Alcyone, di Gabriele D'Annunzio Indietro Avanti
 

Sezione III


L'OLEANDRO

I.

Erigone, Aretusa, Berenice,
quale di voi accompagnò la notte
d'estate con più dolce melodia
tra gli oleandri lungo il bianco mare?
Sedean con noi le donne presso il mare
e avea ciascuna la sua melodia
entro il suo cuore per l'amica notte;
e ciascuna di lor parea contenta.

E sedevamo su la riva, esciti
dalle chiare acque, con beato il sangue
del fresco sale; e gli oleandri ambigui
intrecciavan le rose al regio alloro
su 'l nostro capo; e il giorno di sì grandi
beni ci avea ricolmi che noi paghi
sorridevamo di riconoscenza
indicibile al suo divin morire.

"Il giorno" disse pianamente Erigone
verso la luce "non potrà morire.
Mai la sua faccia parve tanto pura,
non ebbe mai tanta soavità".
Era la sua parola come il vento
d'estate quando ci disseta a sorsi
e nella pausa noi pensiamo i fonti
dei remoti giardini ov'egli errò.

L'udii come s'io fossi ancor sommerso
e la sua voce avesse umido velo.
Ma reclinai la gota, e d'improvviso
tiepida come sangue dalla conca
dell'udito sgorgò l'acqua marina.
Pur, profondando nella sabbia i nudi
piedi, io sentia partirsi lentamente
il buon calor del tramontato sole.

E chi recise all'oleandro un ramo?
Io non mi volsi, ma l'amarulenta
fragranza della linfa della fresca
piaga mi giunse alle narici, vinse
l'odor muschiato dei vermigli fiori.
"O Glauco" disse Berenice "ho sete".
Ed Aretusa disse: "O Derbe, quando
fiorì di rose il lauro trionfale?"

Ella ben sapea quando, ma non Derbe
inesperto in foggiar lucidi miti.
Ed il cuore profondo mi tremò,
tremò della divina poesia.
Ond'io pregava: "O desiderii miei,
stirpe vorace e vigile, dormite!
E voi lasciate che nel vostro sonno
io mi cinga del lauro trionfale!"

Tutto allora fu grande, anche il mio cuore.
Oh poesia, divina libertà!
Ergevasi con mille cime l'Alpe
grande, quasi con volo di mille aquile,
per il salir d'impetuosa forza
dalle sue dure viscere di marmo
onde l'uom che non volle umana prole
trasse i suoi muti figli imperituri.

E le curve propaggini dell'Alpe
si protendeano ad abbracciare il mare;
ed il mare splendeva di candore
meraviglioso nel lunato golfo
con la bellezza delle donne nostre.
E quella luce un rinascente mito
fece di voi sull'irraggiato mondo,
Erigone, Aretusa, Berenice!

Così ci parve riudire il canto
delle Sirene, dalla nave concava
di prora azzurra, fornita di ponti,
veloce, in un doloroso ritorno
spinta dal vento al frangente del mare,
nè ci difese Odisseo dal periglio
con la sua cera; ma il cuore, non più
libero, novellamente anelava.

II.

"O Glauco", disse Berenice "ho sete.
Dov'è la fonte? dove sono i frutti?
Dov'è Cyane azzurra come l'aria?
Dove coglierai tu con le tue mani
l'arancia aurata nella cupa fronda?
Come ci dissetammo! E tanto era soave
il dissetarsi che desiderammo
l'ardente sete. Al par di noi chi seppe
distinguere il sapore d'ogni frutto
e la maturità dal suo colore?
distinguere d'ogni acqua la freschezza
e ritrovar la sua più fredda vena?
e regolar le labbra al vario bere
e il sorso modular come una nota?
L'imagine di me nell'acque amavi.
Dell'amore di me arsi inclinata,
si ' bella nel ninfale specchio fui.
Io fui Cyane azzurra come l'aria.
Tu mi ghermisti fra natanti foglie.
L'ombra divina mi trasfigurò.
Un fiore subitaneo s'aperse
tra i miei ginocchi. Vincolata fui
da verdi intrichi, fra radici pallide
come i miei piedi, con segreto gelo.
Il sol divino mi trasfigurò.
Anelli innumerevoli alle dita
furommi i raggi, pettini ai capelli,
monili al collo, e veste tutta d'oro.
O Aretusa, perché non ho il tuo nome?
Nascesti tu nell'isola di Ortigia
come l'amor del violento fiume?
La sirena scagliosa abbeveravi,
già fatto il vespero, al tacer dei flauti.
Diedi io le canne ai flauti dei pastori.
Io fui Cyane azzurra come l'aria.
L'acqua sorgiva mi resto negli occhi;
la lenta correntia mi levigò.
O Glauco, ti sovvien della Sicilia
bella?" Ed io più non vidi la grande Alpe,
il bianco mare. Io dissi: "Andiamo, andiamo!"
"Ti sovvien della bella Doriese
nomata Siracusa nell'effigie
d'oro cò suoi delfini e i suoi cavalli,
serto del mare? Noi scoprimmo un giorno,
stando su l'Acradina, la triere
che recava da Ceo l'Ode novella
di Bacchilide al re vittorioso.
Udivasi nel vento il suon del flauto
che regolava l'impeto dei remi,
or sì or no s'udiva il canto roco
del celeúste; ma silenziosa
l'Ode, foggiata di parole eterne,
più lieve che corona d'oleastro,
onerava di gloria la carena.
Scendemmo al porto. Ti sovvien dell'ora?
Un rogo era l'Acropoli in Ortigia;
ardevano le nubi su 'l Plemmirio
belle come le statue su 'l fronte
dei templi; parea teso dalla forza
di Siracusa il grande arco marino.
E noi gridammo, e un súbito clamore
corse lungo le stoe quando la nave
piena d'eternità giunse all'approdo.
Portatrice di gloria, ella vivea
magnanima, sublime. Giù pè trasti
anelava l'anelito servile;
s'intravedean sù banchi sovrapposti
i remiganti ignudi unti d'oliva:
la lor fatica ansava dai portelli;
il giglione del remo ai raggi obliqui
lucea come la scapula; un ferigno
odore si spandea, quasi di belve.
E non di quell'anelito servile
era viva la nave, non del sangue
e dell'ossa pesanti nè suoi fianchi;
ma sì vivea divinamente d'una
cosa ch'ella recava d'oltremare,
più lieve che corona d'oleastro:
l'Ode, foggiata di parole eterne".
"E' vero, è vero!" io dissi. "Mi sovviene".
Ed il cuore profondo mi tremò,
tremò della divina poesia.
"Mi sovviene. Era l'Ode trionfale:
Canta Demetra che regna i feraci
campi siciliani, e la sua figlia
cinta di violette! Canto, o Clio,
dispensatrice della dolce fama,
la corsa dei cavalli di Ierone!
Nike ed Aglaia eran con essi quando
trasvolavano..." E l'anima invelata
di sogni andava per le lontananze
dei tempi verso i gloriosi approdi
piena d'eternità come la nave
di Ceo. Passammo gli ellesponti, i golfi,
l'isole, gli arcipelaghi, le sirti:
riverimmo le foci dei paterni
fiumi, pregammo i promontorii sacri,
salutammo le bianche cittadelle
custodite da Pallade rupestri;
varcammo l'Istmo pel diolco. Quivi
eroi vedemmo e Pindaro con loro.
Ed obliammo l'usignuol di Ceo
per l'aquila tebana. Era la tua
mitica luce sul Tirreno, o madre
Ellade, ed era bella come i tuoi
monti la nuda Alpe di Luni, o madre
Ellade, come i tuoi monti bellissima
era, onde a te discesero le stirpi
degli Immortali che incedeano al fianco
degli Efimeri sopra il dominato
dolore, e quelli e questi erano eguali,
e tutti erano Ellèni ed una lingua
parlavano divina, uomini e iddii".

In silenzio guardammo i grandi miti
come le nubi sorgere dall'Alpe
ed inclinarsi verso il bianco mare.
Io vidi allora Pègaso pontare
su gli altissimi marmi i piè di vento
e balzar nell'azzurro con aperte
le immense penne, senza cavaliere;
e per il petto e per il ventre vasti
trasparia come fiamma palpitante
la potenza del sangue gorgonèo.
Ardi gridò: "Ecco il teschio d'Orfeo,
che vien dall'Ebro!" Ed il solenne lido
parve attendere il fato dopo il grido.
La sua bellezza s'aggradì d'orrore.
Il flutto nell'insolito splendore
era meravigliosamente puro.
Splendea sul mondo un giorno imperituro.

III.

Ma non sostenne il nostro cuor mortale
quel silenzio sublime. Si piegò
verso il sorriso delle donne nostre.
E Derbe disse ad Aretusa: "Quando
fiorì di rose il lauro trionfale?".
Era la donna giovinetta alzata,
mutevole onda con un viso d'oro,
tra gli oleandri; ed il reciso ramo
per la capellatura umida effusa,
che fingevale intorno al chiaro viso
l'avvolgimento dell'antica fonte,
intrecciava le rose al regio alloro.
Disse Aretusa: "Bene io te 'l dirò"
mutevole onda con un viso d'oro.

Disse: "Inseguiva il re Apollo Dafne
lungh'esso il fiume, come si racconta.
La figlia di Peneo correva ansante
chiamando il padre suo dall'erma sponda.
Correva, e ad ora ad or le snelle gambe
le s'intricavan nella chioma bionda.
Ben così la poledra di Tessaglia
galoppa nella sua criniera falba
che fino a terra la corsa le ingombra.

Rapido il re Apollo più l'incalza,
infiammato desio, per lei predare.
All'alito del dio doventa fiamma
la chioma della ninfa fluvïale.
"O padre, o padre" grida "tu mi scampa!"
Chiama ella il padre suo con grida vane.
"Padre, un veloce fuoco mi ghermisce!"
E corre, ed ansa, e le sue gambe lisce
crescon la furia del desio predace.

"O gran padre Penèo, perduta sono,
che ' mi si rompono i ginocchi. Salva-
mi dalla brama del veloce fuoco
cho ora mi giunge, ecco, ecco, ora m'abbranca!"
Ma il dolce sangue suo in altro suono,
la sua bellezza in altro suono parla.
Balzale il cuor, si piegano i ginocchi.
Ed ecco ella s'arresta, chiude gli occhi
e trema e dice: "Or ecco m'abbandono".

Una gioia s'aggiunge al suo terrore
ignota che il divin periglio affretta.
Tremante e nuda dentro la chioma ode
la vergine il tinnir della faretra,
sente la forza del perseguitore,
vede l'ardor pè chiusi cigli e aspetta
d'essere ghermita, e più non chiama il padre.
Ma il dio la chiama: "Dafne, Dafne, Dafne!"
Ed ella non udì voce più bella.

Il dio la chiama: "Dafne, Dafne!" Ed osa
ella aprir gli occhi: la rutila faccia
vede da presso e la bocca bramosa
mentre il dio con le due braccia l'allaccia.
Rapita dalla forza luminosa
gitta ella un grido che per la selvaggia
sponda ultimo risuona, e l'ode il padre.
Avido il dio districa la soave
nudità dalla chioma che la fascia.

Bianca midolla in cortice lucente,
in folti pampini uva delicata!
Tenera e nuda il dio la piega, e sente
ch'ella resiste come se combatta.
Tenera cede il seno; ma dal ventre
in giuso, quasi fosse radicata,
ella sta rigida ed immota in terra.
Attonito, l'amante la disserra.
"Ahi lassa, Dafne, ch'arbore sei fatta!"

Subitamente Dafne s'impaura:
le copre il volto e il seno un pallor verde.
Ella sembra cader, ma la giuntura
dei ginocchi riman dura ed inerte.
S'agita invano. L'atto della fuga
invan le torce il fianco. Si disperde
il senso di sua vita nella terra.
E l'amante deluso ancor la serra.
"Ahi lassa, Dafne, chi ti trasfigura?"

Ma non il suo melodioso duolo
giova a trarre colei dalla sua sorte.
Nell'umidore del selvaggio suolo
i piedi farsi radiche contorte
ella sente e da lor sorgere un tronco
che le gambe su fino alle cosce
include e della pelle scorza fa
e dov'è il fiore di verginità
un nodo inviolabile compone.

"O Apollo" geme tal novo dolore
"prendimi! Dov'è dunque il tuo disio?
O Febo, non sei tu figlio di Giove?
Arco-d'-argento, non sei dunque un dio?
Prendimi, strappami alla terra atroce
che mi prende e beve il sangue mio!
Tutto furente m'hai perseguitata
ed or più non mi vuoi? Me sciagurata!
Salva mio grembo per lo tuo desio!

Salvami, Cintio, per la tua pietà!
Se i miei capelli, che m'avvinsero, ami,
dè miei capelli corda all'arco fa!
Prendimi, Apollo! " E tendegli le mani,
che son fogliute; e il verde sale; e già
le braccia sino ai cubiti son rami;
e il verde e il bruno salgon per la pelle;
e su per l'imbelico alle mammelle
già il duro tronco arriva; e i lai son vani.

"Aita, aita! Il cuore mi si serra.
Vedi atra scorza che il petto m'opprime!
O Apollo Febo, strappami da terra!
Tanto furent, non sia più ghermire?
Nuda mi prenderai su la dolce erba,
su la dolce erba e su 'l mio dolce crine.
Ardo di te come tu di me ardi.
O Apollo, o re Apollo, perché tardi?
Già tutta quanta sentomi inverdire".

Il dolce crine è già novella fronda
intorno al viso che si trascolora.
La figlia di Peneo non è più bionda;
non è più ninfa e non è lauro ancora.
Sola è rossa la bocca gemebonda
che del novello aroma s'insapora.
Escon parole e lacrime odorate
dall'ultima doglianza. O fior d'estate,
prima rosa del lauro che s'infiora!

Tutto è gia verde linfa, e sola è sangue
la bocca che querelasi interrotta-
mente. In pallide fibre il cor si sface
ma il suo rossore è in sommo della bocca.
Desioso dolor preme l'amante.
Guarda ei l'arbore sua ma non la tocca;
l'ode implorare ma non ha virtù.
E chiama: "Dafne, Dafne!" Ella non più
implora, non più geme. "Dafne, Dafne!"

Ella non più risponde: è senza voce.
Pur la gola sonora è fatta legno.
Le palpebre son due tremule foglie;
li occhi gocciole son d'umor silvestro;
bruni margini inasprano le gote;
delle tenui nari è appena il segno.
Ma nell'ombra la bocca è ancora sangue,
sola nel lauro la bocca di Dafne
arde e al dio s'offre, virginal mistero.

Curvasi Apollo verso quella ardente,
la bacia con impetuosa brama.
Ne freme tutta l'arbore; s'accende
l'ombra intorno alla fronte sovrana;
ogni ramo in corona si protende,
e la fronte d'Apollo è laureata.
Pean! O gloria! Ma sotto i suoi baci
or più non sente che foglie vivaci,
amare bacche. E Dafne Dafne chiama.

"Ahi lassa, Dafne, ch'arbore sei tutta!
Ahi chi ti fece al mio desio diversa?
In durissimo tronco e in fronda cupa
la dolce carne tua or s'è conversa.
La tua bocca vermiglia s'è distrutta,
che pareva di fiamma ardere eterna.
Come leggieri i piedi tuoi su l'erba,
or radicati nella negra terra!
M'odi tu? M'odi tu? Dafne, sei muta?

Rispondi! " Abbrividiscono le frondi
sino alla vetta. Nel silenzio un breve
murmure spira. "M'odi tu? Rispondi!"
Move la vetta un fremito più lieve.
Poi tutto tace e sta. Sotto i profondi
cieli le rive alto silenzio tiene.
Il bellissimo lauro è senza pianto;
il dolore del dio s'inalza in canto.
Odono i monti e le valli serene.

Odono i monti e le valli e le selve
e i fonti e i fiumi e l'isole del mare.
Spandesi il canto dall'anima ardente
e per tutte le cose generare.
La bellezza di Dafne ecco riveste
la terra; le sue membra delicate
son monti e valli e selve e fiumi e fonti,
il suo sguardo inzaffira gli orizzonti,
la sua chioma fa l'oro dell'estate.

O Dafne, sempre il dio e l'uom cantando
non vorranno altro onor che un ramoscello
di te! Così l'Arco-d'-argento, quando
ha placato il suo cuore nell'immenso
inno, pago si giace sotto il sacro
lauro ad attendere il suo dì novello.
Cade la notte. Sul sonno divino
l'arbore luce d'un baglior sanguigno,
qual bronzo che si vada arroventando.

Scorre la notte. Tra l'Olimpo e l'Ossa
una stella tramonta e l'altra sale.
Misteriosa l'arbore s'arrossa
ma sul suo fuoco piovon le rugiade.
Sogna il Cintio la desiata bocca
di Dafne, e balza il suo cuore immortale.
E' l'alba, è l'alba. Il dio si desta: un grido
di meraviglia irraggia tutti il lido.
Brilla di rose il lauro trionfale!"

IV.

E così della rosa e dell'alloro
parlò quell'Aretusa fiorentina,
mutevole onda con un viso d'oro.

la sua voce era come acqua argentina
che recasse lavandula o pur menta
o salvia o altra fresca erba mattutina.

Tutto rigato dalla schietta vena
"Sol d'oleandro voglio laurearmi"
io dissi. Ed Aretusa era contenta;

e recise per me altri due rami
e fè l'atto di cingermi le tempie
dicendomi: "Pè tuoi novelli carmi!

Che la cerula e fulva Estate sempre
abbia tu nel tuo cuore e in te le rime
nascano come le sue rose scempie!"

E il giorno estivo non potea morire,
ma sorrideva sopra il bianco mare
silenziosamente senza fine;

e la notte, che avea parte ineguale,
spiava il bel nemico dalle chiostre
dei monti azzurra come te, Cyane.

Ebri e tristi d'aver bevuto a troppe
fonti e incantato il cor per tutte guise,
cercammo il grembo delle donne nostre.

Ma la Melancolia venne e s'assise
in mezzo a noi tra gli oleandri, muta
guatando noi con le pupille fise.

Ed Erigone, ch'ebbe conosciuta
la taciturna amica del pensiero,
chinò la fronte come chi saluta.

E poi disse la Notte e il suo mistero.

V.

"Il Giorno" disse "non potrà morire.
Il suo sangue non tinge il bianco mare.
Mai la sua faccia parve tanto pura,
non ebbe mai tanta soavità.
Giace supino sopra il bianco mare,
sorride al cielo ch'ei regnava, attende
ei non sa quale morte o voluttà.
Pur tanto è dolce che la Notte oscura
non già lo spegne ma di lui s'accende,
e lui aurato nelle braccia prende,
lui cela nella sua capellatura,
ma non così che quelle membra d'oro
non veggansi pel fosco trasparire
e illuminare la serenità.
Caldi soffiano i venti al bianco mare,
calde passano e lente le riviere
in cuore alle terribili città,
passano e vanno per ignoti piani,
cingono ignoti boschi: i cervi a bere
scendono ansanti nella gran caldura;
lunghi bràmiti ascoltano lontani;
bevono: in qualche tacita radura
poi fino a morte si combatterà.
O Notte, o Notte, invano tu nascondi
nè tuoi capelli il dolce tuo nemico!
Non sono i tuoi capelli sì profondi
che non veggasi dai nostri occhi umani
fiammeggiarvi per entro il tuo piacere.
La terra oppressa respiro non ha.
Arde l'ombra. La vigna è come il vino:
il grappolo sul tralcio si matura
poi che il raggio nell'uva è prigioniere.
La terra soffre nell'ebrietà.
Arde come una glauca vampa l'ombra.
Aduna e vita e morte il bianco mare,
immensa cuna il mare, immensa tomba.
A lui dal monte la sorgente va.
Impallidisce sotto il pianto il coro
delle Pleiadi e l'una d'elle è occulta,
l'una che seppe la felicità.
Orione si slaccia l'armatura,
e Boote si volge, e Cinosura
vacilla; e l'Orsa anche impallidirà.
Oblia la Notte tutte le sue stelle
e il duolo antico degli amanti umani.
Che con lei piangeremo ella non sa.
O Notte, piangi tutte le tue stelle!
il grido dell'allodola domani
dall'amor nostro ci disgiungerà".

Un'altra era con noi, ma restò muta,
tra gli oleandri lungo il bianco mare.

(Composta nella notte del 2 agosto1900)


BOCCA DI SERCHIO

ARDI

Glauco, Glauco, ove sei? Più non ti veggo.
Ho perduto il sentiere, e il mio cavallo
s'arresta. I Pini, i pini d'ogni parte
mi serrano. Agrio affonda nella massa
degli aghi, come nella sabbia, fino
ai garetti. Ove sei, Glauco? Mi vedi?
Ho le gambe che sanguinano. Folli
fummo entrando nel bosco ignudi come
nel mare. I rovi, le schegge, le scaglie
feriscono, e i ginepri aspri. Non sanguini
anche tu? Oh profumo! Sale a un tratto
come una vampa. Il vino dell'Estate!
N'ho bevuto una piena coppa, e un'altra
ne bevo, e un'altra anche più calda, e un'altra
bollente che mi brucia il cuore e fino
alla gola mi sazia, fino agli occhi.
O Glauco, Glauco, il vino dell'Estate
misto di oro di rèsina e di miele!

GLAUCO

Io ti veggo, ti veggo, Ardi. Sei bello
sul tuo cavallo bianco. Tu non puoi
portar clamide, come i cavalieri
d'Atene, ma ti giova essere ignudo.
Su, spingi Agrio! Non v'è sentiere. I fusti
sono fragili come aride canne.
Odi? Folo li rompe col suo petto.
Dunque or teme le scaglie e i rovi il marmo
delle tue gambe? E' splendido il tuo sangue,
Ardi. Poiché ciascuna cosa in torno
le più ricche virtudi e più segrete
esprime per farti ebro, non ti dolga
di sanguinare come il pino stilla,
come il ginepro odora. Avanti, avanti
per la boscaglia che rosseggia e cede!
Vedesti mai più fulva chioma e spessa?
I bei sogni vi restano come api
prese nella criniera d'un leone.

ARDI

Preso per i capegli sono. Ah, il ramo
si rompe e gli aghi piovonmi sul collo,
su gli omeri, già coprono la groppa
d'Agrio. Vedi? A miriadi, a miriadi!
Carichi tutti i rami biforcuti.
In ogni congiuntura accumulati
a fasci gli aghi morti. Morta sembra
tutta la selva, inaridita e cieca.
Rompesi come vetro. Il verde è al sommo,
invisibile, e fa prigione i raggi
nell'intrico; ma l'ombra sua mi cuoce
la fronte e mi dissecca la narice.
Entreremo nel fiume coi cavalli!
Diguazzeremo in mezzo alla corrente!
E ancor lontano il Serchio? Tutta l'ombra
respira aridità. L'acqua è lontana.
E sento che lo zòccolo a traverso
gli aghi morti non trova se non sabbia
torrida. I coni vacui son neri
come carboni spenti, come tizzi
consunti. O Glauco, dove mi conduci?

GLAUCO

Chiudi gli occhi. Odi il vento? Navigare
ti sembra, veleggiar per il deserto
mare. Odi il vento tra le sàrtie? Odi
il gemito degli alberi allo sforzo
delle vele? Si naviga per acque
infide verso l'isola di Circe.
Negli orciuoli d'argilla non rimane
goccia di fonte. Beveremo il sale.
Apri gli occhi! Ecco l'atrio della maga
tutto riscintillante di prodigi.
Larve di stelle adornano la reggia
della donna solare, vedi?, simili
a foglie macerate dagli autunni
che serban lor sottili nervature
con la tenuità dei bissi intesti
d'aria e di lume. Fili palpitanti
le congiungono, l'iride le cangia,
indicibile tremito le muove.
Circe incantò le stelle eccelse, e l'ebbe,
e le votò di lor sostanza igníta;
e qui raduna le lor dolci larve.

ARDI

Opre di ragni, arte divina, tele
stellari! O Glauco, io n'ho già lacerata
una col viso, e un'altra ancóra. Guarda!
Per ovunque tessute son le stelle.
Siam presi in una rete innumerevole.
Férmati! Non distruggere l'incanto.

GLAUCO

La radura è vicina. Il sole pènetra
fra i rami. Tutto tremola e scintilla.
La rèsina sul tronco è come l'ambra.
Di polito metallo è il mirto chiuso.
La tamerice sembra quasi azzurra
tra i rossi pini. E il tuo volto s'imperla.

ARDI

Oh com'è bello Folo che dall'ombra
trapassa, maculato di sudore,
nella banda del sole! Anche tu sànguini.
Non vedesti le vipere fuggire?
Qual nome hanno quei lunghi fili d'erba
che portano una spiga nera in cima?

GLAUCO

Il nome che le labbra ti diletta.
Abbandona le redini sul collo
d'Agrio. Ascolta il cavallo nel silenzio
sbuffare. Vola la sua bava e imbianca
il mentastro. Perché, Ardi, sol questo
empie il mio petto di felicità?

ARDI

Forse già fummo i figli della Nuvola.
Già l'erba calpestammo con gli zòccoli,
cogliemmo il fiore con le dita umane.
Un dì, volgendo indietro il torso ignudo,
con la concava scorza detergemmo
dal pelo della groppa calorosa
il sudore che in rivoli colava.
Lo spazio immenso era la nostra ebrezza.
Senz'ansia il nostro fianco infaticato
vinse in numero i palpiti del vento.
Tanto di terra in un sol dì varcammo
quanto varcava Pègaso di cielo.

GLAUCO

Rapidità, Rapidità, gioiosa
vittoria sopra il triste peso, aerea
febbre, sete di vento e di splendore,
moltiplicato spirito nell'òssea
mole, Rapidità, la prima nata
dall'arco teso che si chiama Vita!
Vivere noi vogliamo, Ardi, correndo:
passare tutti i fiumi, discoprirli
dalle fonti alle foci, lungo i lidi
marini l'orma imprimere nel segno
sinuoso, nell'argentina traccia
che di sé lascia il flutto più recente.

ARDI

Dato ci fosse correre senz'ansia
l'Universo! Ma troppo il nostro petto
è angusto pel respiro della nostra
anima. O Glauco, a chi t'ascolta, sei
come l'estro implacabile che incíta
i tori. E l'orizzonte è come anello
vitreo che tu spezzi per disdegno.

GLAUCO

Taci, Beviamo il vino dell'Estate,
sol dediti all'amore del bel fiume.
Verso tutte le selve della Terra
sospiro; ma, se in una solitario
vivere dovessi, in questa, Ardi, vorrei
vivere, in questa calda selva australe,
in quest'aridità d'ombre estuose.

ARDI

E' come un rogo pronto a conflagrare.
La potenza del fuoco in lei si chiude.
Soavemente mormora nell'aura,
ma la sua voce vera in lei si tace.
Parlerà con le lingue dell'incendio
quando la nube nata dal Tirreno
le scaglierà la folgore notturna.

GLAUCO

Il respiro non passa per le fauci
ma per tutte le membra, fino al pollice
del piede scalzo; e passano gli aromi
per tutti i pori. E sento respirare
il mio cavallo, e sento la ferina
sua allegrezza, come se nel duplice
corpo fervesse l'unico mio cuore.

ARDI

Ecco l'erba, ecco il verde, ecco una canna.
Ecco un sentiere erboso. Guarda, al fondo,
guarda i monti Pisani corrucciati
sotto le vaste nuvole di nembo.

GLAUCO

Ardi, non odi gracidío di corvi
là verso il mare? Scendono alla foce
del Serchio a branchi, e tesa v'è la rete,
dissemi il cacciatore di Vecchiano.

ARDI

Il Serchio è presso? Volgiti all'indizio.
Ecco la sabbia tra i ginepri rari,
vergine d'orme come nei deserti.
Si nasconde la foce intra i canneti?
La scopriremo forse all'improvviso?
Ci parrà bella? No, non t'affrettare!
Lascia il cavallo al passo. E' dolce l'ansia,
e viene a noi dal più remoto oblio,
vien dall'antica santità dell'acque.
Liberi siamo nella selva, ignudi
su i corsieri pieghevoli, in attesa
che il dio ci sveli una bellezza eterna.
Non t'affrettare, poi che il cuore e ' colmo.

GLAUCO

Bocche delle fiumane venerande!
Lungo le pietre d'Ostia è più divino
il Tevere. Soave è nei miei modi
l'Arno. Il natale Aterno, imporporato
di vele, splende come sangue ostile.
E l'Erídano vidi, e l'Achelòo,
e il gran Delta, e le foci senza nome
ove attardarsi volle invano il sogno
del pellegrino. Ma che questa, o Ardi,
sia la più bella mi conceda il dio;
perché non mai fu tanto armonioso
il mio petto, nè mai tanto fu degno
di rispecchiare una bellezza eterna.

ARDI

Oh, mistero! La verde chiostra accoglie
i vóti, qual vestibolo di tempio
silvano. I pini alzan colonne d'ombra
intorno al sacro stagno liminare
che ha per suo letto un prato di smeraldi.
Nel silenzio l'imagine del cielo
si profonda: non ride nè sorride,
ma dal profondo intentamente guarda.

GLAUCO

Odi la melodia del Mar Tirreno?
Tra le voci dei più lontani mari,
nell'estrema vecchiezza, nell'orrore
del gelo, il sangue mio l'imiterà.
E la cerula e fulva Estate sempre
io m'avrò nel mio cuore. Odi sommesso
carme che ci accompagna per l'esiguo
istmo sembiante al giogo d'una lira.

ARDI

Tutto è divina musica e strumento
docile all'infinito soffio. Guarda
per la sabbia le rotte canne, guarda
le radici divelte, ancor frementi
di labbra curve e di leggiere dita!
I musici fuggevoli con elle
modulavano il carme fluviale.

GLAUCO

Scendi dal tuo cavallo, Ardi. Ecco il fiume,
ecco il nato dei monti. Oh meraviglia!
Ei porta in bocca l'adunata sabbia
fatta come la foglia dell'alloro.
T'offriamo questi giovani cavalli,
o Serchio, anche t'offriamo i nostri corpi
ov'è chiuso il calor meridiano.

ARDI

Anelammo d'amore per trovarti!
Sgorgar parea che tu dovessi, o fiume,
dal nostro petto come un súbito inno.

GLAUCO

Dio tu sei, dio tu sei; noi siam mortali.
Ma fenderemo la tua forza pura.
La più gran gioia è sempre all'altra riva.

(Composta presumibilmente netta terza decade di giugno 1902)


IL CERVO

Non odi cupi bràmiti interrotti
di là del Serchio? Il cervo d'unghia nera
si sépara dal branco delle femmine
e si rinselva. Dormirà fra breve
nel letto verde, entro la macchia folta,
soffiando dalle crespe froge il fiato
violento che di mentastro odora.
Le vestigia ch'ei lascia hanno la forma,
sai tu?, del cor purpureo balzante.
Ei di tal forma stampa il terren grasso;
e la stampata zolla, ch'ei solleva
con ciascun piede, lascia poi cadere.
Ben questa chiama "gran sigillo" il cauto
cacciatore che lèggevi per entro
i segni; e mai giudizio non gli falla,
oh beato che capo di gran sangue
persegue al tramontare delle stelle,
e l'uccide in sul nascere del sole,
e vede palpitare il vasto corpo
azzannato dai cani e gli alti palchi
della fronte agitar l'estrema lite!

Ma invano invano udiamo i cupi bràmiti
noi tra le canne fluviali assisi.
Tu non ti scaglierai nel Serchio a nuoto
per seguitar la pesta, o Derbe; e il freddo
fiume non solcherà suplice solco
del tuo braccio e del tuo predace riso,
fieri guizzando i muscoli nel gelo.
Inermi siamo e sazii di bellezza,
chini a spiare il cuor nostro ove rugge,
più lontano che il bràmito del cervo,
l'antico desiderio delle prede.
Or lascia quello il branco e si rinselva.
Forse è d'insigni lombi, e assai ramoso.
Ei più non vessa col nascente corno
le scorze. Già la sua corona è dura;
e il suo collo s'infosca e mette barba,
e fra breve sarà gonfio del molto
bramire. Udremo a notte le sue lunghe
muglia, udremo la voce sua di toro;
sorgere il grido della sua lussuria
udremo nei silenzii della Luna.

(Romena, 20 agosto 1902)


L'IPPOCAMPO

Vimine svelto,
pieghevole Musa
furtivamente
fuggita del Coro
lasciando l'alloro
pel leandro crinale,
mutevole Aretusa
dal viso d'oro,
offri in ristoro
il tuo sal lucente
al mio cavallo Folo
dagli occhi d'elettro,
dal ventre di veltro,
ch'è solo l'eguale
del sangue di Medusa
ahi, ma senz'ale!
Offrigli il sale,
sonoro al dente,
o Aretusa,
nella palma dischiusa
e nuda, senza spavento
ché, per prendere il dono,
ha labbra più leggiere
delle sue gambe
di vento.
Appena ti lambe,
come per bere!
Del suo piacere
ti bagna; e la tua palma
appena sente, dietro
le labbra, il fresco
suo dente di puledro,
che brucar l'erba calma
può sì dolcemente
e rodere il ferro
difficile quando serro
la rapidità focace
pè solitarii
lidi io senza pace.
Come per te, furace
fauna dei pomarii,
un bugno
di miel rodolente
non vale
simiana acerba,
così per lui biada opima
non vale un pugno
di sale mordace.
Troppo gli piace,
Aretusa. Ingordo
n'è come capra sima.
Forse ha un ricordo
marino il sangue di Folo.
Egli è forse figliuolo
degli Ippocampi
dalla coda di squamme.
Ora è fiamme e lampi,
ma prima
era forse argentino
o cerulo o verdastro
come il flutto, gagliardo
come il flutto decumano.
E nel vespero tardo,
all'apparir dell'astro
che cresce,
al levar della brezza,
tutto acquoso e salmastro
venuto in su la proda,
mansuefatto,
battendo con la coda
di pesce l'arena
per la dolcezza,
sogguardando in atto
d'amore, gocciando bava,
prono la schiena,
mangiava piano
l'aliga nella mano
cava della Sirena.

(Romena, 21 agosto 1902)


L'ONDA

Nella cala tranquilla
scintilla,
intesto di scaglia
come l'antica
lorica
del catafratto,
il Mare.
Sembra trascolorare.
S'argenta? s'oscura?
A un tratto
come colpo dismaglia
l'arme, la forza
del vento l'intacca.
Non dura.
Nasce l'onda fiacca,
súbito s'ammorza.
Il vento rinforza.
Altra onda nasce,
si perde,
come agnello che pasce
pel verde:
un fiocco di spuma
che balza!
Ma il vento riviene,
rincalza, ridonda.
Altra onda s'alza,
nel suo nascimento
più lene
che ventre virginale!
Palpita, sale,
si gonfia, s'incurva,
s'alluma, propende.
Il dorso ampio splende
come cristallo;
la cima leggiera
s'aruffa
come criniera
nivea di cavallo.
Il vento la scavezza.
L'onda si spezza,
precipita nel cavo
del solco sonora;
spumeggia, biancheggia,
s'infiora, odora,
travolge la cuora,
trae l'alga e l'ulva;
s'allunga,
rotola, galoppa;
intoppa
in altra cui 'l vento
diè tempra diversa;
l'avversa,
l'assalta, la sormonta,
vi si mesce, s'accresce.
Di spruzzi, di sprazzi,
di fiocchi, d'iridi
ferve nella risacca;
par che di crisopazzi
scintilli
e di berilli
viridi a sacca.
O sua favella!
Sciacqua, sciaborda,
scroscia, schiocca, schianta,
romba, ride, canta,
accorda, discorda,
tutte accoglie e fonde
le dissonanze acute
nelle sue volute
profonde,
libera e bella,
numerosa e folle,
possente e molle,
creatura viva
che gode
del suo mistero
fugace.
E per la riva l'ode
la sua sorella scalza
dal passo leggero
e dalle gambe lisce,
Aretusa rapace
che rapisce le frutta
ond'ha colmo suo grembo.
Súbito le balza
il cor, le raggia
il viso d'oro.
Lascia ella il lembo,
s'inclina
al richiamo canoro;
e la selvaggia
rapina,
l'acerbo suo tesoro
oblía nella melode.
E anch'ella si gode
come l'onda, l'asciutta
fura, quasi che tutta
la freschezza marina
a nembo
entro le giunga!

Musa, cantai la lode
della mia Strofe Lunga.

(Romena, 22 agosto 1902)


LA CORONA DI CLAUCO

MELITTA

Fulge, dai maculosi leopardi
vigilata, una rupe bianca e sola
onde il miele silentemente cola
quasi fontana pingue che s'attardi.

Quivi in segreto sono i miei lavacri
dove il mio corpo ignudo s'insapora
e di rosarii e di pomarii odora
e si colora come i marmi sacri.

Io son flava, dal pollice del piede
alla cervice. Inganno l'ape artefice.
Porto negli occhi mie le arene lidie.

Per entro i variati ori la lieve
anima mia sta come un fiore semplice.
Melitta è il nome della mia flavizie.

L'ACERBA

Non io del grasso fiale mi nutrico.
Lascio la cera e il miele nel lor bugno.
Ma spicco la susina afra dal prugno
semiano, e mi piace l'orichico.

E il latte agresto piacemi del fico
primaticcio che nérica nel giugno.
Ti do due labbra fresche per un pugno
di verdi fave, e il picciol cuore amico!

Vieni, monta pè rami. Eccoti il braccio.
Odoro come il cedro bergamotto
se tu mi strizzi un poco la cintura.

Quanto soffii! Tropp'alto? Non ti piaccio?
Ah, ah, mi sembri quel volpone ghiotto
che disse all'uva: Tu non sei matura.

NICO

I tuoi piè bianchi sono i miei trastulli
nella gracile sabbia ove t'accosci,
bianchi e piccoli come gli aliossi
levigati dal gioco dei fanciulli.

- Ahi, ahi, misera Nico, i miei piè brulli!
Su la sabbia di foco i piè mi cossi.
Tu ridi, costassù, tu ridi a scrosci!
Ma, s'io ti giungo, vedi come frulli.

- Ingrata, ingrata, con che arte il foco
ti rilieva le vene in pelle in pelle
e il pollice t'imporpora e il tallone!

- Bada; Non aliossi pel tuo gioco
ma ho in serbo per te, schiavo ribelle,
una sferza di cuoio paflagone.

NICARETE

Glauco di Serchio, m'odi. Io, Nicarete
le canne con le lenze e gli ami sgombri
che non preser già mai barbi nè scombri
t'appendo alla tua candida parete.

E t'appendo le nasse anco, e la rete
fallace con suoi sugheri e suoi piombi
che non pescò già mai mulli nè rombi
ma qualche fuco e l'alghe consuete.

Amaro e avaro è il sale. O Glauco, m'odi.
Prendimi teco; Evvi una bocca, parmi,
sinuosa nell'ombra dè miei búccoli.

Teco andare vorrei tra lenti biodi
e coglier teco per incoronarmi
l'ibisco che fiorisce a Massaciúccoli

A NICARETE

Nicarete dal monte di Quiesa
a Montramito i colli sono lenti
come i tuoi biodi, all'aria obbedienti,
fatti anch'elli d'un oro che non pesa.

E quella lor soavità, sospesa
tra i chiari cieli e l'acque trasparenti,
tu non la vedi quasi mai la senti
come una gioia che non si palesa.

Sorge, splendore del silenzio, il disco
lunare. O Nicarete, ecco, e s'adempie
mentre nel lago la ninfea si chiude.

Prima è rosato come il fior d'ibisco
che t'inghirlanda le tue dolci tempie
ma dopo assempra le tue spalle ignude.

GORGO

Ospite sempre memore, io son Gorgo
e l'odor delle Cicladi vien meco.
Tutte l'uve e le spezie, ecco, ti reco
in questo lino aereo d'Amorgo.

Glauco, e ti reco il vin di Chio nell'otro,
quel che bevesti un dì sul tuo fasèlo,
quel che in argilla si facea di gelo
pendula a soffio di ponente o d'ostro.

E una corona d'ellera e di gàttice
ti reco, per un'ode che mi piacque
di te, che canta l'isola di Progne.

Io voglio, nuda nell'odor del màstice,
danzar per te sul limite dell'acque
l'ode fiumale al suon delle sampogne.

A GORGO

Gorgo, più nuda sei nel lin seguace.
La tua veste ti segue e non ti chiude.
Fra l'ombelico e il depilato pube
il ventre appare quasi onda che nasce.

Ombra non è su le tue membra caste:
dall'ínguine all'ascella albeggi immune.
Polita come il ciòttolo del fiume
sei, snella come l'ode che ti piacque.

Danzami la tua molle danza ionia
mentre che l'Apuana Alpe s'inostra
e il Mar Tirreno palpita e corusca.

L'Ellade sta fra Luni e Populonia!
E il cor mi gode come se tu m'offra
il vin tuo greco in una tazza etrusca.

L'AULETRIDE

Io rinvenni la pelle dell'incauto
Frigio nomato Marsia appesa a un pino,
sul suol roggio il coltello del divino
castigatore e, presso, il doppio flauto.

Questo raccolsi trepidando, o Glauco.
E, immemore del flebile destino,
io son osa talor nel mio giardino
chiuso carmi dedurre sotto il lauro.

Rivolgomi sovente e guardo s'Egli
non apparisca a un tratto, l'Immortale.
Ma non mi trema il mio labbro fasciato.

Vivon nell'orror sacro i miei capegli
ma per l'angustia del mio petto sale
il superbo di Marsia antico afflato.

BACCHIA

Ah, chi mi chiama? Ah, chi m'afferra? Un tirso
io sono, un tirso crinito di fronda,
squassato da una forza furibonda.
Mi scapiglio, mi scalzo, mi discingo.

Trascinami alla nube o nell'abisso!
Sii tu dio, sii tu mostro, eccomi pronta.
Centauro, son la tua cavalla bionda.
Fammi pregna di te. Schiumo, nitrisco.

Tritone, son la tua femmina azzurra:
salsa com'alga è la mia lingua; entrambe
le gambe squamma sonora mi serra.

Chi mi chiama? La búccina notturna?
il nitrito del Tessalo? il tonante
Pan? Son nuda. Ardo, gelo. Ah, chi m'afferra?

(Composti presumibilmente nel settembre 1903)


STABAT NUDA ÆSTAS

Primamente intravidi il suo piè stretto
scorrere su per gli aghi arsi dei pini
ove estuava l'aere con grande
tremito, quasi bianca vampa effusa.
Le cicale si tacquero. Più rochi
si fecero i ruscelli. Copiosa
la rèsina gemette giù pè fusti.
Riconobbi il colúbro dal sentore.

Nel bosco degli ulivi la raggiunsi.
Scorse l'ombre cerulee dei rami
su la schiena falcata, e i capei fulvi
nell'argento pallàdio trasvolare
senza suono. Più lungi, nella stoppia,
l'allodola balzò dal solco raso,
la chiamò, la chiamò per nome in cielo.
Allora anch'io per nome la chiamai.

Tra i leandri la vidi che si volse.
Come in bronzea mèsse nel falasco
entrò, che richiudeasi strepitoso.
Più lungi, verso il lido, tra la paglia
marina il piede le si torse in fallo.
Distesa cadde tra le sabbie e l'acque.
Il ponente schiumò ne' suoi capegli.
Immensa apparve, immensa nudità.

(Data di composizione ignota)


DITIRAMBO III

O grande Estate, delizia grande tra l'alpe e il mare,
tra così candidi marmi ed acque così soavi
nuda le aeree membra che riga il tuo sangue d'oro
odorate di aliga di rèsina e di alloro,
laudata sii,
o voluttà grande nel cielo nella terra e nel mare
e nei fianchi del fauno, o Estate, e nel mio cantare,
laudata sii
tu che colmasti dè tuoi più ricchi doni il nostro giorno
e prolunghi su gli oleandri la luce del tramonto
a miracol mostrare!

Ardevi col tuo piede le silenti erbe marine,
struggevi col tuo respiro le piogge pellegrine,
tra così candidi marmi ed acque così soavi
alzata; e grande eri, e pur delle più tenui vite
gioiva la tua gioia, e tutto vedeva la tua pupilla
grande: le frondi delle selve e i fusti delle navi,
e la ragia colare, maturarsi nelle pine
le chiuse mandorlette e la scaglia che le sigilla
pender nel fulvo, e l'orme degli uccelli nell'argilla
dei fiumi, l'ombre dei voli su le sabbie saline
vedea, le sabbie rigarsi come i palati cavi,
al vento e all'onda farsi dolci come l'inguine e il pube
amorosamente,
imitar l'opre dell'api,
disporsi a mò dei favi
in alveoli senza miele,
e l'osso della seppia tra le brune carrube
biancheggiar sul lido, tra le meduse morte
brillar la lisca nitida, la valva
tra il sughero ed il vimine variar la sua iri,
pallida di desiri la nube
languir di rupe in rupe
lungh'essi gli aspri capi
qual molle donna che si giaccia cò suoi schiavi,
scorrere la gòmena nella rossa
cúbia, sorgere la negossa
viva di palpitanti pinne, curvarsi al peso vivo
la pertica, la possa
dei muscoli, gonfiarsi nelle braccia vellute,
una man rude
tendere la scotta,
al garrir della vela forte
piegarsi il bordo, come la gota del nuotatore,
la scía mutar colore,
tutto il Tirreno in fiore
tremolar come alti paschi al fiato di ponente.

O Estate, Estate ardente,
quanto t'amammo noi per t'assomigliare,
per gioir teco nel cielo nella terra e nel mare,
per teco ardere di gioia su la faccia del mondo,
selvaggia Estate
dal respiro profondo,
figlia di Pan diletta, amor del titan Sole,
armoniosa,
melodiosa,
che accordi il curvo golfo sonoro
come la citareda
accorda la sua cetra,
dolore di Demetra
che di te si duole
nè solstizii sereni
per Proserpina sua perduta primavera!
O fulva fiera,
o infiammata leonessa dell'Etra,
grande Estate selvaggia,
libidinosa,
vertiginosa,
tu che affochi le reni,
che incrudisci la sete,
che infurii gli estri,
Musa, Gorgóne,
tu che sciogli le zone,
che succingi le vesti,
che sfreni le danze,
Grazia, Baccante,
tu ch'esprimi gli aromi,
tu che afforzi i veleni,
tu che aguzzi le spine,
Esperide, Erine,
deità diversa,
innumerevole gioco dei vènti
dei flutti e delle sabbie,
bella nelle tue rabbie
silenziose, acre ne' tuoi torpori,
o tutta bella ed acre in mille nomi,
fatta per me dei sogni che dalla febbre del mondo
trae Pan quando su le canne sacre
delira (delira il sogno umano),
divina nella schiuma del mare e dei cavalli,
nel sudor dei piaceri,
nel pianto aulente delle selve assetate,
o Estate, Estate,
io ti dirò divina in mille nomi,
in mille laudi
ti loderò se m'esaudi,
se soffri che un mortal ti domi,
che in carne io ti veda,
ch'io mortal ti goda sul letto dell'immensa piaggia
tra l'alpe e il mare,
nuda le fervide membra che riga il suo sangue d'oro
odorate di aliga di rèsina e di alloro!

(Composta al Secco Motrone in Versilia il 20 luglio 1900)

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