;
perché, come ti vinse combattendo
lungi e presso, così nel tuo dominio
vincerti vuole d'impeto e d'ardire".
E il mio padre destai dal sonno. Dissi:
"Padre, è l'ora". Non altro dissi. Muto
stetti mentr'ei m'accomodava l'ali
agli òmeri, mentr'ei gli ammonimenti
iterava con voce mal sicura.
"Giova nel medio limite volare;
ché, se tu voli basso, l'acqua aggreva
le penne, se alto voli, te le incende
il fuoco. Tieni sempre il giusto mezzo.
Abbimi duce, séguita il mio solco.
Deh, figliuol mio, non esser tropp'oso.
Io ti segno la via. Sii buon seguace".
E le mani perite gli tremavano.
Il mirabile artiere ebbi in dispregio
silenziosamente. "Al primo volo
io con te lotterò, per superarti.
Fin dal battito primo, io sarò l'emulo
tuo, la mia forza intenderò per vincerti.
E la mia via sarà dovunque, ad imo,
a sommo, in acqua, in fuoco, in gorgo, in nuvola,
sarà dovunque e non nel medio limite,
non nel tuo solco, s'io pur debba perdermi"
risposegli il mio cor silenzioso.
E gli sovvenne della grande frode
(difficile all'oblío questo mio cuore
sì che l'acqua del Lete non ci valse:
furon pur tre le tazze tracannate)
e del dolo fabrile gli sovvenne.
Fra le mani perite che tremavano
riveder seppe gli utensíli acuti
intesi a compiacer la trista voglia.
"Icaro figlio, m'odi? Io m'alzo primo.
Volerò senza foga, e tu mi segui".
Ma con l'arte dell'aquila io spiccai
dal limitar della caverna un volo
sì veemente che diseparato
fui súbito. Gli stormi isbigottirono
su per le rosse rupi, in fuga striduli
temendo la rapina dileguarono.
Oh libertà! Pel corpo nudo l'aere
matutino sentii crosciarmi, gelido
tutto rigarmi di chiarezza irrigua:
non i torrenti ove uso fui detergere
dopo le cacce la sanguigna polvere
m'avean rigato di sì grande giòlito.
Oh nel cor mio rapidità del palpito
ond'era impulso il volo, in egual numero!
Pareami già gli intaversati bàltei
esser conversi in vincoli tendínei,
tutto l'azzurro entrar per gli spiracoli
del mio pulmone, il firmamento splendere
sul mio torace come sul terribile
petto di Pan. Gridava "Icaro! Icaro!"
il mio padre lontano. "Icaro! Icaro!"
Nel vento e nella romba or sì or no
mi giungeva il suo grido, or sì or no
il mio nome nomato dal timore
giungeva alla mia gioia impetuosa.
"Icaro!" E fu più fievole il richiamo.
"Icaro!" E fu l'estrema volta. Solo
fui, solo e alato nell'immensità.
Passai per entro al grembo d'una nuvola:
un tepore un odore dolce e strano
eravi, quasi l'alito di Nèfele
madre d'Elle che diede nome al ponto.
Il vento del remeggio i veli tenui
sconvolse, un che di roseo svelò,
un che di biondo. Odore dolce e strano
m'illanguidiva, inumidiva l'ali.
Il vol decadde. Vidi undici navi
di prora azzurra fornite di tolda,
che flagellavano il mar con la palma
dei remi in lunga eguaglianza concordi,
andando a impresa lontana. Sul ponte
pelte lunate luceano e di bronzo
clípei tondi, aste lunghe. Mi giunse
l'urlo dei nàuti. Veloce volai,
oltre passai. Qual fu dunque la mente
dei nàuti rudi mirando il prodigio?
Come di me favellarono? Dissero
forse: "In un campo di strage la màscula
Nike, nell'ombra d'un cumulo grande
dai carri estrutto riversi e dirotti,
o a piè d'un grande trofeo d'armi illustri,
sul suol cruento cedette all'eroe
che l'afferrò per la chioma; e fu pregna.
E quei che rema lassù con tant'ala
è certo il figlio di lei giovinetto".
Di queste l'alto cor mio si conpiacque
imaginate parole, ché stirpe
di Nike avrebbe ei voluto infierire.
E vidi poi sotto fulgere in Paro
iscalpellata il candor del Marpesso.
E vidi poi dall'erratica Delo
salir vapore di caste ecatombi.
Poi non vidi altro più, se non il Sole.
Poi non volli altro più, se non da presso
mirarlo eretto sul suo carro igníto,
giugnerlo, farmi ardito
di prendere pei freni il suo cavallo
sinistro, Etonte dalle rosse nari.
Il pètaso e i talari
d'Erme Cillenio avea conquisi il mio
sogno meridiano, il mio delirio.
Congiunto era con Sirio
altissimo nel medio orbe, nell'arce
somma dei cieli Elio d'Eurifaessa.
E l'altezza inaccessa
e l'ardore terribile agognai
ed offerirgli l'ali che sul monte
crètico escluse avea dall'olocausto.
Mi sembrava inesausto
il valor mio ché l'animo agitava
le morte penne, l'animo immortale
e non il braccio breve.
Ed ecco, vidi come un'ombra lieve
sotto di me nella profonda luce
ove non appariva segno alcuno
del mare cieco e dell'opaca terra;
ancóra un'ombra vidi, un'altra ancóra.
E dissi: "Icaro, è l'ora".
Ma il cor non mi mancò. Non misi grido
verso il mio fato, come la devota
alla saetta aquila moritura;
nè rimpiansi il paterno ammonimento.
Guatai senza spavento
in giuso; e l'ombre lievi eran le penne
dell'ali, che cadeano tremolando
dalla cera ammollita.
Mi sollevai con impeto di vita
verso il Titano: udii rombar le ruote
del carro sul mio capo alzato; udii
lo scàlpito quadruplice; il baleno
scorsi dell'asse d'oro, il fuoco anelo
dei cavalli. Piròe dalla criniera
sublime, Etonte dalle rosse nari.
E i cavalli solari
annitrirono. Il ventre di Flegonte
brillò come crisòlito; la bava
d'Eòo fu come il velo d'Iri effuso.
E vidi il pugno chiuso
che teneva le rèdini, la fersa
garrir sul fuoco udii. Tesi le braccia.
"O Titano!" E la faccia
indicibile, sotto la gran chioma
ambrosia, verso me si volse china;
e i raggi le cingean mille corone.
"Elio d'Iperione,
t'offre quest'ali d'uomo Icaro, t'offre
quest'ali d'uomo ignote
che seppero salire fino a Te!"
Si disperse nel rombo delle ruote
la mia voce che non chiedea mercè
al dio ma lode etarna.
E roteando per la luce eterna
precipitai nel mio profondo Mare".
Icaro, Icaro, anch'io nel profondo
Mare precipitai, anch'io v'inabissi
la mia virtù, ma in eterno in eterno
il nome mio resti al Mare profondo!
(Composta a Nettuno del Lazio il 13 ottobre 1903) |